BRONX-BARBES

Eliane de Latour, cineasta-antropologa, torna ad occuparsi dell’Africa occidentale, questa volta però uscendo da analisi video-documentarie e compiendo il primo passo dentro una vera e propria fiction. Girato interamente in Costa d’Avorio, Bronx Barbes racconta la storia di due disadattati di una bidonville africana che entrano a far parte di una gang. Violenza, festa, fraternità diventano il loro quotidiano, in un’affannosa ricerca di "un modo per diventare qualcuno". Rispettosi della legge del luogo fondata sull’onore e il rispetto degli anziani, cercano qualche volta rifugio anche nell’amore (è il caso di Toussaint che s’innamora di una giovane venditrice del mercato del pesce), pur restando fedeli al loro istinto violento. La loro amicizia, dopo un periodo difficile, torna quella di un tempo e fra aggressioni mancate e qualche tradimento, tornano nel ghetto di Barbes controllato da Tarek Aziz, "un sanguinario".

Ispirato a uno studio condotto dalla stessa regista sulle gang di strada nelle città di Abidjan e San Pedro, Bronx Barbes ha il pregio di farci vedere un’altra Africa, lontana dall’immagine risolutamente disfattista e massificata che giunge dall’Occidente.

I personaggi, complessi, che si muovono nel film offrono uno spaccato della realtà "seconda" che sta dietro l’apparenza africana.

Il mix di azione e lucida riflessione si muove entro scenari che in qualche modo sono vicini alle tematiche trattate dalla regista nei suoi documentari, e cioè la violenza urbana, la guerra, la schiavitù, lo stato e il potere, l’economia femminile nelle zone rurali, i luoghi di confinamento sociale legato all’età, al sesso, alla colpa.

Eliane de Latour ha sottoposto la sceneggiatura a tre "grandi vecchi" del luogo che hanno apportato le loro personali modificazioni, questo per "trovare una forma precisa che renda onore a ciò che loro sono senza per questo cancellare la scelta dello sguardo".

Gianluca Mattei

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