Love
the hard way
La sesta
giornata del festival di Locarno porta il nome di “Love the hard way”, il
film del regista Peter Sehr, già ribattezzato un tedesco in America: eh si,
perché questo ritratto “maledetto” di un gruppo di amici intenti a truffare
uomini d’affari stranieri, è preso “pari pari” da quella grande e
sregolata “mela” che va sotto il nome di New York. Nella città dove tutto
sembra poter essere lecito e nelle cui strade si svolge gran parte di quella
vita da sogno o incubo americano, il regista ambienta il suo film, un bel film,
che fra le altre cose decreta la nascita di un vero e proprio talento
d’attore, quel Adrien Brody vera e propria maschera “rebel”,
paradossalmente tra Kerouac e Shakespeare (e spiegheremo poi il perché), e che
quando cammina per le “avenue” newyorkesi sembra De Niro, quello di Taxi
Driver. Di lui sentiremo sicuramente le cronache occuparsene, ma adesso veniamo
al film, che ruota tutto attorno alla figura di Jack (Adrien Brody, appunto) il
quale oltre a dedicarsi ad attività artistiche, ha messo anche in piedi con il
fedele amico ispanico Charlie e due attricette di poca fama una tresca per
truffare gli uomini importanti in viaggio d’affari nella grande metropoli.
Dietro
l’aria da duro il ragazzo nasconde un volto segreto: una passione per i libri
antichi e il sogno di scrivere un giorno un romanzo. Sulla sua strada si mette
un bel giorno una bella ragazza di nome Claire, brillante studentessa che cerca
risposte sul senso della vita nella quiete di un laboratorio di biologia. I due,
dopo essersi incontrati in un cinema, hanno presto una storia: Claire finisce
per innamorarsene, ma entrerà poco per volta nella micidiale spirale di quello
che solitamente viene definito un amore difficile. Jack infatti è un tizio
assai complicato e la sua vita non certo canonica o votata al fedele quadretto
famigliare tutto salotto e tv: vive in una specie di capannone in rovina assieme
alla sua gang e tutte le notti si porta a letto una donna diversa. Ogni tanto,
durante il giorno, si rinchiude nel suo “studio”, pochi metri quadrati
ricavati a pian terreno e dotato di scrivania: lì Jack scrive il suo romanzo,
pagine di quel vagabondaggio maledetto “sulla strada”, tracce di un po’ di
quella sua vita sospesa tra deriva esistenziale e mestiere del malaffare. Le
cose però ad un certo punto si complicano maggiormente, ed è quando Claire
trova il suo Jack a letto con un’amica di colore: non sarà tanto il declino
del malvivente-scrittore, quanto quello di Claire il vero leit-motiv da lì in
avanti del film. La povera ragazza – presa dalla disperazione – comincerà a
battere e diventerà una delle componenti la banda specializzata a raggirare con
la minaccia dello scandalo i “vizi” di uomini importanti: arriverà persino
a tentare di togliersi la vita, mentre il suo Jack finisce in prigione.
Passeranno due anni prima di rivedersi: ma la vita è cambiata per entrambi e
lei non ne vuole sapere di tornare assieme a Jack, che adesso potrà portare a
termine il suo romanzo. Una storia ambientata in una città segnata dagli
opposti, dagli ovunque e tanti contrasti – i suoi abitanti, la sua luce – e
proprio per questo straordinario fondale per la storia che il film vuole
raccontare: due vite in transito che parlano la stessa lingua, vivono nello
stesso quartiere, “ma che hanno due visioni diverse, troppo diverse della
vita”. In questo ottimo film di umanesimi deviati, di artisti “pazzi e
criminali” per dirla alla Osvaldo Soriano, assistiamo allo strano fenomeno di
un amore che compie il proprio rito in vecchie alcove diroccate, in sudici
stanzoni rimessi “a nuovo”: ci resterà per poco lì dentro, mentre Jack e
Claire se ne vanno ognuno per la propria strada sotto il cielo di New York.
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Intervista al regista
Era atteso da molti in conferenza stampa, Adrien Brody,
l’attore rivelazione di questo festival di Locarno grazie alla magistrale
interpretazione del “maledetto” Jack in “Love the hard way”: ma ha
preferito restarsene alle Haway, dove si sta riposando dopo essere stato
impegnato per circa 6 mesi sul set di un nuovo film di Polansky. E allora è
toccato al regista Peter Sehr e alla sceneggiatrice (la moglie Marie Noelle)
parlare di quello che a molti è sembrato uno dei film candidati per la vittoria
finale. “La storia arriva da un libro che è tutt’oggi vietato in Cina:
l’ha scritto Wang Shuo, lo stesso che ha vinto Locarno con “Babe” qualche
tempo fa. Il fatto di girare un film tedesco a New York è dipeso proprio dal
tipo di storia che il libro narrava: non trovavo credibile nessun personaggio
come Jack sfilare per le strade di Berlino o di qualche altra città tedesca.
New York è stato lo scenario ideale per far muovere i protagonisti di questo
che è un film su individui e vite difficili”. L’aria Bukowskiana che tira
intorno a Jack è il tratto dominante di “Love the hard way”, un film che
svela tutto il “male” di vivere possibile dentro al protagonista, ma anche
ai suoi complici: “Si, Jack ricorda un po’ i protagonisti di Bukowski, ma
anche quelli di Kerouac: in fondo lui stesso vuole diventare uno scrittore e le
storie che descrive non possono essere altro che prese da quella vita balorda e
esagerata, disperata e estrema che conduce. Il lato più estremo, forse, è che
diventa responsabile del declino (seppur provvisorio) di Claire”. E già,
perché nel film ad un certo punto si assiste infatti alla rapida e inesorabile
decadenza della vita della giovane: tradita da Jack, Claire comincia a
prostituirsi e tenta, una notte, anche il suicidio: “la ricerca attorno a
questo film ha riguardato anche il mondo della prostituzione. Bene, dagli studi
che abbiamo fatto risulta che una percentuale molto alta di donne che hanno
avuto una storia d’amore finita male, finisce col prostituirsi. Dirò di più:
in America ci sono moltissime ragazze che per mantenersi negli studi si dedicano
alla prostituzione. Come vedete è la storia di Claire, anch’essa
studentessa”. Il regista Peter Sehr è tornato poi alla fine della conferenza
su questa presunta “anomalia” di essere un film tedesco girato a New York:
“non vi trovo particolari stranezze, e poi Wang Shuo mi ha detto che questo
posto poteva al massimo essere girato in soli due posti: a Napoli o a
Pechino”.
G. M.
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