L'ultimo bacio

PRO
Un passo avanti per la "salvezza" del nostro cinema

"L'ultimo bacio"  di Gabriele Muccino ha senza dubbio rappresentato un piccolo passo avanti per la "salvezza" del nostro cinema. Questo perchè Muccino ha saputo, senza eccedere nella scopiazzatura fine a se stessa, aggiornare, sperimentare e evolvere il suo linguaggio attraverso una regia di stampo americano e  riuscendo a suo modo ad essere funzionale, attento alle piccole sfumature.
L'affresco corale dei trentenni e dei loro sentimenti, pur nettamente vicino allo stile e alla forma dello straordinario "Magnolia", è ben rappresentato per diversi motivi. Principalmente grazie al mestiere di Muccino e ai suoi movimenti di macchina, che ondeggiano tra funzionali piani sequenza, dolly forse abusati ed interessante uso della macchina a mano; ed inoltre per la recitazione nettamente sopra alla media del cinema italiano.
Accorsi, ma soprattutto la Mezzogiorno si sono dimostrati attori di ottima levatura, sapendo entrambi dare un tono angosciante e terribilmente veritiero ai loro personaggi.
Rimane il rammarico di vedere un cinema italiano che non tenta di superare le solite rappresentazioni di genere, il rifugiarsi continuamente ai drammi sentimentali. A Muccino certamente va il coraggio e la capacità di usare un linguaggio non stereotipato, di narrare senza artifici poetici e contenutistici, insomma di tentare di essere osservatore ma anche veicolatore di emozioni nell'ambito del film.
Questo è un merito. Riguardo al senso dell'affresco, a ciò che il film abbia potuto esprimere. di certo è un film  veritiero e soprattutto ben scritto, tranne in alcuni momenti un pò scontati. Per il resto l'angoscia prende anche lo spettatore, il ritmo serrato, scandito con musiche e montaggio di grande rilevanza, riesce a dare al film un impronta forte ed efficace. Tutto questo nell'ambito di un genere che andrebbe superato e impostato con diversi contenuti.Ma per ora non ho che da essere soddisfatto, se non altro perchè una certa estetica imperante in questo film si è parzialmente annullata.
Francesco Picerno

Non sempre (quasi mai) i film italiani fanno successo al botteghino, a meno che non vadano "a spasso nel tempo" o "in vacanza a Natale", insomma dovunque, l’importante che pensino (e facciano pensare) poco ed inseguano una risata fatta di ormai antichi cliché del buon vecchio trash italiano. Non sempre (ma già più spesso di quanto detto in precedenza) gli stessi film italiani passeggiano a fianco della "qualità", bellissima parola con la quale molti "critici" si sciacquano la bocca per stroncare questo o quel film, ma il cui significato è spesso travisato.
Una storia che coinvolga, ma allo stesso tempo offra spunti di riflessione, su di noi, su ciò che ci circonda, che sappia stimolare le nostre idee, risvegli in noi piccole o grandi esperienze, scuota il nostro punto di vista o lo avvolga in pieno; un occhio che scruti, ma non invada, che ruoti, circondi, si allontani e si avvicini ad un sentimento, ad un’emozione, permettendo di sentirne il riflesso dentro noi. Non è necessario che la fotografia sia superba, o la sceneggiatura sia scritta da un poeta o il regista sia Kubrick, basta una buona storia ben raccontata, che sia in grado di scorrere sulla pelle del pubblico provocandogli sensazioni verosimili, meglio se toccandolo nel cuore. Questa è l’essenza della qualità, che "L’ultimo bacio" porge magistralmente su di un vassoio d’argento allo spettatore, il quale naturalmente ne sta decretando il successo.
Un successo è il risultato di una lunga serie di componenti, ma trova la sua fonte in un’idea, l’idea ispiratrice di tutto il resto, e buona è quella di portare in scena più storie parallele, tra loro legate da vincoli di amicizia, parentela, ma soprattutto da quel senso di insoddisfazione ed inadeguatezza, comune a tutti i personaggi nel film, verso una vita dove l’Amore è il punto d’equilibrio che mai riesce a stabilizzarsi e che sembra renderla non solo vana, ma inconcludente, senza capo né coda, trasformando tutto in sofferenza.
Ecco allora la storia del ragazzo lasciato, ma che non si arrende all’evidenza della realtà, quella del padre di un bambino che non riesce più a sopportare la moglie, inevitabilmente trasformata dopo la gravidanza, quella della cinquantenne stufa dei trent’anni di un matrimonio piatto con un marito pressoché indifferente, per passare al ragazzo che non riesce ad andare oltre la notte con una ragazza, fino alla storia centrale, attorno cui ruotano come satelliti le altre, del convivente (in attesa del matrimonio) che tradisce la partner incinta, spinto da un Amore spentosi in quotidianità e ripetitività. Storie di giovani in cerca di un senso a ciò che affrontano giorno per giorno, affiancate da quella "over-50" interpretata da Stefania Sandrelli, a ricordare che l’insoddisfazione della propria esistenza e la sofferenza causata dall’Amore, che il film inscindibilmente lega, non è un problema esclusivamente "giovanile", che non ha la soluzione nel trascorrere del tempo ed accomuna tutti.
Il film si struttura quindi come una serie di orbite intorno al nucleo principale, tra le quali il regista saltella qua e la’ con buona disinvoltura, fino a concentrarsi poi nell’ultima parte quasi esclusivamente sul tradimento della storia principale. Originale la visione del film nelle scene in cui le storie si mischiano, con movimenti di macchina fluidi che passano da un dialogo all’altro, da una zona ad un’altra della scena, tramite semplici spostamenti, a marcare ancor di più il loro incontro ed a suggerire una quasi contemporaneità delle azioni, che l’occhio cinematografico e umano, possono cogliere una alla volta. Lo stesso stile si manifesta nella rappresentazione delle singole storie, dove i dialoghi vengono spesso visti attraverso una visione mobile: la macchina sovente rincorre-segue i personaggi, li affianca nel loro affannarsi, li avvicina ad intima distanza nel loro scontrarsi, quasi per traspirare meglio i moti dell’animo che animano i protagonisti di ogni storia.
Ottima  l’interpretazione dei due protagonisti, Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno, compagni nella finzione come nella realtà, che danno vita ad un litigio così intenso da riuscire a trasmettere allo spettatore da una parte la forza della disperazione per una certezza di vita (la fedeltà del proprio compagno) che crolla improvvisamente, e dall’altro la fatica di un partner, che deve rispondere delle proprie colpe, mentre divampa dentro di sé la battaglia tra l’istinto di passione verso l’amante e il senso del dovere dello stare accanto alla donna che sta per dargli un bambino. Questo scontro di emozioni è la scena più intensa di un ottimo prodotto, capace di regalare qualità ed incassi, che dà ennesima speranza al cinema italiano, che vive di elemosina in attesa di una nuova, insperata, rinascita.
Francesco Rivelli

CONTRO
L'ultimo plagio

Ennesimo tipico prodotto italiano (ormai li fanno con gli stampini 'sti film), diretto dal giovane Gabriele Muccino, che dopo aver dato prova della sua piattezza stilistica nei pessimi ECCO FATTO e COME TE NESSUNO MAI, decide di "maturare" nella scelta dei temi e nel come trattarli. Sarà per senso di inferiorità, ma la prima parte è chiaramente - più - che ispirata a MAGNOLIA e alle sue atmosfere. Si parlerebbe di plagio, ma il tentativo di Muccino appare talmente triste e malfatto da far provare pietà. Siamo nella sagra del luogo comune e dello stereotipo, nell'universo macchiettistico e provinciale che contraddistingue i registi italiani dei nostri tempi. Tutto sà di piatto e di televisivo, di perbenismo moralista.
Dell'opera si salva poco o niente: i pochi sprazzi dove si intravedono recitazioni decenti (Accorsi, la Mezzogiorno, e la ragazzina. Gli altri sono tutti inguardabili); qualche sequenza diretta con buona mano. Il resto è immondizia, spazzatura, umiliante simbolo di un cinema che più in basso non può andare. Muccino è un borghesuccio figlio della televisione, le sue opere trasudano del più bieco e compiaciuto provincialismo. E adesso non solo si permette di fare il verso ai capolavori americani, ma anche di fare una morale, la più putrida e schifosamente leccata che si sia mai vista.
Paradigmatico.
Andrea D'Emilio

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