No quarto na vanda

Il cinema portoghese fa vivere al festival di Locarno un altro momento di intense suggestioni. Dopo il maestro Rocha, ecco uno dei più importanti esponenti del giovane cinema "novo" che arriva dalle parti di Lisbona: è Pedro Costa, quello di Ossos, ma anche di Casa de Lava, che porta qui in concorso No quarto da Vanda (la stanza di Vanda), un esempio di cine-realtà- documento dal tono di racconto assolutamente irreversibile. Spietato cinema, che scova i reali, le miserie, i volti di gente fuori da ogni parvenza di comune, gli asfissianti vicoli "ciechi", il non-sole, che non arriva mai a sfidare il buio della stanza di Vanda. "Può darsi che facendo questo film riuscirò ad amare qualcosa della mia vita" dichiara Vanda Duarte, che nel film è nient’altro che sé stessa, non recita, non bluffa, non falsa la vita di cui si "fa", di cui muore ogni giorno e ogni giorno un poco di più. Capo Verde e un’isola che ha un quartiere che si chiama Fontainhas, spettrale, povero, pericoloso, dove ogni tipo di droga è la mercanzia di più largo consumo e scambio. Costa, con spregiudicata documentarietà filma un posto da fine del mondo, da "meno di zero", o forse è il contrario: è Fontainhas che li registra, che li scaraventa dentro il proprio occhio e li impressiona. Vanda e un’amica, il silenzio e il rumore, voci di gente portoghese, di assenti, di non presenti ai giochi del mondo, di dimenticati perché mai visti. Chiuso da sempre, spazio di donne e di uomini "ultimi", di cose e di case strette fra i muri, di un’altra opzione al modo di essere al mondo.

Girato con una macchina digitale, No quarto da Vanda brucia le cornici di luce, sfonda il muro della plasticità: da questo punto di vista il risultato fotografico è straordinario, e Costa affina il suo cinema con delicati interventi di chiaroscuri davvero al limite del sorprendente. Il tempo narrativo si dilata in maniera non evidente e quasi impercettibile, tanto il carico del materiale impressionabile risulta assolutamente necessario. Film di questo tipo aprono una falla nella concezione tradizionale dell’esperienza estetica e riportano il tutto entro quell’aspirazione baziniana di un cinema "spacciatore" di realtà, momento dell’ontologia dove calchi approssimativi o similarità vengono escluse dallo schermo: solo e soltanto il vero reale, "il quello di quello", la vita così com’è o come non lo è mai stata. Dietro No quarto da Vanda non c’è nulla, se non istanti rubati a giorni che sfilano a fianco di una macchina da presa, che è lì soltanto in attesa di rubare un po’ della loro vita, un po’ del loro imbarazzante non-sense, di un così inutile, di un così vano…!!!.

Gianluca Mattei

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