CHIEDIMI SE SONO FELICE
...Tre uomini e una...mezza bufala di fraintendimento 

Chiedimi se sono feliceSiamo "registi o caporali" - avrebbe detto il grande Totò – di fronte a questo delirio generale di faciloneria e abuso della definizione di "bello". Bello, non s’è letto altro, dappertutto, a proposito dell’ultimo sketch camuffato da film dei bravi attori di cabaret Aldo, Giovanni e Giacomo. Chissà che ne penserebbe uno come Zavattini di queste storie da minestra riscaldata vantate per racconto cinematografico. Chissà che ne penserebbe il povero Sonego da poco scomparso. Eh già, chissà che ne penserebbero...anche se ce lo potremmo immaginare. Se l’Italia del cinema – come gli onorevoli critici di gran parte delle testate hanno scritto – è questa, allora è bene fuggire in qualche isola deserta e dimenticare che nella storia del cinema siano esistiti per esempio Dino Risi, Mario Monicelli, Vittorio De Sica, e che il neorealismo, la commedia all’italiana dei vari Sordi, Tognazzi, Gassman – solo per citarne alcuni – abbiano preso visione in noi solo per uno sciagurato effetto di qualche mistura allucinogena inalata in qualche sala cinematografica. Sarà così, deve essere per forza così se in un’epoca di ecumenici che hanno paura di dire male di un film solo perché ha monopolizzato tutte le sale cinematografiche o forse perché non è più molto di moda dissentire, si deve assistere a questo circo di nuovi santoni della macchina da presa. Una volta si raccontavano film per desiderio opprimente di immortalare la realtà, una certa realtà osservata, goduta, ricordata. Fellini girava per amore di poesia, di sentimento, ma Fellini era un Maestro, un grande pensatore di cinema con un’anima grande così e con il bisogno ossessivo di fare Amarcord, La voce della luna, La dolce vita: ecco cosa manca a tutta questa carovana di aspiranti cineasti, il bisogno di esprimersi, oltre che, certo, anche un qualche brandello d’anima.

Chiedimi se sono feliceAldo, Giovanni e Giacomo, ma figuratevi se sentono il bisogno di scrivere film, presi come sono da appuntamenti, spot, serate da fare, contratti da rispettare. La verità è che il cinema muore ogni volta che in sala appaiono operine di questo genere, ogni volta che certi produttori – in nome del denaro – pensano di ridurci a spettatori di niente, di un qualche squallido teatrino del peggiore dei varietà. Si arrabatta una qualche sceneggiatura, si prendono i comici più in voga del momento, gli si mette accanto un regista – regista? Venier regista? – con il supporto di una produzione e di un battage miliardario, e il gioco è fatto. E ben presto si diventa preda di appellativi come sceneggiatore, metteur en scene, profeti di un nuovo modo d’intendere l’arte dell’immagine in movimento. Smettiamola – per rispetto di uomini come Rossellini, Truffaut, Godard, – di confondere il cabaret con il cinema, e di scambiare tre o quattro risate nell’arco di 100 minuti per un bel film: film – attesta lo Zingarelli – sta per "opera cinematografica", e la parola opera, una volta, aveva significanza che si estendeva a ben oltre la messa in senso riduttiva di optional.

Gianluca Mattei

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