Bicho de 7 cabecas
Il film della regista Laìs Bodanzky , prodotto da Marco Muller (ex direttore artistico di Locarno), che porta sullo schermo (tratto da un fatto realmente accaduto) la storia amara di Neto, un adolescente brasiliano come molti e alle prese però con la folle incomprensione di un padre che finirà per internarlo in un manicomio, scambiando la vita da teen-ager del figlio per un deviante tratto-percorso esistenziale patologico e dunque da curare. Eppure il ragazzo fa le cose che appartengono alla normalità di quel tempo e comunque comuni a molti suoi stessi coetanei: dopo la scuola si ritrova con gli amici, fuma uno spinello di tanto in tanto, frequenta la scena rock alternativa e se ne parte in viaggio per il week-end; la notte, a volte, dipinge con i suoi graffiti i muri di San Paolo, se non fosse che una notte una pattuglia di polizia l'arresta con la bomboletta di vernice tra le mani. Nell'auto che lo riporta a casa, dopo una notte al posto di polizia, i genitori cercano di convincerlo a non vedere più i suoi amici. Ma la vita di Neto vacilla davvero il giorno in cui il padre gli trova uno spinello nella tasca del giubbotto. Per quest'uomo, che ha conquistato con le proprie forze una situazione modesta ma rispettabile, l'idea che il figlio gli sfugga al punto da consumare della droga è semplicemente insopportabile. Convinti che, se non prenderanno misure radicali, Neto sprofonderà in modo definitivo nella delinquenza, i genitori decidono di farlo internare in un ospedale psichiatrico. Per il giovane comincia allora un lungo incubo: una discesa agli inferi che lo porterà ai confini della follia. Ispirato al racconto autobiografico di Austregésilo Carrano Bueno, "Canto dos Malditos", "Bicho de 7 Cabecas" (La bestia a sette teste) segue il calvario di un ragazzo immerso nell'universo kafkiano delle istituzioni psichiatriche brasiliane.
Crudeltà, violenza e corruzione sono le caratteristiche di una burocrazia arcaica, più
preoccupata della propria sopravvivenza che della salute dei pazienti: emblematica è la scena nella quale il "dottore" del manicomio invita i "suoi" a reclutare gente per strada "o sotto i ponti" per arrivare al tetto minimo di 500 "degenti" che consentono all'istituto di accedere al finanziamento governativo. Con una regia a tratti spigolosa e mai banalmente inquietante, Laìs Bodanzky firma un'opera che non lascia alcuna concessione alla tragedia del reale che, in occidente ha ispirato il movimento dell'antipsichiatria, ma che in Brasile sembra ancora largamente nascosta. La regista ritrae inoltre con finezza il fossato che si scava tra le proiezioni di un padre e i desideri del figlio, come pure l'incomprensione che s'insinua tra due generazioni fino al punto da provocare un epilogo così radicale: e pensare che per un attimo (è la scena dell'inizio del viaggio e del successivo arrivo nell'esotica Bahia) abbiamo pensato di trovarci di fronte alla tranquilla iniziazione alla vita di un normale adolescente, che per un momento incontra persino un po' d'amore fra le braccia di una brava Cassia
Kiss.
G. M.
Bicho de sete cabeças, di
Laíz Bodansky, film brasiliano sull’inferno delle
istituzioni psichiatriche, cui è stato elargito il premio
alla miglior opera prima e il premio della giuria degli
studenti della città. La storia si basa sulla tragica
esperienza di Austregésilo Carrano, da lui narrata nel
libro Rincón de los malditos (nella
traduzione spagnola). Attualmente Carrano è attivista del
movimento anti-manicomiale in Brasile, dove, secondo le sue
denunce, ancora settantamila uomini e donne subiscono la
violenza delle istituzioni psichiatriche autoritarie. Una
nuova legge, votata il passato Aprile, si propone di
chiudere questi centri, che spesso ritengono i
"pazienti" molto più del dovuto per poter
usufruire dei fondi pubblici, come mostrato dal film e come
confermato dal ministro della sanità brasiliano José Serra
in un articolo del quotidiano del Costa Rica "La Nación",
ma il processo può richiedere ancora degli anni.
La storia di Neto, protagonista del film, mostra come dai
suoi atteggiamenti appena un po’ ribelli (vuole viaggiare
da solo e senza molti soldi, si dedica a
"graffitare" i muri della città ed infine fuma
occasionalmente degli spinelli) il padre concluda la
necessità di internarlo e sottoporlo ad una cura
psichiatrica. Medici ed infermieri della clinica agiscono in
base ad una routine repressiva che mira soltanto al
mantenimento dei pazienti nella struttura, e che è
responsabile del loro peggioramento. La chiusura forzata,
l’eccesso di farmaci, e infine l’elettroschock punitivo
per un tentativo di fuga, provocano in Neto un effettivo
squilibrio mentale dal quale non riuscirà a riprendersi.
Quando finalmente esce dalla clinica, è in uno stato
fortemente depresso, e cade poi in un’ulteriore crisi che
lo porta ad un secondo internamento, ancora peggiore del
primo. Qui ha l’ostilità diretta di un infermiere
piuttosto brutale, che alla fine cerca anche di lasciarlo
morire nel suo tentativo di suicidio, senza soccorrerlo.
Alla violenza delle "cure" psichiatriche si
aggiunge la problematica dell’incomprensione generazionale
tra genitori e figli. È infatti il padre che costringe Neto
nella clinica, convinto che sia l’unico modo per curarlo
da quella che crede sia tossicodipendenza. Soltanto alla
fine, in seguito ad una lettera che Neto gli scrive prima di
tentare il suicidio, sembra rendersi conto del suo errore, e
decide di liberare il figlio dai tentacoli del "mostro
psichiatrico".
Il film ha suscitato molto interesse in Brasile, soprattutto
negli ambienti legati alla medicina e alla psichiatria.
Infatti non solo ha il merito di denunciare apertamente una
situazione per molti sconosciuta, ma la modalità di
rappresentazione evita attentamente di proporre
un’immagine stereotipata o caricaturale della follia. La
parte iniziale del film mostra il personaggio di Neto nella
sua vita quotidiana: è un ragazzo normale che aspira alla
libertà, e non c’è nulla nel suo carattere che faccia
presagire il tragico destino che lo attende. In questo modo
il tema viene avvicinato nella percezione: non si tratta di
fatti lontani che riguardano "i pazzi", come se si
trattasse di una categoria separata, ma di una realtà che
ci tocca direttamente, e così lo hanno sentito gli studenti
che hanno premiato il film. Hanno partecipato alla
co-produzione del progetto Fabbrica Cinema (dell’azienda
Benetton) e la RAI.
Sandro Rocco
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