DOLLS
GIAP 2002 di Takeshi Kitano
con Miko Kanno, Hidetoshi Nishijima, Tatsuya Mihashi, Chieko
Matsubara, Kyoko Fukada, Tsutomu Tageshige
Tre storie d’amore, tre
storie tragiche; un ragazzo è obbligato dalla famiglia ad
abbandonare la ragazza che ama e a sposare la figlia di un
ricco dirigente. Il giorno del matrimonio scopre che la
ragazza da lui amata ha tentato il suicidio. Non esita a
correre da lei, la trova completamente inebetita. Vagheranno
insieme legati da una corda rossa.
Un vecchio yakuza stanco e malato
scopre che la donna che aveva dovuto abbandonare da ragazzo
lo attende ancora su una panchina ogni sabato. Corre da lei
ma è troppo tardi.
Una popstar rimane sfigurata a causa di un incidente
automobilistico. Un suo fan pur di incontrarla decide di
compiere un gesto estremo d’amore.
L’ultimo film di Kitano parte dalla ripresa di uno
spettacolo di bunraku, il tradizionale teatro delle
marionette giapponesi. Ad essere rappresentate sono storie d’amore
sempre tragiche. La vicenda che apre il film scritta da
Chikamatsu, autore del XVII secolo, narra dell’amore nato
tra un servitore e la sua padrona al fine di impedirle di
compiere un gesto tragico. Rappresenta dunque il prototipo
delle tre vicende presentate nel film, che a ben vedere
hanno come sottofondo la follia. Follia che è presente
nella prima vicenda narrata, che non a caso si snoda per
tutto il film. Il pellegrinaggio del ragazzo e della ragazza
legati dal filo rosso attraversa e sfiora le altre vicende,
le loro sagome vagano quasi a monito di come l’amore può
rendere folli. Le suggestioni sono molte, Shakespeare con il
Re Lear, gia portato sullo schermo da un altro grande
giapponese, Kurosawa, la follia di Ofelia dall’Amleto.
Il loro volto impassibile ricorda quello delle marionette, e
viene interrotto solo dal pianto della ragazza, che sembra
avere qualche barlume di coscienza, per poi ricadere nella
follia.
Ugualmente folli sono gli altri personaggi, la
signora della panchina, sempre vestita come il giorno in cui
il suo ragazzo l’ ha abbandonata, e il fan che arriva ad
accecarsi per amore, disperato perché non può vedere la
sua amata cantante. Kitano costruisce dunque la sua ultima
opera sul binomio amore –follia, evitando in modo
magistrale le corde del patetico. Lo stile è controllato ed
asciutto, fulminei flashback interrompono la narrazione. Non
mancano anche un uso magistrale del flashfoward , come nell’immagine
che mostra la macchina del ragazzo adibita ad abitazione per
lui e per la ragazza. Come sempre anche in questo caso il
regista lavora per sottrazione, mostrandoci il prima e il
dopo di un fatto, mai l’avvenimento stesso, come nel caso
dell’uccisione della famiglia del fratello dello yakuza,
arrivando ad una purezza quasi bressoniana. Notevole è
anche l’utilizzo dei colori in chiave espressiva. Le
vicende narrate si svolgono nell’arco delle quattro
stagioni, e il concetto viene rimarcato dalla straordinaria
varietà cromatica dei fiori. Un altro esempio dell’utilizzo
in chiave espressiva del colore può venire dalla presenza
del giallo; Kitano afferma di averlo utilizzato perché era
il colore delle ambulanze dei manicomi, un altro rimando
alla follia. Ci troviamo dunque di fronte ad un’opera
estremamente complessa nella sua apparente semplicità.
Kitano quindi non tradisce la sua visione tragica e
disincantata della vita allontanandosi dalla descrizione del
mondo della criminalità. La disperazione passa attraverso l’impassibilità
dei volti dei burattini. " Creare l’emozione
attraverso la resistenza all’emozione" diceva Bresson.
Kitano recepisce con Dolls in pieno questa massima,
regalandoci un film straordinario.
Mauro Madini
A partire da un teatro di marionette
giapponese (il cosiddetto Bunraku, terza forma di teatro in
Giappone), un montaggio fortemente ellittico e innovativo
(opera dello stesso Kitano) presenta le storie – parallele
ma non convergenti – di tre amori infelici ma immortali.
Il Kitano più lirico e più anomalo (amore, rapporto
uomo/donna molto approfondito) regala un film di autentica
poesia, forse anche troppo ostentata, sul tema dell’amore
perduto: una sinfonia dolente dominata dal colore rosso che
rinuncia alla violenza noir per parlare della vita e del
rapporto insondabile tra l’amore e la morte. Tutto è
esplicito e fortemente ostentato, anche la bella musica
dolente del fido Joe Hisaishi, ma la complessa messinscena
lascia a bocca aperta e invita a una speculazione filosofica
successiva e le scelte di regia sono assolutamente
meravigliose (il sangue è dello stesso colore rosso scuro
delle foglie autunnali degli alberi o delle rose), per non
parlare di alcuni dettagli fondamentali e appena
percettibili (la farfalla schiacciata, il teatro, il
soffietto con la palla, i vagabondi legati).
Triste ma forse aperto alla speranza, Dolls
si ispira alla stilizzazione del bunraku e agli
intrecci di Monzaemon Chikamatsu, lo "Shakespeare
giapponese, grande autore teatrale a cavallo tra il ‘600 e
il ‘700. E se il presupposto estetico del suo cinema è
sempre quello della "ricerca di una crudeltà nella
bellezza", questa volta il suo stile si fa più
astratto e rarefatto, quasi rischia di essere estetizzante e
didascalico: ma nulla è gratuito e tutto è studiato alla
perfezione. Il Kitano più filosofico (ci vuole una pazienza
infinita per superare la follia e anche il paesaggio ha una
sua sacralità: non a caso, il ciliegio fiorisce nel suo
splendore poco prima di appassire) è anche quello più
intimo (la sceneggiatura è sua e il film è coprodotto
dalla sua casa Office Kitano) e, a sentire lo stesso autore,
anche quello più violento (nel senso quello che analizza
con maggior profondità la "morte inevitabile e
sconosciuta") e sicuramente quello più difficile. Gli
stupefacenti costumi sono opera dello stilista Yohji
Yamamoto.
Scandalosamente dimenticato a Venezia
2002. DRAMM-SENT 113’ * * * ½
R.Donati
Bellezza e tristezza
Takeshi beat Kitano,
celebre star televisiva nonché cineasta d’eccezione,
abbandona con questo film il filone dei film d’azione e di
mafia che lo hanno reso celebre Brother, Sonatine, Hana-bi
(Leone d’Oro a Venezia) per immergersi nuovamente nelle
atmosfere intimiste e trasognate di L’estate di Kikujiro e
Il silenzio sul mare.
Con Dolls ("bambole"), il regista riprende e
attualizza l’antica tradizione giapponese del teatro delle
marionette (Bunraku, XVII°-XVIII°secolo) proponendoci l’intreccio
di tre storie d’amore travolgenti e assolute, che
condurranno i protagonisti alla morte.
Sawako e Matsumoto, i due
amanti-vagabondi, sono legati da una fune rossa che
rappresenta l’indissolubilità del loro amore, alimentato
dai rimorsi e dai rimpianti; Hiro, il boss della yazuka,
alla fine della vita cerca e ritrova la donna che aveva
abbandonato per intraprendere la carriera di gangster;
Haruna, la pop star all’apice del successo, accetta di
incontrare dopo un incidente stradale che l’ha sfigurata
uno dei suoi ammiratori più fedeli.
Al ritmo della struggente
colonna sonora di Joe Hisaishi, si alternano le quattro
stagioni: la primavera, la nascita; l’estate, il pieno
fulgore; l’autunno, il ripensamento; l’inverno, la
morte. La coppia degli amanti legati le attraversa tutte,
illuminata dall’impeccabile e colorata fotografia di
Katsumi Yanagijima e abbellita dagli eleganti costumi dello
stilista Yohji Yamamoto.
La regia è lenta fino all’immobilità,
la ricerca estetica è puntuale e mira all’essenzialità,
i richiami alla tradizione giapponese che da sempre coniuga
amore e morte, passione e sacrificio del sé, abbondano nel
film a tutt’oggi più nipponico di Kitano. Eppure, anche
lo spettatore occidentale non mancherà di commuoversi e di
coinvolgersi assistendo all’ineluttabile destino che
travolge le marionette-uomini.
Con questo film, intriso
di suggestioni ed estetismo, il regista sembra dirci che l’amore
è l’ultimo baluardo alla volgarità e al cinismo dei
tempi moderni. L’ultimo valore assoluto, per cui valga la
pena mettersi completamente in gioco, pur a rischio della
propria esistenza. Omnia vincit amor, su tutte le cose vince
l’amore: sull’avidità e l’ambizione, sul tempo che
fugge inesorabile, sulla vanità e il successo.
Mariella Minna
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