Garage olimpo

Maria, giovane maestra che lavora in una bidonville di Buenos Aires, vive insieme a sua madre Diane in una grande casa. Per vivere affittano le stanze ad uomini soli. Una mattina alcuni agenti dell’esercito, in borghese, prelevano la ragazza e la conducono in un luogo di tortura. E’ un garage abbandonato nei cui sotterranei si nasconde un vero e proprio quartier generale dove operano poliziotti e militari. Maria riconosce nell’uomo che la interroga, Felix, un suo ex inquilino. Tra di loro nasce un ambiguo rapporto di complicità e forse d’amore, fino al momento in cui Maria viene trasferita.
Dopo Alambrado (del ‘92), Bechis racconta attraverso il filtro della propria esperienza il dramma dei desaparecidos, quegli uomini e quelle donne divenuti improvvisamente fantasmi, e vittime della beceraggine dittatoriale che li gettava in oceano aperto, da un aereo.
Bechis aveva 22 anni ed insegnava in una scuola elementare quando fu prelevato e portato in un luogo molto simile a Garage Olimpo, chiamato Club Atletico.
Non è un film documentario, bensì una messa in scena di verità, di tempo reale esistito, di sofferenze e torture subite, di strategie della paura.
In risalto v’è poi il legame tra la prigioniera protagonista del film e il suo aguzzino, il rapporto che s’instaura tra i due.
Un film vero, che scuote e che lascia inorriditi di fronte alla capacità di barbarie dell’uomo. Un monito alla memoria (affinchè non dimentichi), un faro di conoscenza (perché si parli finalmente di qualche cosa al cinema) e un’ultima accorata denuncia in film (molti di quegli uomini autori di crudeli violenze se la spassano al caldo dei mari tropicali), questo il filo che muove Garage Olimpo, un qualche cosa che non può non passare al vaglio della nostra vista, al setaccio della nostra coscienza.

Gianluca Mattei

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