Non
è giusto
L’avvio
pareva di quelli promettenti: poi, man mano che il film si “distendeva”, il
racconto cominciava a perdere qualche colpo, e alla fine qualcosa non tornava in
questo “Non è giusto”, di Antonietta De Lillo. Il viaggio di quest’opera
nel territorio della preadolescenza funziona solo per metà. Siamo in una Napoli
assolata e semideserta: Sofia e Valerio, due ragazzini di undici e dodici anni,
si trovano a dover trascorrere l’estate in città in compagnia dei loro
genitori (entrambi separati). Hanno molti progetti, che però vengono
puntualmente disattesi dagli adulti: costoro appaiono confusi e sono in effetti
sommersi da problemi di ogni genere, sentimentali ed esistenziali, e sono
incapaci di prendere la minima decisione. Con i “piccoli” si sforzano di far
finta di nulla, ricorrendo a mille menzogne. Sonia e Valerio, nel corso della
breve vacanza, imparano a conoscersi e capirsi, infilando un’avventura dopo
l’altra in una Napoli che diventa a poco a poco il loro territorio di gioco e
sperimentazione. Nascerà tra loro una grande amicizia, che li farà cominciare
a guardare i loro genitori con più distacco e ironia e a non subire più
passivamente le loro scelte. Uniti troveranno il modo di difendersi dalle
inconsapevoli ferite inferte loro dal mondo a volte immaturo degli adulti.
La De Lillo
riesce, a tratti, a fare un ritratto toccante e sensibile dei due protagonisti
lasciati a sé stessi e costretti a inventare strategie per proteggersi dal
mondo dei grandi. Con una macchina da presa a spalla cattura le disillusioni, le
speranze e i momenti privilegiati vissuti dai due protagonisti. Se da un lato
adotta un atteggiamento che è quello della tradizione realista, dall’altro
guarda anche alla commedia e alla favola restituendo la leggerezza e la gravità
delle tappe vissute da Sofia e Valerio. I problemi arrivano però
dall’intreccio: ad un certo punto il film perde consistenza nel “c’era una
volta”, e procedendo nella narrazione non trova più – oltre a certe
coordinate da dialogo azzeccate – anche la direzione nella quale far procedere
la storia. E allora si resta attaccati a un troppo poco minuscolo epicentro di
episodi legato all’infanzia: viene a mancare ad un certo punto la linfa degli
avvenimenti, anzi gli avvenimenti stessi. Nell’intento di mostrare il caos e
l’instabilità che circonda la vita adulta, il film dimentica anche e
soprattutto di essere stato messo lì per raccontarci un po’ più di loro, di
Sofia e Valerio, di quella realtà vista attraverso i loro occhi: ecco, “Non
è giusto”, finisce per essere un po’ come quello che si prefiggeva di
riferire filmicamente, un castello di sabbia (il mondo deGli adulti) le cui
fondamenta si reggono a malapena. Vicino alla carineria e comunque ben
supportato da “ventate” musicali arrivare dal mare, fra cui la blueseggiante
“Signora Luna” di Vinicio Capossela.
G.M.
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