GOSTANZA DA LIBBIANO
E venne la volta dellunico film
italiano in concorso, Gostanza da Libbiano, del regista Paolo Benvenuti. Un film
estremamente difficile, a tratti ostico sul piano narrativo, che figurativamente espone un
bianconero-Bresson-Dreyer, certo, di plastica rilevanza. Ma fuori dai pregi estetici, ci
sembra davvero un po limitante che a rappresentare lItalia, in un Festival
così importante, ci sia unopera così di nicchia, così settariamente out-sider,
che non restituisce agli occhi del mondo presente a Locarno ciò che davvero si fa con il
cinema in Italia. Per quanto "alta", nobile e di minuziosa ricostruzione che
sia, lopera di Benvenuti ha al suo interno un cinema di scarso peso attrattivo e
comunque lontano dalle esigenze di un pubblico che vuole stare dentro il proprio tempo, e
premia alla fine storie e personaggi nei quali, seppur minimamente, si possa in qualche
modo identificare.
Ma veniamo al film. Anno 1594, San Miniato al
Tedesco nel Granducato di Toscana. Monna Gostanza da Libbiano, una contadina di
sessantanni, esercita da sempre il mestiere di guaritrice. La sua pratica di
misurare i panni ai malati per conoscere i mali mette in allarme le autorità
ecclesiastiche locali. Arrestata per ordine del Vescovo di Lucca, a seguito di una breve
istruttoria, viene accusata di stregoneria. Qui Benvenuti insiste con delle inquadrature
fisse su Lucia Poli, a volte con troppa insistenza e lentezza, tanto che in una sequenza
di questo unico e lungo interrogatorio "immobilizza" la protagonista per 6
minuti di primo piano, rotto soltanto da una voce fuori campo del vicario accusatore. Dopo
gli interrogatori volti a farle confessare pratiche diaboliche, lentamente, piegata da
ripetute torture, Gostanza cessa di proclamare la sua innocenza per entrare nel
personaggio della strega. La donna inizierà così a costruire un suo mondo metafisico,
scatenandosi nelle fantasie più fervide: malìe, delitti, vampirismi, metamorfosi, voli
notturni e baccanali alla Città del Diavolo, confessioni che le consentono di sfruttare
in modo originale linesauribile ricchezza dellimmaginario popolare e
contadino.
Spaccato di un meccanismo inquisitoriale
implacabile quanto imprevedibile, iconograficamente ispirato anche alla maniera di Agnolo
Bronzino, il film "conclude il "trittico dellidentità", un progetto
cinematografico teso ad accostare e confrontare la parola liberatrice dei Vangeli
(espressa ne Il bacio di Giuda) con le deviazioni ideologiche della Chiesa cattolica
contro i suoi grandi nemici storici, i giudei (Confortorio) e le donne (Gostanza da
Libbiano)".
Girato diversamente rispetto a Confortorio
(per il quale ogni scena e ogni inquadratura era stata precedentemente pensata a
tavolino), in Gostanza da Libbiano Benvenuti abbandona la sceneggiatura durante le riprese
affidandosi alla evoluzione sensibile, sul set, della storia.
Ma nel chiuso claustrofobico del palazzo
degli inquisitori, anche la storia, scritta a partire dai verbali originali del processo,
non si fa seguire, perde consistenza, si sgretola man mano, e rimane soltanto lestro
attorico di una Lucia Poli che scolpisce lo schermo. Crediamo che il cinema italiano abbia
bisogno di altre storie, di un pizzico di umiltà in più e di qualche intellettualismo in
meno.
Gianluca Mattei
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