Preferisco il rumore
del mare
Due ragazzi, uno calabrese e laltro di
Torino, che nonostante le differenze culturali e sociali sincontrano, si
confrontano, litigano e alla fine diventano amici, un film sulla necessità e il valore
positivo dellindecisione, questo lultimo Calopresti che, per il titolo, si è
affidato a una poesia di Campana che dice "Fabbricare, fabbricare, fabbricare.
Preferisco il rumore del mare".
Opere di fino, quelle di Calopresti, e di una finezza che troneggia su ogni spigolo
del film, conservata a dismisura da queste figure raccontate con i silenzi, dalle
atmosfere, dal colore delle solitudini.
E il senso dello stare al mondo che
sincrina, irrimediabilmente, e che sposta lorientamento degli esistenzialismi,
delle prove di vita, a cui tendono le anime perse di Preferisco il rumore del mare, la
chiave o il segreto scoperto del paziente Matteo che nellultima sequenza recupera il
libro gettato in mare e comincia a rileggerselo. Certo, è fuor di ogni dubbio, che alla
burrascosa vita, ai falsi di cui è piena, lui preferisce il rumore del mare, una voce che
arriva da così lontano, da un punto indistinguibile nei pressi dellinfinito. Il
resto, per dirla alla Pavese, "è soltanto mondo, mondo nel quale non si è mai del
tutto soli, dove alla peggio si ha la compagnia di un ragazzo, di un adolescente e via di
un uomo fatto Quello che siamo stati noi".
Il libro era "Il mestiere di vivere".
Gianluca Mattei
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