Qui non è il paradiso
Regia di Gianluca Maria Tavarelli
Con Fabrizio Gifuni

Per la sua terza prova di regia, dopo Portami via e Un amore, Gianluca Maria Tavarelli sceglie di raccontare una storia realmente accaduta nel 1996, quando fu rapinato un furgone portavalori con un bottino di otto miliardi, senza che la polizia se ne rendesse conto fino al giorno dopo.
Qui non è il paradiso ha la struttura di un solido film di genere, e proprio per questo è un film anomalo nel panorama produttivo italiano. La trama avvince perché segue l’andamento classico del colpo con destrezza, con l’interrogativo tenuto vivo per tutta l’azione su come abbiano fatto i ladri a portare a termine la rapina, senza alcuno spargimento di sangue e pericoli di sorta. All’inizio del film ci viene mostrato il giorno del furto, con tutto il percorso seguito dal furgone postale e dalla polizia che lo scorta, da una prospettiva esterna, come se fosse quella di uno degli agenti, cosicché quando, la mattina dopo, viene scoperto l’ammanco, non si riesce a capire come sia avvenuta la rapina. Successivamente, con una serie di flashback, il film ripercorre la vicenda indagando sui possibili sospettati (che diventano subito colpevoli quando risulta che si sono dati alla fuga) e sui loro conoscenti. Sotto la superficie del giallo, dunque, il film descrive molto efficacemente le psicologie delle persone normali che si trovano, in un modo o nell’altro, coinvolte nel fatto: ne viene fuori un ritratto molto autentico e variegato degli amici, ex familiari, fidanzate, che hanno conosciuto i due ladri e che mostrano un atteggiamento ambivalente, sospeso tra il biasimo dell’atto illegale e l’ammirazione per la genialità del furto, che è poi la stessa impressione che viene suggerita allo spettatore. La riflessione si allarga pian piano sull’opportunità di cambiare vita, lasciarsi alle spalle il lavoro stressante, i problemi quotidiani di sopravvivenza con uno stipendio che non basta mai, il sogno di una vita esotica in qualche paradiso tropicale. Ma la realtà ritorna inesorabilmente a ricordare che "qui non è il paradiso" e che il crimine, prima o poi, non paga.
Ritornando alla struttura narrativa, il film ha un andamento a mosaico, attraverso flashback non linearmente cronologici, che si incastrano sapientemente fino a dipanare la matassa (un po’ come Pulp Fiction, per intenderci), con un finale circolare, dove si ritorna al punto di partenza, con la rapina, questa volta, mostrata attraverso gli occhi dei ladri, dove finalmente tutti i conti tornano.
Il film dunque emoziona, avvince, fa riflettere, e non è un caso che Fabio Ferzetti ne abbia parlato tessendogli le lodi qualche giorno fa sul Messaggero. Tavarelli dimostra chiarezza di intenti, capacità di far parlare i fatti e di stare dietro ai personaggi facendo trasparire le implicazioni morali, i ritratti psicologici, le emozioni semplicemente dal susseguirsi degli eventi.
Siamo davvero dalle parti del grande film.

Raffaele Napoli