"FESTIVAL FLORILEGIO"
a cura di
Cinzia Bovio

Florilegio forse è una parola grossa, ma ci piaceva non disperdere nel nulla tutto quello che abbiamo sentito nelle conferenze stampa organizzate a Palazzo del Casinò per questa 59ª Mostra internazionale del Cinema di Venezia.
Tra un film e un altro, ce ne siamo perse molte. Ma non tutte. Ecco quelle che non ci sono scappate, distillate attraverso le dichiarazioni più enigmatiche, sorprendenti, destabilizzanti e... anche futili.
Non c’è parità di trattamento e qualcuno ha più spazio di altri? Pazienza, si vede che ha detto cose più interessanti. O, semplicemente, ci è parso più interessante...

Su tutti, lo ammettiamo, John Malkovich che, pur passato inosservato come regista del film non in concorso "Dancer Upstairs", ha fatto la sua apparizione in sala stampa come fosse un dandy d’altri tempi, con la sua eleganza, la sua pelle straordinariamente bianca e levigata, i suoi occhiali spuntati improvvisamente. E la sua valigetta...

E’ strano, ma l’ipnosi è collettiva. Leggendo i più importanti quotidiani nazionali, nessuno ha potuto fare a meno di citarla. Accanto all’apparizione angelica di una figura da Stil Novo, una valigetta inquietante. Il mistero.

E anche un finale da thriller. Appena uscito dalla sala, urla incomprensibili giungono dall’altra parte del muro. Tutti i giornalisti (altre volte protagonisti di stizzosi rimbecchi che hanno addirittura richiesto l’arrivo dei buoni nella persona di un temerario Domenico Procacci che, inseguito, sempre più coraggioso azzarda esplicitamente pure impressioni di carattere politico), accorrono... Gli inviati stranieri esclamano incoscientemente divertiti: "That’s fanny!".

C’è una manifestazione fuori che urla i diritti calpestati di Abimael Guzman, il fondatore del gruppo terroristico peruviano di cui parla in film di Malkovich. Ma niente paura, l’attore-regista è già svanito nel nulla, come in ogni visione che si rispetti.

Rubini ci è parso invece molto concentrato sulle sue emozioni, intento a rispondere alle domande interrogandosi soprattutto sulle sue sensazioni, spesso paure, sofferenze o prove da superare. In questo ci è sembrato molto sincero e molto diretta e senza pudori si è manifestata la sua tensione. Non sembrava divertirsi insomma.

Forse lo hanno disteso, speriamo, i molti applausi ricevuti in sala grande per la proiezione del suo film, prima e dopo. Noi pensiamo soprattutto per la simpatia che il pubblico (a Venezia davvero poco clemente e pronto a fischiare senza remore: vedi Alberoni all’applauditissima premiazione di Michelangelo Antonioni) ha dimostrato di provare verso il regista e il personaggio interpretato nella sua pellicola in concorso, il solo, tra le due donne, davvero in parte.

Unica nota stonata l’invadenza dell’ex Ministro Melandri, corsa complimentosa a baciarlo (ma non preferiva i ponti?) ad applausi ancora accesi e, metaforicamente, a riflettori ancora puntati. Applausi che per un attimo, l’attimo della sua comparsa, si sono magicamente spenti. Attimo quasi imbarazzante se si leggono poi le dichiarazioni rilasciate qualche ora prima da Rubini, sempre più disorientato.

E Bruno Ganz, Il suo compagno nel film "La forza del passato"? La traduzione dei protagonisti delle conferenze stampa era sempre ben organizzata, ma nessuno si aspettava certo che Ganz esordisse dicendo: "Io rispondo in tedesco."

Fretta e furia per cercargli una traduttrice e, una volta arraffata, una fortuna averla trovata con i nervi saldi, viste le correzioni che Ganz, in italiano, faceva alla traduzione italiana della povera sventurata... Sandra Ceccarelli intanto sorrideva diabolicamente divertita. Ganz serio e Rubini, che dire?, mai un accenno di sorriso... Il Festival non deve proprio essere come bere una camomilla per lui.

Ci è piaciuto poi l’intermezzo poetico del coreano Lee Chang Dong, che si è infine meritato addirittura il premio speciale per la regia con "Oasis". Ha detto delle cose molto belle, dell’altromondo, sull’amore e su come superare certi confini insormontabili. Si è guadagnato persino un inedito applauso dai giornalisti in sala. Ha rivelato un animo gentile, quasi ultraterreno, ribadiamo.

Era uno scrittore, si è innamorato di Fellini, è venuto in Italia per visitare i luoghi che ispirarono il Maestro e ha deciso di diventare regista.

E del resto, alla consegna del premio speciale alla regia, ha detto qualcosa di meraviglioso che il pubblico, a dire il vero non così numeroso e all’apparenza distratto da chissà cos’altro (dalla simpatia autocelebrativa di Marzullo?), non ha naturalmente colto: "Questa sera mi sembra di essere nella mia oasi, bevo l’acqua che mi avete regalato, recupero le mie forze, e parto per il deserto."

Basta. La parola ai protagonisti....

LA FORZA DEL PASSATO

Piergiorgio Gay, per descrivere il suo film in bilico tra verità e menzogna, ha citato una canzone di Tom Waits che verseggia: "Non ho mai detto la verità dunque non posso dire una bugia".

Sergio Rubini, dopo l’ultima pellicola girata con Gabriele Salvatores, si è ritrovato sul set triestino di Gay: "E’ stato come entrare in una famiglia diversa con l’impressione di tradire il proprio passato. Si ha una sensazione di nudità, di fragilità, tanta paura. Ma si cresce, ci si confronta e ci si adegua al nuovo. Si imparano nuove cose, soprattutto quando i film vengono bene."

Sandra Ceccarelli sulla sua piccola parte nel film: "Sono ritornata a casa. Con Gay ho già fatto due film. Ma in questo sono stata messa da parte proprio come il mio personaggio è stato messo da parte dal marito. Sul set non ero presente tutti i giorni. Ho sofferto di essere stata esclusa e questo mi ha aiutato anche nell’interpretazione del ruolo, una coincidenza utile in un certo senso. Con Gay si era già creato un sodalizio e non ho dovuto cominciare tutto di nuovo."

Bruno Ganz sul suo personaggio cialtrone o lucidamente sincero: "Mentre recitavo ho capito che non aveva senso capire se mentiva o diceva la verità. Tutti noi abbiamo bisogno di menzogne di vita."

Sandro Veronesi, autore del libro da cui il film è stato tratto: "Questa è un’opera altrui. Per me è stato un grande sollievo: dopo tre anni dalla pubblicazione, finalmente sono riuscito a liberarmi di questo romanzo."

THE TRACKER

Rolf de Heer, il regista olandese emigrato giovanissimo in Australia, ha detto: "Un piccolo gruppo al lavoro sul set dà maggiore libertà. Se davvero cercavo un ‘buona la prima’ per evitare di girare con il segno dell’erba calpestata dai cavalli? Beh, non è difficile quando tutti gli attori sono ben preparati. Questo è un film che avevo nel cassetto da 10 anni."

David Gulpilil, l’aborigeno che fa da guida nel film: "Non sono mai andato a scuola e ho studiato da solo. Questo è il miglior film che abbia mai fatto, con il regista e la migliore troup con cui mi sia mai capitato di lavorare."

Domenico Procacci, uno dei produttori del film con la sua Fandango: "Oggi in Italia si discute di emigrazione. Non credo che abbiamo una legge che esprima la tolleranza."

OASIS

Lee Chang Dong, il regista: "Sapevamo che il film sarebbe stato difficile da accettare. Eppure in Corea è stato il film più visto nei primi quindici giorni di agosto. Non ci aspettavamo questa reazione nel pubblico. E’ un film su individui pericolosi difficili da accettare, ma nello stesso tempo volevamo raccontare una normale storia d’amore. Era da un anno che pensavo a un film su questo argomento, poi ci sono stati dei segni e infine una molla che ha fatto scattare tutto rapidamente."

Come si possono superare certi confini? "L’amore in sé è la possibilità. Quando amiamo siamo disposti a ricevere tutto dall’amato, mentre dagli altri no: perché? L’amore dà all’individuo la fantasia che può essere condivisa solo dalle due persone che si amano, chi sta fuori può vedere ma non sperimentare, come succede quando ci raccontano un sogno. L’amore ci racconta i limiti di tutte le cose. Amare una persona significa sperimentare una persona e questa linea di confine."

Moon So Ri, l’attrice protagonista: "Il regista mi ha consigliato di documentarmi per interpretare il mio personaggio costretto su una sedia a rotelle. Mi sono così confrontata con persone portatrici di handicap e non ho potuto fare a meno di andare oltre alla documentazione e farmi coinvolgere. Con due o tre persone sono diventata amica intima. Attraverso un lavoro continuo, per due mesi ho poi studiato con il regista le posizioni che si adattassero al mio corpo in modo che risultassero più verisimili."

 

THE DANCER UPSTAIRS

John Malkovich, all’esordio come regista: "Ho detto poco agli attori, anzi non ho detto nulla, di solito dico solo grazie. Laura e Javier sono stati la scelta più ovvia per me. Mi piace sentire parlare inglese con un certo accento. Penso che questo abbia aiutato la sonorità e la musicalità del film."

E in particolare sul film e sul terrorismo: "Questo film non ha nulla a che fare con l’11 settembre. Non è stato facile trovare i finanziamenti perché il film non era ambientato in America. Sono più che felice del film e non avrei cambiato nulla per quello che è successo a New York. E’ chiaro quello che il film vuole essere, non è né di più né di meno... se avessi voluto fare un film sull’11 settembre...non ho la minima idea di quello che avrei potuto fare su questo argomento. Non so che aggiungere..."

I giornalisti insistono sull’11 settembre: lui avrebbe fatto un film come quello che è stato presentato a Venezia? "No, penso di no. La storia non rivela se stessa in tempi brevi, ma solo nel corso di decenni, forse di secoli. Non mi fiderei di una mia risposta a questo avvenimento, né avrei fiducia in quella di altri. Mi dequalificherebbe. Non sono certo contro il film che è stato presentato qui a Venezia, non l’ho visto, non ne ho idea."

Laura Morante, protagonista femminile del film: "E’ vero che John non dice molto agli attori. Anch’io invece tendo a ricercare nel regista dell’affetto, quasi un papà. La cosa più astuta da fare è comunque quella di fare recitare gli attori in uno stato di sonnambulismo, senza che si rendano conto di ciò che fanno, irrazionalmente. E’ bello quando esce qualcosa che non si è previsto.Per me poi tutto è più simile alla musica che non alla simulazione dell’atto del recitare."

Che effetto fa recitare in inglese? "Ci sono due reazioni, da una parte si ha meno libertà e il copione diventa intoccabile poiché non si pronunciano spontaneamente parole diverse da quelle prestabilite. Dall’altra però si ha anche meno pudore nell’esprimersi. Mi sono sempre sentita timida dal punto di vista verbale. Tra il dire ‘ti amo’ o ‘I love you’ per me c’è una differenza abissale."

"Che penso del Festival di Venezia? Ho paura soprattutto se ci vengo con un film italiano."

Javier Bardem: "John voleva che fossimo onesti e reali sul set. Che fossimo più responsabili: questo mi ha insegnato, senza volersi presentare come mamma o papà. Il mio personaggio vuole essere controllato. E’ un film di cui sono orgoglioso. E’ fantastico essere qui per la seconda volta. Mi diverto: ci sono un sacco di feste!"

 

ANIME GEMELLE

Sergio Rubini ha diretto un film su "una storia surreale e complicata, soprattutto da scrivere. Ho trascorso momenti di grande paura e sofferenza, tante volte mi sembrava non stesse in piedi. Sentivo il bisogno di creare un mondo interiore in cui quella storia stesse in piedi. La paura di sbagliare era un pericolo doloroso per me."

Intende valorizzare gli attori baresi? "No. Scherzo... Ogni volta che vado giù per girare un film spero di fare il prossimo al Nord, che so a Helsinki. I luoghi della mia giovinezza mi feriscono ogni volta che li incontro per fare un nuovo film. Per "Tutto l’amore che c’è" ho girato persino sul balcone di mia madre".

Attore o regista? "Sì, sono attore e regista. Questa è l’espressione di una schizofrenia che non voglio curare. Voglio rimanere così scisso come sono. Sono un professionista, faccio bene il mio lavoro, nel senso che non ‘impiccio’."

E ancora: "Volevo qui una storia medio-orientale, con il mare e una passione ventosa, questa doveva animare i personaggi. Un po’ come in quei sogni che d’estate si fanno prima di addormentarsi, perdendo il contatto con la realtà."

Nord e sud e politica: "Sono stato anche due mesi a Trieste, una città nordica nella quale però riconosciuto tanti scorci così tipicamente del sud. Come se sud e nord fossero aspetti delle persone. Il sud, e intendo il sud del mondo, lo stiamo dimenticando come se ne avessimo piene le scatole. Soprattutto tra i cittadini del sud vedo una terribile arrendevolezza. Per gli anni futuri non vedo splendere nessuna luce. Non credo più nella politica, personalmente. Eppure sembra l’unica chance... i problemi non si possono risolvere palettando i confini."

Su Vittorio Cecchi Gori: "Colgo l’occasione per ringraziare, in questo momento critico, una famiglia che ha attraversato il cinema italiano. In tanti siamo vicini a Vittorio."

Valentina Cervi, coprotagonista del film: "Il mio personaggio si convince che il fatto di essere brutta sia il motivo per cui non ottiene quello che vuole. L’esplorazione di questa sua violenza e compulsività mi ha affascinato. Un po’ mi appartiene. E’ stata poi una esperienza violenta nel senso più positivo, dovendo provare una doppia, addirittura quadrupla femminilità. Tutto per rappresentare la vacuità estetica."

Violante Placido, altra coprotagonista: "Ho interpretato due personaggi estremi. Una ingenua Maddalena e poi i dolori e la complessità dell’altro personaggio. L’amore poi è il sentimento che più ci sconvolge."

Michele Venitucci, simpatico: "Io mi sono divertito". Non avevamo dubbi.

Domenico Starnone: "Questo è un film che appartiene molto intimamente a Sergio, ci sono il suo dialetto e le sue radici. Costruirlo è stato complicato dovendo trasformare la commedia realistica iniziale in generi diversi."

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