Canicola
(Hundstage)
di Ulrich Seidl

"Hundstage", gran premio della giuria a Venezia 2001, rappresenta, pur conservando un impianto interessante di cinema, una delusione; o meglio un decadimento di un certo tipo di cinema. Un cinema che sembra affiancarsi alla commedia nera corale, all'estetica di Haneke, alla sgradevolezza di Von Trier. Sembrano questi i modelli; ma alla fine della pellicola, rimane un normale divertimento da cine club e nulla più. Scene ben girate, per dire quella delle sgommate del coatto con il cappello della nike; piani illuminanti come quelli dei panzoni che
si abbronzano; oppure momenti che sfiorano il trash come lo spogliarello della settant'enne. Tutto questo condito da ciò che questo cinema richiede: l'orgia, le penetrazioni, un pompino, qualche figa, la visione della mediocrità di un tipo di gente (in questo caso quelli che affollano questa schiera di villette nel periodo di canicola). Una serie di ingredienti che fanno il solito film trasgressivo, scorretto.
Sembra un buon film e forse lo è. Solo che la pochezza di gusto cinematografico, il continuo deja vu , lo rende un film che certo il giorno dopo inizi a dimenticarlo. La fotografia pecca, il film è girato in maniera troppo convenzionale e i personaggi nella loro cattiveria e nel loro gusto del grottesco diventano di maniera se si pensa a certi film (si può citare Funny Games, come anche Festen o Idioti, come anche Happines). Comunque una macedonia equilibrata di
certo di cinema già visto.
Diamogli un sei. Proprio per confermare che un film scorre nella memoria e spesso prima di parlarne, di concepirlo, ci vuole del tempo, posso dire che all'uscita del film gli avrei dato forse un sette e mezzo.
Ma esiste un tempo giusto per fare una recensione.
Voto: 6
Francesco

"Cosa c'e' da raccontare sulla felicità? La vita non tratta della felicità, al massimo tratta della ricerca di essa e della delusione nel riconoscere che e' pressoche' impossibile da raggiungere!"
Questa dichiarazione del regista austriaco Ulrich Seidl e' sicuramente il miglior commento alla sua opera prima di finzione cinematografica. E' infatti un'umanità disperata e senza coscienza quella che popola il suo film, che vive alla periferia di Vienna nel silenzio di candide villette a schiera, in un paesaggio delimitato unicamente da autostrade, iper-mercati e grandi magazzini. Sei micro-storie si sfiorano in questo ambiente, ma più delle singole storie sembra importante per il regista colpire lo spettatore, mostrandogli desolazione, solitudine e squallore. E in questo senso Ulrich Seidl pare odiare i suoi personaggi: li umilia, li rende ridicoli, li priva di qualsiasi dignità. L'unica simpatica e vitale (un'autostoppista cresciuta con la televisione che gira sciorinando classifiche e dicendo tutto quello che pensa) e' mezza pazza e verrà ingiustamente punita.
Come se nemmeno nella pazzia ci si potesse salvare.
Disturba il film, nonostante gli intenti di critica sociale siano presto chiari e lo sviluppo degli intrecci raccontati sia soffocato da una certa prolissità. Disturba riscontrare l'ennesimo vuoto di una
classe sociale (la borghesia?, ma ha ancora senso usare questo termine?) cresciuta all'ombra di un successo esclusivamente materiale fondato su soldi, status-symbol, possesso, dove l'impossibilità di
comunicare e' un dato di fatto contro cui si e' ormai smesso di combattere.
Ogni tanto però, nella perfetta e crudele geometria delle location, si aggira lo spettro di un giudizio morale. Come se un rapporto sadomasochista o il sesso tra persone anziane debba per forza essere
sinonimo di squallore e vacuità, e questo rischia di inquinare la lucidità della critica sociale. Nell'insieme, comunque, la deriva umana di cui si e' testimoni, punto di arrivo le cui motivazioni
vengono lasciate allo spettatore, colpisce e scuote dal torpore di una rassicurante indifferenza mascherata da sorrisi.
Luca Baroncini

Noto che negli ultimi tempi le mie recensioni ai film in uscita sono state tutte di stampo positivo. In effetti, nei periodi di intenso lavoro come questo in cui non riesco a recensire tutti i film che
vedo, preferisco parlare di quelli che mi sono piaciuti piuttosto che sprecare tempo scrivendo di pellicole mediocri.
Non posso esimermi però dallo stroncare questo "Canicola", acclamato al Festival di Venezia come innovativo e trasgressivo ma in realtà perfetto esempio di cinema falso e deteriore.
Il film e' un insieme di microstorie, sulle orme dell'ormai abusato stile Altamaniano, che narrano le vicende di un'umanità misera e degradata, in un'Austria mai così diversa dal luogo pulito ed
ordinato che tutti ci immaginiamo, popolata da spogliarelliste obese e autostoppiste subnormali (interpretati da attori non professionisti che, non si può negare, sono più che realistici nelle loro parti).
E' difficile capire cosa di geniale abbia trovato la critica in questa pellicola, visto che le varie vicende, che ovviamente e banalmente finiscono per intrecciarsi, non hanno ne' capo ne' coda, perfetto esempio di narratività fine a se' stessa. E non si può spiegare il film nemmeno con la necessità di raccontare a tutti i costi la degradazione suburbana, visto che non e' certo un'idea innovativa, ed e' già stata sfruttata innumerevoli volte, con esiti sicuramente migliori.
Viene da chiedersi se non siano state proprio le sbandierate provocazioni a spingere i critici ad accodarsi al coro di critiche per non passare per moralisti e censori...
Comunque sia, due ore di film sul nulla assoluto attendono l'incauto spettatore. Con un'unica, divertente, scenetta che da sola vale tutto il resto del film: un uomo, a carponi e con una candela infilata dove non batte il sole, che canta "La cucaracha"...
Voto: 4
Graziano Montanini

Anche se il metodo è fritto e rifritto (il coro di storie) e il tema ormai è un po', come dire, fuori moda (la critica sociale al ceto medio), questo film centra l'obiettivo. Il ritratto dei borghesotti sud-austriaci che emerge è assolutamente devastante: ognuno chiuso nella sua bella casa con giardino in riva al lago, ognuno con una bella macchina, magari un cane, una dispensa strapiena di cibo, e ognuno con le proprie manie nascoste. 
Qualcuno partecipa ad orge sia in casa propria che nei sex centre (ricordate la pianista di Haneke?), qualcuno fa impersonare la moglie morta alla domestica, qualcuno convive separato in casa con la moglie --- e che dannato crescendo Seidl costruisce attorno a una palla da tennis ossessivamente lanciata per terra e contro i muri! Chi ne fa le spese sono i giovani, isterici e plagiati dai marchi di fabbrica --- il che non lascia sperare nulla di buono per gli anni a venire. 
E` un film in cui, se mi passate il "parla come mangi", il profilmico la fa da padrone. Più che imbastire un discorso cinematografico e stilistico, Ulrich Seidl punta su una scelta meticolosa degli esterni, degli interni e dei corpi: esterni orrendi, disumani, strapieni di marchi e marche, autostrade ribollenti, file di case tutte uguali (genovesi: pensate a Quarto Alta!). Interni di un nitore disgustoso, pulitissimi, ordinatissimi, giardinetti super coltivati, e invece viali e strade che tradiscono una certa incuria, come a dire: qui ognuno tiene pulito il proprio orticello. E finalmente, su quei giardini, sulle sdraio, sui terrazzini in cemento armato, corpi disfatti, grassi, sovrappeso oppure grottescamente magri, braghe alla zuava, bretelle, seni e natiche flosce, il disfacimento fisico oltreché morale.
Seidl non ci risparmia niente nella fiera delle bassezze umane, filmando un'orgia senza alcuna riserva, mostrando in atteggiamenti da gran diva cinquantenni che si credono di trentanni più giovani, andando dolorosamente a scavare nel rapporto fra due adolescenti ipertrofici (troppo ricchi, intendo dire). Duro fino alla nausea, sebbene fondamentalmente privo di conclusione o di intreccio narrativo, Canicola resta un bel quadretto, di quelli che in Italia dovremo aspettare ancora per vedere. Immaginatevi, per fare un parallelo, qualcuno che canta Fratelli d'Italia mentre fa una sega al padrone di casa... 
Claudio Castellini

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