LULTIMO BACIO
di Muccino
Regia, sceneggiatura e soggetto di Gabriele
Muccino, al suo terzo film dopo "Ecco fatto" e "Come te nessuno mai".
Fotografia di Marcello Montarisi, scenografia di Eugenia F. Di Napoli, montaggio di
Claudio Di Mauro, Costumi di Nicoletta Ercole, Musiche originali di Paolo Buonvino. Durata
115. Italia, 2000.
Lascia senza parole il film, al termine della
proiezione. Non si tratta dei soliti minuti di metabolizzazione, è che non si è certi di
dover conservare qualcosa, per il dopo.
Pochi i personaggi, unico il problema con il quale sono costretti a confrontarsi:
il rapporto uomo-donna e quindi, attraverso questa prospettiva, la crisi dei trentenni o
addirittura dei cinquantenni.
Per questo il film pare un mosaico di primi piani, e lattenzione si focalizza
attorno alle coppie Giulia (Giovanna Mezzogiorno) e Carlo (Stefano Accorsi), Anna
(Stefania Sandrelli) e Emilio (Luigi Diberti), Adriano (Giorgio Casotti) e Livia (Sabrina
Impacciatore), Paolo (Claudio Santamaria) e Arianna (Regina Orioli), Alberto (Marco Cocci)
e le sue donne (tra le quali si riconosce per un attimo anche Carmen Consoli, autrice
della canzone che dà anche il titolo al film). Isolati si distinguono un paio di amanti,
abbandonati, Sergio Castellitto e Martina Stella.
Troppo schematicamente (stupisce lintenzionalità), da una parte gli uomini
pretendono le passioni di un tempo, rifiutano le responsabilità e la routine
delletà più matura, dallaltra le donne paiono invece più disponibili a
confrontarsi con una nuova fase della vita che sembra concretizzarsi nella maternità. Una
loro proiezione si può riconoscere nei genitori di Giulia, cinquantenni sposati da 27
anni che alla fine, dopo un grottesco abbandono di lei (simbolico il suo volto riflesso
nello specchio nellatto di struccarsi, con in un angolo la foto della sua smagliante
e fresca giovinezza) sofferente per lindifferenza del marito ormai da tempo
rancorosamente rassegnato alla morte della passione, ammettono quasi inverosimilmente ma
affettuosamente che, comunque, "ne è valsa la pena".
Diverse sono almeno le soluzioni aperte dai vari
protagonisti. Carlo non ritrova più in Giulia la passione dei primi tempi e, dopo tre
anni di convivenza e lannuncio di una figlia in arrivo, rivendica la necessità di
"innamorarsi ancora fino a 100 anni". E forse la scena più bella, e più
viva, reale e tangibile, quella della reazione di Giulia alla scoperta del tradimento di
Carlo. Urla e lacrime, avanti e indietro, per vortici di scale, per corridoi. Viscerale,
poteva addirittura risultare ridicola o al contrario altamente drammatica, e invece tira
fuori tutto, dalle viscere appunto, e sembra solo vera. Lui invece, finalmente, vi coglie
lalibi per tradirla davvero, in una notte di rabbia trascorsa con la diciottenne
Francesca. Al risveglio, improvvisamente, tutto è cambiato: dopo nuove grida e agitati
litigi (da commedia), torna la calma
e dove? Proprio nella casa dei genitori di lei,
simpaticamente improbabili nel ruolo di pacieri e riappacificati. Ma una
coppia che crede positivamente nel matrimonio cè: tuttavia è proprio quella appena
sposata e il matrimonio, allinizio si sa, cosè se non "una fiera delle
belle intenzioni"? Non pare quindi una garanzia la loro promessa di fede. Crolla
miseramente, ad esempio, il progetto di Adriano che, dopo la nascita del figlio, non sta
più bene con la moglie e decide di lasciarla perché
è meglio così, per tutti. E
intanto Paolo è stretto tra la morsa della famiglia di origine, il padre malato con il
suo negozio da mandare avanti, e il rifiuto della fine di una storia rinnovato
allinfinito da divertenti scene di isterica e patetica gelosia nei confronti di una
donna che continua impietosamente a disilluderlo. E infine cè Alberto, che vive
spontaneamente le sue convinzioni cambiando una donna dietro laltra e rispondendo a
monosillabi rassicuranti, e bugiardi, ad ogni inevitabile e scontata richiesta femminile
di legame perché, secondo lui, "la fedeltà è unutopia". Questi tre alla
fine sceglieranno la fuga in camper verso lAfrica per passare poi, forse, in
Australia. Il gruppo di amici, che insieme aveva brindato tra le fontane dacqua
laddio al celibato del neosposo Marco (Pierfrancesco Favino) spingendolo poi ad una
prova quasi metaforica di body jumping, e che aveva sofferto della stessa paura di
crescere, si divide: gli altri due scelgono il matrimonio. Anche Carlo convola al
"definitivo" e le ultime scene sono dedicate al suo nuovo rapporto famigliare:
una proiezione a qualche anno dalla nascita della figlia e poi, bruscamente indietro, a
pochi mesi di distanza, con la figlia appena nata, la gioia della sua vita, e la moglie
decisa a non diventare come la propria madre (non si dice sempre così?) con un programma
di attività sportive settimanali da olimpiade. Il tutto in una scansione temporale dai
ritmi un po troppo azzardati e poco convincenti. Poi, proprio in chiusura, una scena
ambigua con la quale il regista sembra ammiccare alle simpatie femminili ammettendo, per
una donna come Giulia, diverse opportunità
Una ruffianata?
Da rilevare comunque una perfetta coerenza dei personaggi a se stessi. Il
"cattivo" Carlo, addirittura voce narrante, non si redime rinnegando la propria
indole e, senza muovere una piega, ricuce il suo rapporto con Giulia su una piccola grande
menzogna. La sua doppiezza viene riconfermata nel "mentre" e nel
"prima-dopo", ovvero i suoi pensieri e le sue verità non corrispondono spesso
alle sue parole e le sue intenzioni, prima e dopo il tradimento, repentinamente risultano
opposte.
Le immagini ritraggono volti, pochi spazi e sempre distorti, ma soprattutto
movimento, con una ironica e leggera sottolineatura musicale. I personaggi non si
intravedono al di fuori del loro ruolo funzionale al tema in questione (si sa poco o
nulla, insomma, della loro vita in genere).
Come è possibile allora costruire un film concentrandosi su un unico tema
(rapporto uomo-donna mischiato alla crisi anagrafica) e riproponendo inevitabilmente cose
già dette e sentite ma, nonostante tutto, divertire ugualmente e non distrarre lo
spettatore? Poteva sembrare una prova di abilità: con questi pochi ingredienti,
costruisci un capolavoro. Si poteva allora ricorrere ad effetti
speciali, optare a una prospettiva liricamente intimista, oppure buttarsi su una
forte evocatività delle immagini. E invece lunico aspetto che emerge sugli altri è
proprio la fisicità dei primi piani, e soprattutto dei movimenti, forse di "quella
convulsa corsa contro il tempo" di cui parla lo stesso regista e sceneggiatore. I
personaggi sono spesso in movimento: in macchina, per le scale, e soprattutto nei corridoi
(di case, uffici, studi) nei quali sembrano spostarsi avidamente impazienti e con
affannoso malessere (un riferimento ad "Eyes wide shut"?).
Ed ecco che il film, prodotto da Domenico Procacci, ha saputo ipnotizzare pur non
avendo nulla di nuovo da dire. E allora una cosa sì che emerge: la grande sicurezza e la
consapevolezza con le quali Muccino governa il racconto, o meglio, i racconti nel
racconto.
Ebbene, un film corale sapientemente narrato, ben recitato, ottimamente
promozionato: cosa resterà?
Cinzia Bovio
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