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A.I. Artificial
Intelligence
di S. Spielberg
Dopo anni di gestazione e buona pace
tra chi vede inconciliabile la linea registica di Stanley Kubrick con quella di
Steven Spielberg, ecco finalmente il frutto di tanta fatica. Intanto
è bene
subito chiarire, per evitare ulteriori discussioni al riguardo, che
"A.I." è un film di Steven Spielberg, che ha curato anche la
sceneggiatura, nato da un'idea e da un progetto di Stanley Kubrick. E il
risultato è
un film forse non equilibrato, nei tre atti in cui, per
comodità, può essere
suddiviso, ma sicuramente capace di suscitare grandi emozioni.
Tutto parte in un futuro non troppo lontano dove l'evoluzione ha portato a
costruire sofisticati robot in grado di provare emozioni. Uno dei primi
prototipi viene affidato in via sperimentale ad una famiglia. In questo contesto
intimo e raccolto si svolge la prima parte del film, a cui segue un momento di
grande commozione prima di seguire l'evoluzione del piccolo David, sempre
più
umano e meno robot. Del resto quando si parla di madri, figli, abbandoni, le
lacrime sono sempre in agguato, ma il regista riesce a colpire senza cadere in
facili patetismi grazie alla forza della storia che racconta.
La parte centrale, che segue il cammino del piccolo David attraverso un efficace
e poetico parallelo con la favola di "Pinocchio", è
forse quella meno
convincente. Da un'atmosfera silenziosa e introspettiva si passa ad un fuori
caotico, dove trionfano gli effetti speciali, i personaggi diventano a senso
unico e la narrazione incappa in qualche buco logico. Interessante la figura del
gigolo Joe, ben interpretato da Jude law, ma un pò irrisolto il suo legame con
il protagonista e il modo frettoloso con cui viene liquidato. Con la parte
finale, invece, si giunge ad un bivio. Se prevale la
razionalità si rischia di
trovare la conclusione patetica, se invece si riesce a spogliarsi di qualsiasi
corazza critica, o meglio da critico (e il film ha la capacità di condurre a
questo stato emotivo), si entra nella poesia, nel lirismo, nella favola, nel
sogno e nella sincera commozione. Peccato per il disegno poco originale
dell'ulteriore evoluzione umana, forse un omaggio alle stilizzate
creature di
"Incontri ravvicinati del terzo tipo". Tante le considerazioni
suggerite dal film: i limiti etici della tecnologia, l'incerto futuro dell'uomo,
l'integrazione tra diversità, ma su tutte domina il lato emozionale, acceso
nella prima parte, in stand-by in quella centrale e in loop nella struggente
conclusione. Chissà, forse nelle mani di Kubrick avrebbe avuto un taglio
diverso, ma che importa! Godiamoci l'opportunità di tornare bambini con una
bella favola! Senza difese razionali e con gli occhi spalancati!
Luca Baroncini
----- A.I.-Intelligenza
artificiale - intelligenza artificiale - artificial
intelligence con Haley Joel Osment - HALEY JOEL OSMENT e
Jude Law - JUDE LAW
A.I. (è troppo volgare la prima
parte?)(comunque molto ironica...)
A.I. è un capolavoro. Le critiche,
a quest'opera mastodontica, possono giungere evidentemente
solo da ometti dalle capacità mentali assai ristrette,
così arretrati col pensiero da non riuscire a carpire la
magia che si cela in questo film, la purezza
cinematografica che sprigionano alcune delle sequenze più
belle mai girate nella Storia. Ma vi comprendo, ometti:
A.I. è una perla rara, e per questo non riuscirete a
comprenderne lo splendore. Perchè Spielberg questa volta
osa come non ha mai osato. Si spinge oltre, oltre il
cinema, oltre la fantasia. Dà vita all'inimmaginabile, un
nuovo e strepitoso mondo che non smette di sorprendere ed
emozionare.
Ebbene, la prima parte, che funge quasi da introduzione,
è la più delicata, la più sentita e sentimentale: la
"nascita" e la difficile instaurazione nel
freddo ambiente famigliare sono narrate con una leggerezza
incantevole, quasi ipnotica. L'ingenuità del
bambino-robot riesce ad essere opprimente e commovente
allo stesso tempo, e ciò permette a Spielberg non solo di
evitare la melassa, ma anche di straziare e colpire lo
spettatore, nell'ultima meravigliosa sequenza-capolavoro
di questa prima parte: la madre piangente che abbandona il
figlio androide nel bosco, è un pugno dritto allo
stomaco, una sequenza che rimane stampata nella memoria
per la sua potenza drammatica.
Ma è solo il prologo di una grande epopea.
Nella seconda parte Spielberg supera sè stesso. Ci
coinvolge in un'avventura indimenticabile nel "Paese
dei balocchi", ricca di geniali invenzioni e di
trovate registiche (la meravigliosa carrellata intorno al
circo vale da sola 20 anni di Cinema). Rispunta qui la sua
poetica più classica, riuscendo però a non cadere nel
banale, o nel kitch, dando una prova di maturità - ma che
dico, di maestria - registica da far impallidire il
compianto Kubrick. Ma è anche la parte più debole,
quella meno "diversa", meno originale, dove
prevalgono i connotati esagitati da baraccone, al centro
di un discorso che va ben al di là delle superficiali
apparenze. Eppure, signori, nonostante ci siano scene più
sbilanciate (le domande al computer; la fuga dalle moto -
che comunque rimane un altro pezzo di bravura), che
potenza narrativa!
Infine, il penultimo segmento, poderoso nella sua
essenzialità. Una serie di sequenze di sconvolgente
perfezione ci accompagnano fino al gran finale: il bambino
che uccide il suo "clone"; sempre il bambino,
che si lascia cadere in acqua dal cornicione del palazzo;
Jude Law che ci abbandona sorridendo, trascinato via dalla
polizia; la scoperta della Fata Turchina. Questo è
Cinema, capace di commuovere, di sorprendere, di
spiazzare. Emozioni allo stato puro, indescrivibili, come
non se ne sentivano da tempo. Un cineasta che raggiunge
(grazie a Kubrick? forse...) livelli irraggiungibili di splendore cinematografico. Poi: l'epilogo. Pur nella sua
magnifica costruzione, quest'ultima parte soffre di una
freddezza gelida che viene, paradossalmente, dall'eccesso
di zelo. Troppo mieloso questo riabbraccio con la madre,
troppo ambizioso il discorso (che giustamente molti
paragonano al finale di 2001) che si cerca di affrontare, troppo
"oltre". Anche se è proprio questo suo essere
"oltre", ogni cosa, ogni immaginazione, che
rende "A.I." un vero capolavoro, il film del
nuovo millennio, un'opera indimenticabile, così come sono
indimenticabili le emozioni che provoca.
Andrea D'Emilio
-- A.I.-Intelligenza
artificiale - intelligenza artificiale - artificial
intelligence con Haley Joel Osment - HALEY JOEL OSMENT e
Jude Law - JUDE
LAW
Siamo in un remoto futuro, su una terra in cui le risorse scarseggiano.
L'industria robotica è all'avanguardia, e i robot, sempre piu' simili ad esseri
umani ma considerati come macchine, vengono utilizzati per soddisfare i bisogni
dell'uomo. David, robot bambino di ultima generazione, viene creato per
replicare fedelmente i comportamenti e le emozioni umane e soddisfare
così un ultimo bisogno: crescere un bambino in una società in cui avere figli
è un lusso concesso a pochi.
A.I. nasce come progetto anomalo: film di culto già da molti anni prima della
sua uscita, pensato e ideato da Stanley Kubrick prima della sua morte, e poi
passato nelle mani di Steven Spielberg per volontà di Kubrick stesso. Sulla
carta, un progetto ambizioso ma di sicuro impatto, diretto da uno Spielberg che
potrebbe, almeno per una volta, essere tenuto a freno nei suoi eccessi deliranti
dalla paura di rovinare il progetto del genio del cinema Stanley Kubrick. E il
film, non si può negarlo, è in effetti di una bellezza e di un coinvolgimento
incredibili: Haley Joel Osment, ormai attore bambino per eccellenza, quasi
spaventa da quanto è bravo, gli effetti speciali digitali sono assolutamente
perfetti e la sceneggiatura non cade nelle trappole della retorica (cammina
sull'orlo del precipizio, ma non sprofonda mai nel moralismo
Spielbergiano) e si muove agilmente tra azione e riflessione.
Tutto questo però avrebbe funzionato se Kubrick fosse ancora vivo, e avesse
impedito a Spielberg di rovinare due incredibili ore di film con uno dei finali
piu' brutti degli ultimi anni, pari solo alla delirante conclusione di "Mission
to Mars". è incredibile come, arrivati a un punto in cui potrebbero tranquillamente partire i titoli di coda, Spielberg
decida di continuare il film con uno dei suoi soliti e famigerati salti
temporali (basti pensare ai finali di "Schindler's List" e di "Salvate il soldato Ryan"), talmente gratuito,
retorico ed inutile da sfiorare i capolavori trash di Ed Wood per
banalità ed assurdità.
Io un consiglio ve lo do, anche se so che non lo seguirete: arrivati alla scena
con un sottomarino in fondo al mare, e la voce narrante che sembra concludere,
uscite dalla sala e conservatevi il ricordo di questa pellicola.
Perchè,
veramente, guardarsi anche il resto del film è talmente irritante che non lo
consiglierei nemmeno al mio peggior nemico.
Graziano Montanini
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