A Raiz do coraçao

Finalmente si vedono i registi. Dopo le "prove" dei giorni scorsi, il Festival di Locarno comincia a fare sul serio e il cinema sembra così tornare a dare segni di sé. Ci pensa Paulo Rocha, uno tra i più raffinati interpreti della modernità (avendo egli cominciato a muoversi dentro le zone-cinema delle nouvelles vagues), con il suo A raiz do coraçao, a spostare l’asse di un festival fino a qui poco filmicamente incisivo. La ballata dei colori e le movenze stilizzate dei corpi, uno stock di musiche preziose che "affonda" Lisbona in un farsesco teatro immaginario, dove la storia è in balia di una rappresentazione che sfocia in una fantasia drammatica, fiondando alla "raiz do coraçao": siamo in piena festa di Sant’Antonio, che in terra portoghese è il protettore degli innamorati, e che rianima la vita delle strade di questo pezzo di "portugal", dove un politico senza scrupoli (Caton) fa una corte spietata a Silvia, ragazza eterea e un po’ mistica che è in realtà un travestito. C’è anche un altro uomo (che è un poliziotto e partecipa alle retate delle drag queen – Spose trans di Sant’Antonio -), più giovane, che è sensibile al fascino della donna e non conosce la sua vera natura. Nel frattempo la protettrice di Silvia commercia in foto e registrazioni video compromettenti, vivendo dei piccoli ricatti che ne ricava. All’avvicinarsi delle elezioni cominciano a circolare tra i partiti dell’opposizione foto di orge che coinvolgono proprio Caton, il quale tenta di recuperare negativi e videocassette.

Sullo sfondo di intrighi polizieschi e di segreti d’alcova, il maestro portoghese, dopo aver fatto della regione attorno a Porto, la sua città natale, il tragico scenario di O rio do Ouro (uscito nel 1998), "utilizza" Lisbona per farne un luogo-altro surreal-grottesco dove personaggi e vicende ci appaiono sotto il lembo di un universo favolesco estremizzato e visionario. Il peso specifico delle immagini e la dovizia registica nella messa in forma cinematografica dello script, ci permettono di possedere appieno di un film che sprizza da tutte le mise en scene di graditi glamour allucinatori. Il cinema di Rocha stavolta vira verso una vivificazione ulteriore delle cose che si fanno cinema, produce gradevoli visioni e fasci di effetti luministici che rendono giustizia fotografica alla notturna Lisbona. Devia le fonti di sensazione e filma la vita di una città, la sua corruzione politica, il suo malaffare. Ne affida l’anima, invece, a travestiti e prostitute, alle scritte sui muri, ai versi delle canzoni che qualcuno canta al buio della notte su di una terrazza nella parte alta della città. La affida a Silvia che infaticabile ricercatrice, di sé, di un qualcosa, o anche di un niente, vaga per le vie di Lisbona, "truccate" di blu e di accese tinte rosse, mentre la fiesta da qualche parte fa muovere la gente al ritmo do samba.

Un Rocha inedito, come sempre complesso, ma mai così perfettamente in sintonia con quella zona d’ombra del cinema dove, nascosti e in attesa di essere dismessi dai pochi eletti all’arte cinematografica ancora in giro, si possono trovare ancora dei film, dei film che alla fine del buio in sala durano per un po’ anche fuori.

Gianluca Mattei

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