Il sorpasso
di Dino Risi
Venezia quest’anno ha omaggiato con il
Leone d’oro un grande autore del nostro cinema: il regista
Dino Risi. E in suo onore ha proiettato, davanti ad un
pubblico di giovani e di appassionati, il suo capolavoro,
"il sorpasso". La storia dello sbruffone romano
Bruno, fallito quarantenne che gira per la città in cerca
di compagnia sulla mitica un'Aurelia sport, e del giovane e
timido Roberto, studente di Giurisprudenza riservato ed
integerrimo, hanno affascinato e commosso tutto il mondo. E
a quarant’anni esatti dalla sua realizzazione, questa
pellicola raffinata non sembra tramontare. Sarà per merito
della perfetta sceneggiatura, firmata Dino Risi, Ettore
Scola e Ruggero Maccario, della superba interpretazione dei
due protagonisti, Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant,
della ricercata fotografia di Alfio Contini o del tocco
magico dello stesso Risi, ma nel complesso "Il
sorpasso" resta uno degli affreschi più riusciti ed
intelligente di quel momento storico e di un’Italia
impazzita dagli effetti incontrollabili del boom economico.
Lo stesso personaggio di Bruno è il frutto di una nuova
categoria sociale che si andava delineando in quel periodo:
finita l’epoca della fame, i nuovi ricchi andavano in giro
su macchine sportive, alla volta delle loro case, sulla
costa della Versilia. Ma Bruno è anche un chiacchierone,
che nella vita non è riuscito a portare niente fino in
fondo, né sentimentalmente, né dal punto di vista
professionale.
Tira avanti perché è un maneggione, un incantatore di
serpenti, con una grande capacità oratoria, capace di
incastrare imprenditori ricconi ed inesperti. Roberto è
invece un ragazzo per bene, di buona famiglia, con un futuro
brillante. Forse la sua vita è un po’ noiosa, ma sicura.
Il loro incontro sarà un’avventura che durerà solo 24
ore, ma che li porterà in luoghi (del cuore) mai esplorati
e segnerà per sempre il loro futuro. "Nel Gassman de
"Il sorpasso" io mi riconosco in pieno" –
afferma Dino Risi – "Anche se io non ero così, avrei
voluto esserlo: un po’ mascalzone, cialtrone, rubadonne".
E forse è questa la grande dote di questo film: che,
mettendo in scena le debolezze, i mali e le caratteristiche
dei personaggi di quel mondo, permette una profonda
immedesimazione/repulsione, che coinvolge da subito, fino a
quel finale tragico, già scritto, che si avrebbe tanta
voglia di cambiare.
Francesca Manfroni
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