I cento passi
I cento passi è a mio avviso un ottimo film. Legato ad una concezione classica del
cinema. La prima cosa che ho pensato quando sono uscito dal cinema è stata subito l'idea
di aver visto un film italiano come se ne facevano una volta: commovente, rigido,
impegnato, ma soprattutto coraggioso. Contagiato dalle inutilità Caloprestiane e
Soldiniane della passata stagione (ben chiaro, i due film sono inutili ma non brutti), ho
assistito ad una pellicola nostrana piacevole e rigorosa.Giordana è un regista di
mestiere, sa rendere interessante l'argomento, e, non guasta mai, sa invitare ed
interessare lo spettatore alla storia. Il suo può apparire come cinema politico, ma
questa rimane una concezione superficiale. Un esempio di questo è quando all'uscita dal
cinema ho beccato il classico Berlusconiano che ha esordito in questo modo: "Questo
film ora vuole dimostrare che il Pci è l'unico partito che ha combattuto la mafia".
A voi i commenti. Ma tralasciando il lato politico, il film in realtà fa anche una
riflessione storica sul clima e l'ambiente politico di quegli anni. Con rigore morale
Giordana racconta una storia vera, e lo fa commuovendo, disegnando un vero eroe.
Parlando di cinema classico, spero che in realtà sia questa l'ottica in cui si
muoverà il cinema italiano del futuro. Un cinema che principalmente non annoi, e che
riesca ad essere interessante. Che faccia uscire dalla sale con un senso di rabbia e
spaesamento. E' quindi un ottimo film, un esempio di regia d'autore, di fotografia
congeniale, di ottima recitazione. Lo Cascio è a mio avviso straordinario nella parte di
Impastato, mentre l'unico neo è a mio avviso il simpatico Sperandeo che purtroppo è
tutto tranne che un attore. Per il resto è un film vero.
E ha una dote rara per un film italiano: si lascia vedere.
Voto: 7
Francesco Due
Cinema per non dimenticare. Per scuotere dal torpore di una
visione passiva degli eventi cui la rapida successione di informazioni in tempo reale ci
ha ormai abituato. Detto questo, e riconosciuto quindi il valore sociale e politico di un
film che racconta una drammatica storia vera, bisogna superare qualche empasse per
lasciarsi coinvolgere. Dalle prime immagini sorge spontanea la conferma di un ennesimo
film sulla mafia che, un po' per pigrizia, un po' per overdose di stereotipi
cinematografici, non si ha poi troppa voglia di affrontare. Ma il film ha il pregio di
creare presto un rapporto complice con lo spettatore, grazie al forte contrasto tra il
personaggio di Giuseppe Impastato e il contesto mafioso del nucleo familiare a cui
appartiene. Un contrasto che si sviluppa per contrapposizione drammatica di momenti
intensi, ma che non sempre spiega in modo approfondito le scelte del protagonista:
ribellione alla volonta' paterna per emancipazione adolescenziale o presa di coscienza
grazie al contatto con un comunista, neanche troppo carismatico, dopo la morte dello zio?
In effetti il passaggio di Giuseppe da bambino a ragazzo e' molto brusco e un po'
disorienta. Poco sviluppata anche l'eco che la protesta di Impastato ha sugli abitanti di
Cinisi, il piccolo paese in cui vive, per cui risulta poco motivata la solidarieta'
finale. Sarebbe interessante capire se, oltre al gruppetto di fedelissimi, c'e' stata una
qualche forma di solidarieta'. Per ultimo, la caratterizzazione degli anni '70 e'
diventata esageratamente di maniera: le radiolibere, i frichettoni, le chiome ribelli, i
pantaloni a zampa d'elefante, Janis Joplin e i Procol Harum. Probabilmente era davvero
cosi', ma dopo i recenti "Radio Freccia" e "Tutto l'amore che c'e'",
si e' creata una sorta di inflazione visivo-auditiva del periodo. Detto questo, bisogna
riconoscere il valore del film. Il coraggio di affrontare un tema scomodo e la necessita'
di un cinema in grado di colpire non tralasciando la forma. Bello, ad esempio, nella sua
connotazione visiva oltre che drammatica, il confronto tra padre e figlio ritagliato tra
le gambe delle sedie rovesciate sui tavoli nel ristorante di famiglia.
Luca Baroncini de "gli Spietati"
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