APRIMI IL CUORE
di Giada Colagrande
con Giada Colagrande, Natalie Cristiani e Claudio Botosso
Italia 2002, 35 mm, 93’

Film presentato alla 59ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella rassegna "Nuovi Territori".

Le atmosfere sono da romanzo giapponese. Un sentimento di disarmata impotenza e ubbidiente rassegnazione si riflette in ogni momento della proiezione, cadenzata da un ritmo quotidiano e prestabilito che segna le regolari abitudini delle due sorelle. Una rigida impostazione della giornata che si contrappone alle estreme fondamenta su cui è costruita la loro esile esistenza. Ci sono solo loro due nella casa, studiano, mangiano, si lavano, dormono insieme. Solo un leggero via vai di uomini con cui la più grande provvede al loro mantenimento. Come faceva la madre, prima di morire. La più piccola studia a casa da sola, con l’aiuto della sorella. Che è tutto per lei: madre, insegnante e amante. Solo un motivo per uscire dalla porta di casa: la scuola di danza. E’ qui che conosce un uomo. E lo incontra di nascosto. Il precario e militaresco equilibrio si rompe, distrugge e finisce per autodistruggersi. L’ambiente claustrofobico della casa, teatro di amore tenero, dolore sordo e morte necessaria, si contrappone solamente all’uscita della scuola di danza, microambiente dove la più giovane sembra uguale agli altri. Eppure mai il miraggio della fuga. Come per un animale nato in cattività. Prigioniera del suo stesso destino. Di un corpo che può liberare in danza o vendere. Gli avvenimenti precipitano in un’unica direzione. Quella inevitabile di un destino segnato e senza via di uscita.
E’ un film pessimista dal ritmo così ripetitivo da risultare fascinosamente ipnotico. Le cesure sono intercalate da quadri di Madonne a rappresentare l’emblema della dualità, tra spiritualità e carnalità: «L’idea dell’unità mi ha sempre ossessionato. Cerco una via di fuga dalla scissione, ma qualsiasi cosa osservi è talmente suddivisa da farmi perdere il conto dei suoi frammenti. Per il mio primo film – ha dichiarato la regista Giada Colagrande – ho scelto il tema del doppio. Due sorelle. Il loro amore impossibile e la loro illusoria e fragile unità, rotta dall’irruzione di un altro amore».
Cinzia Bovio

Giada Colagrande è nata a Pescara nel 1975. Dopo aver vissuto tra Svizzera, Italia e Australia, dal 1995 abita a Roma, dove ha realizzato una serie di video su interventi e azioni di diversi artisti contemporanei. "Aprimi il cuore" è il suo primo lungometraggio.

Il primo lungometraggio di Giada Colagrande si svolge claustrofobicamente all’interno di un appartamento, spoglio e impersonale, che diventa teatro di un rapporto ossessivo fra due sorelle, Maria e Caterina. Maria, nome femminile italiano per eccellenza ma soprattutto un richiamo alla Vergine, si prostituisce senza entusiasmo per mantenere anche la sorella. È uno squallido andirivieni di uomini di ogni età che consumano senza partecipazione affettiva un desiderio che non trova uno sbocco naturale nella vita quotidiana. Caterina è spettatrice involontaria della violenza che il maschile infligge al femminile. Ma la violenza mina anche il rapporto fra le due giovani donne: Maria, che si immola volontariamente, chiede in cambio una dedizione assoluta, impedisce alla sorella minore di uscire, di frequentare coetanei e uomini, cerca e trova in lei la soddisfazione sessuale che il rapporto con l’uomo non può più darle. Caterina, per reazione, non cresce né evolve, rimane un’eterna bambina con le treccine, non conosce la vita e ne ha sicuramente paura. Unica isola e oasi felice è la scuola di danza. Caterina la frequenta con passione e sarà proprio lì che incontrerà un uomo, Giovanni, che diventerà il suo primo amore. Ma la gelosia e la competitività di Maria alimenteranno una spirale di violenza inarrestabile che sfocerà in una serie di delitti fino alla dolorosa liberazione e crescita della più giovane.
Come risulta evidente dall’esposizione della trama, il film affonda le proprie radici nella psicoanalisi: Maria, sorella maggiore, non fa altro che riproporre il rapporto che la madre aveva con lei e con la sorella più piccola. È quindi la madre, una Madonna terrena, che assume la duplice sembianza di vittima e carnefice e che soffoca chi ama, impedendole di crescere e diventare autonoma, per troppo amore sì ma anche per competizione. Caterina potrà trovare la propria strada, da adulta, solo superando e “uccidendo” la madre o, in questo caso, la sorella maggiore che rappresenta la stessa.
Il film ha una sua ragione d’essere nella confessione autobiografica della giovane regista che ci mette a parte di quello che sicuramente è un suo doloroso passato che ha probabilmente, a fatica, rielaborato. Appare con evidenza la buona fede e volontà della giovane esordiente nell’esprimere qualcosa di autenticamente personale, svincolato dalle logiche produttive. Eppure l’esperimento riesce solo in parte a causa di troppe ingenuità tecniche: gli schermi neri che concludono alcune scene o il montaggio alternato fra le scene di sesso e le rappresentazioni pittoriche delle Madonne. I dialoghi sono scarni benché spesso forbiti (Caterina studia in casa e cita quindi filosofi e artisti), la regia elementare ed essenziale, le situazioni ripetitive. Ad aggiungere sale alla narrazione contribuiscono certamente le scene di sesso, esplicite ed eloquenti, talvolta più reali che mimate. Ma è troppo poco per fare di quello che sarebbe stato un “corto” interessante un lungometraggio riuscito.
Mariella Minna

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