La Stanza...di Carver!

riflessioni "letterarie" sul film di Moretti, vincitore a Cannes

La stanza del figlioHo visto La stanza del figlio qualche giorno dopo avere finito di leggere l’ultimo libro di Raymond Carver pubblicato da Minimum Fax. Mai come nel caso de Il nuovo sentiero per la cascata la parola "ultimo" acquista senso. Questa raccolta di poesie, infatti, è stata completata da Carver poco prima di morire, di cancro ai polmoni, nel 1988.

Sia La stanza del figlio che Il nuovo sentiero per la cascata parlano di morte, e di come essa arriva, improvvisa nel film, attesa nel libro (con una precisione freddamente ostentata dai medici; "Cosa ha detto il dottore" inizia così: "Ha detto che la situazione non è buona / ha detto che anzi è brutta, molto brutta / ha detto ne ho contati trentadue su un solo polmone prima / di smettere di contarli"). La morte chiude il libro e "apre" il film. Nel film Nanni Moretti legge una poesia, Le dita del piede, tratta proprio da INSPLC. E credo che sia la prima volta che Moretti citi una poesia in un suo film (ma correggetemi, può essere che io sbagli).

In un’analisi prettamente testuale l’autore reale, quello empirico, come si usa dire, non dovrebbe comparire. Guardando LSDF, però, mi è venuto spontaneo chiedermi se Moretti conoscesse Carver. E altrettanto spontaneamente ho pensato "sì". E poi questa non vuole essere un’analisi testuale, ma solo una serie di impressioni, più o meno ordinate. Ci sono degli elementi che mi fanno pensare ad una scoperta o ad una riscoperta dell’autore americano da parte di Moretti.

Il finale de LSDF è meravigliosamente (apparentemente) irrisolto: il mare, un viaggio reale che inizia (quello dei due ragazzi accompagnati al confine con la Francia) e un altro che finisce (quello della famiglia di Giovanni). I tre, madre, padre e figlia, stanno sulla riva del mare, ognuno per conto suo, ognuno con il suo dolore. È l’unico modo per esserci, per continuare a essere, in silenzio. Il dolore è ineliminabile.

Spesso nei finali dei racconti di Carver abbiamo persone isolate, di fronte a realtà, situazioni o altre persone che rimangono incomprese, o che sono così ben conosciute che vengono interiorizzate. Mi risulta difficile fare degli esempi qui, ma, in questo senso (Moretti e le sceneggiatrici non me ne vogliano) il finale de LSDF è proprio carveriano.

Si parla poco ne LSDF, eppure si dice tanto. Tutto è evocato da oggetti, immagini, cose non dette, silenzi, appunto. Le azioni mancate comunicano dolore. La scena (splendida) di Giovanni che fa notare alla moglie come tutti gli oggetti nella cucina siano sbeccati, rotti, incollati alla meno peggio è emblematica: gli oggetti comunicano il dolore, la frattura (in tutti i sensi) che attraversa la famiglia dopo l’incidente in acqua. La cucina, poi, è ancora di più un luogo simbolico: è lì che il figlio è visto per l’ultima volta, è lì che vediamo la famiglia riunita per la prima volta, all’inizio del film. L’atto del mangiare (così importante in Moretti) diventa ancora di più sacrale (del resto il cibo è legato alla morte da sempre, non è una novità). Carver scrive (la poesia è tratta da Racconti in forma di poesia):

DOLORE

Mi sono svegliato presto, stamattina, e dal letto

ho guardato lontano nello Stretto e ho visto

una barchetta traversare le acque agitate

con una sola luce accesa.

Mi sono ricordato

di un mio amico che era solito chiamare

a gran voce la moglie morta dalla cima dei colli

attorno a Perugia. Che ha continuato a mettere un piatto

in tavola anche per lei per molto tempo dopo che

non c’era più. E apriva le finestre

per farle godere l’aria fresca. Queste manifestazioni

le trovavo imbarazzanti. Al pari degli altri suoi

amici. Non riuscivo a capirle.

Fino a stamattina.

Apparecchiare la tavola per tre, invece che per quattro, rimettere quel piatto a posto è mancanza, è dolore, è morte. Ancora Carver, in "Non c’è bisogno" (tratta da INSPLC): "Vedo un posto vuoto a tavola / Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?".

C’è un altro elemento di cui vorrei sottolineare l’importanza: le fotografie. Il dono che Ilaria, la "ragazza" del figlio, porta ai genitori, come per scusarsi della brusca reazione al telefono, sono delle foto che il ragazzo le aveva mandato. Non c’è una reazione disperata alla vista delle foto, perché in qualche modo, seppure per un attimo, il figlio viene tolto dalla morte, riacquista una vita non conosciuta, perché nessuno, a parte la ragazza, ha mai visto quelle foto. Queste sono lì, concretamente presenti, e forse verranno tirate fuori un giorno da qualcuno, che rivivrà, in pochi attimi, vita e morte del figlio, passato e presente, presenza e assenza. Una fotografia è, di nuovo, il tema di una poesia di Carver tratta sempre da INSPLC:

CHIARORE RESIDUO

Scende il crepuscolo. Poco fa è caduta

un po’ di pioggia. Si apre un cassetto e dentro ci si trova

la foto di un uomo e ci si rende conto che ha solo altri due anni

di vita. Lui questo non lo sa, è chiaro,

è per questo che posa sorridente davanti all’obiettivo.

Come può sapere cosa gli sta mettendo radici nella testa

in quel momento? Se si guarda verso destra

tra i rami e i tronchi, si intravedono

macchie rossastre di chiarore residuo. Non ci sono ombre, né

chiaroscuri. L’aria è umida e calma…

Lui continua a posare sorridente. Rimetto la foto

a posto con le altre e concentro

invece l’attenzione sul chiarore residuo lungo i monti lontani,

che si posa dorato sulle rose del giardino.

Poi non posso fare a meno di lanciare un’altra occhiata

alla foto. Il suo ammiccare, il gran sorriso,

l’inclinazione spavalda della sigaretta.

In una fotografia, quindi, c’è tutto, e Carver ce lo spiega bene negli ultimi due versi: c’è la vita (il sorriso, l’ammiccare), ma c’è anche la morte, concretizzata nella sigaretta. Questa volta l’oggetto è di nuovo un oggetto significativo. La sigaretta porta la morte per Carver (diventando, nella foto, una sorta di terribile premonizione) esattamente come il manometro ("un affare di tre centimetri", dice Giovanni alla moglie) l’ha portata al figlio. Gli oggetti continuano a comunicare, più delle persone. Del resto una delle scene più strazianti è la chiusura della bara: la morte vuol dire anche legno, trapani, zinco.

Per concludere, vorrei azzardare un’ipotesi. Credo che la parentesi di Ilaria sia significativa: leggendo la lettera si scopre un lato sconosciuto del figlio, e questo basta a farlo rivivere almeno per un po’. Questa volta ciò che possiede una grande forza evocativa sono le parole scritte, in genere, potremmo dire la narrazione. È forse troppo facile dire che la narrazione, sommata alle immagini (le fotografie), dà il cinema? Entriamo qui in un discorso complesso, sull’annoso problema del metacinema. Ma il dolore e l’emozione provocati dalla lettura e dalla visione di questi capolavori, nel solo evocarli, sono tornati prepotenti. Quindi non posso fare altro che rileggere, riflettere, rivedere, ricordare. In silenzio.

Francesco Locane

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