VELOCITA’ MASSIMA
IT 2002 di Daniele Vicari
con Valerio Mastandrea, Cristiano Morroni, Alessia Barela, Ivano De Matteo, Massimiliano Dau, Ennio Girolami.

Stefano ha un’autofficina a Ostia; Claudio aspira a fare il meccanico: si incontrano e, tra gare truccate e donne altrui, fanno amicizia. Almeno per un po’. Romanità tamarra, spirito fricchettone lievemente anarchico e antiquato nonostante l’estetica da videoclip postmoderno, filosofia spicciola e qualunquista, maschilismo imperante abbastanza irritante (le donne sono sempre e comunque "facili prede" e l’amicizia viene prima dell’amore, forse per la paura della maggiore responsabilità che questo comporta), sesso e motori, cafonerie e colonna sonora fracassona a manetta, stereotipi banali: un film di genere come non se ne vedevano da anni, a metà fra Fast and furious e Taxi (non nominate Strada a doppia corsia, please), piacione e inizialmente piacevole e tutto sommato onesto, più ripetitivo, povero e comunque scontato quando si tratta di analizzare sentimenti e psicologie. Sull’orlo del trash da culto, con rischio di pericolosa immedesimazione e una certa ruvidezza efficace nel fotografare una generazione di italiani (anche chi ha problemi di soldi, non può non avere certi status symbol: cellulare, macchina, scooter; ma le ricariche e la benzina non gli costa?) povera di ideali (gli unici che valgono sono la forza e l’abilità nel guidare macchina truccate all’Obelisco). Uno spaccato generazionale pieno di facili ribellismi, di citazioni (Gioventù bruciata, ovviamente) , di perdenti e di degrado urbano: altro che Ultimo bacio, e quasi da western il finale. Un film romano per i romani, che vuol dare un colpo al cerchio e uno alla botte ma fallisce nei nobili propositi e affonda nei tentativi di critica sociale: l’esordiente Vicari (famoso come documentarista) si addentra in territori troppo grandi per lui e ammette di essersi ispirato, lui che non ama né conosce il cinema di genere, ai videogiochi della Playstation per le scene di racing cars (ma avesse visto più film di Friedkin non sarebbe stato sicuramente peggio). La riscoperta di una certa (sotto)cultura di genere non può far che bene all’asfittico cinema italiano di oggi, ma ci vuole più coerenza e coraggio. Dedicato a Guido Aristarco (professore – e amico – di Vicari) e a sua moglie Teresa: avrebbero gradito? COMM 111’ * *
Roberto Donati

Lanciato dal marketing come un "Fast and furious" all'amatriciana, in realtà il debutto nel lungometraggio di Daniele Vicari e' soprattutto il racconto di una bella storia, cui il sottobosco delle corse clandestine offre adeguata e necessaria cornice. Due i personaggi protagonisti: Stefano, proprietario di un'officina ma pieno di debiti, e Claudio, un diciassettenne che viene assunto come praticante meccanico non pagato. L'ombra della tragedia avvolge il film fin dall'inizio, perche' siamo abituati a pensare che la forza di un messaggio sia direttamente proporzionale alla violenza con cui viene scagliato. Il regista, invece, evita le facili trappole della morale spicciola e, con grande rispetto per l'intelligenza dello spettatore, lascia al pubblico totale liberta' di trarre in autonomia considerazioni e conclusioni. Daniele Vicari suggerisce strade, ma non giudica i personaggi ed e' sicuramente questo aspetto a renderli cosi' empatici e lontano da qualsiasi ideologica simbologia. Il rapporto tra Stefano e Claudio è scritto con grande sensibilita' (molto in parte Valerio Mastrandrea, una vera rivelazione Cristiano Morroni) e la regia si affranca dal minimalismo di tanta cinematografia italiana degli ultimi anni rendendo dinamica ogni inquadratura. Buona parte del merito va sicuramente al direttore della fotografia Gherardo Gossi, che cura l'immagine permettendo sempre, anche nelle lunghe sequenze notturne, una nitida ricezione. Quanto alle tanto vociferate sequenze d'azione, la regia si preoccupa di rendere l'idea della velocita' senza spettacolarizzare le gare automobilistiche. Scelta derivante forse da limiti di budget, ma in linea con lo spirito del film che non vuole raccontare il mondo delle corse clandestine, ma molto piu' efficacemente il disagio di una generazione. Una vera e propria sorpresa, quindi, nel panorama asfittico del cinema italiano. Speriamo che il pubblico, ma prima di tutto la distribuzione, riescano ad accorgersene.
Luca Baroncini

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