C'era una volta Sergio Leone
Quando Leone si apprestava a preparare quello che è
diventato il suo primo capolavoro, aveva le idee chiarissime. Sapeva che voleva fare un
western, sapeva che voleva imporre unidea filmica e soprattutto una passione smodata
per il cinema.
I bagagli pratici di Leone erano notevoli: numerose collaborazioni come sceneggiatore e
aiuto regista (Gli ultimi giorni di Pompei, Elena di troia, Sodoma e Gomorra e persino Ben
Hur, in cui aiutò la seconda unità nella famosa scena delle bighe) e soprattutto un
bagaglio di film visti, in particolare di John Ford, Sturges ed Hawks.
Enzo Barboni e Stelvio Massi, incontrando una sera Leone dopo una serata al cinema, gli
consigliarono di ispirarsi ad uno splendido film di Kurosawa in quel momento, visto:
"La sfida dei Samurai" (titolo giapponese "Yojimbo"). Una tipica fonte
di grande letteratura. ( iniziata da Goldoni nell"Arlecchino servo di due
padroni") in cui un samurai senza padrone si vende a due capitalisti del luogo,
sfruttando la loro inimicizia e traendone vantaggi.
Si trattava, di certo, di un soggetto perfetto da incarnare nellatmosfera del west.
Il film venne distribuito in poche sale e, in breve tempo, con il consueto gioco del
passaparola, incassò un "infinità di dollari". Latmosfera del film era
piuttosto orientalizzata, ed il remake era stato svolto con molta attenzione. Negli angoli
di un villaggio sperduto, Leone aveva focalizzato un luogo freddo, con un vento gelido e
un immagine di morte.
Sin dalla prima scena, in cui Eastwood osserva il bambino che viene cacciato dai banditi
mentre si avvicina alla madre, si osservano le tonalità bianche e glaciali che
caratterizzano molti paesaggi Leoniani. La cultura giapponese ha giocato spesso con la
metafora del doppio e della maschera. E Leone, che ama la mitologia, sa benissimo che i
suoi eroi devono essere scaltri, mentitori e traditori.
Il film stupisce per il grande realismo e per la regia. Che
Leone avesse grande mestiere lo si era visto anche nel "Colosso di Rodi". Ma in
"Per un pugno di dollari", la forza narrativa si moltiplica e Leone, aiutato da
un soggetto splendido, riempie la pellicola di esercizi di regia conditi da una limpidezza
dimmagine e di grande rappresentazione. La violenza è presente, come in molti altri
Western, ma è stilizzata attraverso il realismo e in un arte barocca che Leone avrebbe
perfezionato nei successivi film. Lassalto dei Rojo nel covo dei Baxter o la
splendida scena finale con Silvanito appeso alla corda, sono unidea lampante del
gusto leoniano della morte e della violenza, in scene in cui ne ha toccato la
contemporaneità con dei volti stampati dalla sofferenza; spari, cadute e agonie che
sembrano sprazzi tragici e teatrali.
Dietro questo gioco di finzione e realtà, Leone ha un compositore perfetto per
rappresentare lepopea del west. Morricone, che prima di questo western non era
ancora considerato un genio della colonna sonora, compone una degli musiche più geniali e
caratteristiche che un film italiano ci abbia mai dato. Un gusto della narratività della
musica che ha sempre affascinato il buon Sergio. La musica deve sintetizzare lattimo
ed epicizzare la storia. Deve scovare lanimo del personaggio, deve essere una
accompagnamento psicologico delleroe fiabesco. Così con "Per un pugno di
dollari" esce fuori un western, non solo interessante per il pubblico, ma una
pellicola robusta, un capolavoro che cerca di creare macchiette fiabesche, che si elevano
nellolimpo dellimmortalità.
Dopo questo film Leone già sapeva di dover fare un altro western. Così confermò i due
eroi di "Per un pugno di dollari", Gian Maria Volontè e Clint Eastwood.
Nellidea di film circolare che aveva in mente, ci voleva un terzo protagonista che
incarnasse, insieme ad Eastwood, la figura del "Bounty killer", personaggio
spesso sottovalutato dai western americani. Mentre "Per un pugno di
dollari"aveva un "centro" geometrico impersonato da Joe da cui partivano le
due rette Baxter e Rojo ; in "Per qualche dollaro in più", oltre ai dollari, ci
doveva essere anche un personaggio che rinforzasse uno schema diventato in seguito la
costante del cinema Leoniano: la circolarità in cui più personaggi ruotano attorno a uno
stesso obiettivo. Leone, che aveva da sempre il desiderio dingaggiare Henry Fonda,
si rese conto, però, che i conti ancora non tornavano. Decise così di contattare, in un
albergo di Los Angeles, un attore che si era dedicato alla pittura e allalcolismo.
Il suo nome diventò leggenda: si trattava di Lee Van Cleef.
La forma del film cambiò in maniera evidente. Lambientazione si allargò,
concentrandosi in luoghi come Tucumcari ed El paso, punto di riferimento centrale del
film.
Nel film si nota un perfetto lavoro di caratterizzazione operato da Leone. Eastwood
mantiene il suo personaggio, con aggiunte più malinconiche, come la mano monca e il sogno
di rifugio e di benessere che anticipa il crepuscolarismo. Lee Van Cleef impersona il
generale Mortimer, personaggio scaltro e veloce che gira con un fucile che il
"Monco" Eastwood chiama "Trappola". Mortimer ha un aurea lieve e
angosciante che prenderà la definitiva completazione in un capolavoro come
"Cera una volta il west": un passato che rientra perfettamente come tema
mitologico e fabiesco. Rappresentando inoltre risvolti psicanalitici e malinconici. Così,
con "Per qualche dollaro in più" i personaggi Leoniani di destrutturalizzano,
diventano più complicati, più chiusi in se stesso. Eroi che vagano nellarido west
in cerca di un lido, il soldo o laffetto di una persona, come vedremo in seguito. Ma
non cè solo questo. Il film è un passo avanti notevole nella rappresentazione
grottesca e fumettistica, L"Indio" impersonato dallo straordinario Volontè è
un personaggio surreale: gira in pigiama, ha un rapporto piuttosto ambiguo con il compagno
Nino (Mario Brega) ed ogni volta che uccide un uomo ha bisogno assolutamente di fumarsi
uno spinello. Un icona inquietante e problematica, che accentua il tono surreale e
umoristico del film.
Esteticamente cè un salto in avanti. Linquadratura Leoniana (telecamera a
terra poggiata vicino ad una scarpa, primi piani sul viso e sugli occhi, etc..) si
perfeziona,come la fotografia di Massimo Dallamano. Il tema musicale si fa più colto, con
linserimento di varianti come lorgano ecclesiastico nel covo dellIndio o
il carillon nella scena finale. Il film ad ogni inquadratura aumenta in grandezza e nel
meccanismo ad incrocio della narrazione e della sceneggiatura, i dialoghi sfiorano la
limpidezza e la perfezione.
La scena finale del film anticipa molto la lontananza malinconica dei personaggi Leoniani.
Laddio di Van Cleef che si allontana dicendo: "Un'altra volta" è più
forte e malinconico delladdio di Eastwood in "Per un pugno di dollari"..
Un ex colonnello che ha riacquistato il senso della vendetta ed un giovane ancora
idealista e forse ingenuo (come lo definisce Van Cleef in un dialogo da antologia) che
raccoglie i cadaveri e pensa a ritirarsi. Così la caduta dei miti e degli dei, ancor
prima di "Cera una volta il west" e di Peckimpah, si compie in un film che
personalmente ritengo molto più bello e geniale di "Per un pugno di dollari".
Con "Il buono, il brutto e il cattivo"
Leone completa la sua personale trilogia attraverso due fondamentali caratteristiche: il
mestiere e il tocco dautore. Lintenzione di svolgere il film durante la guerra
civile dimostra la volontà di Leone di sfruttare i mezzi narrativi e tecnici per
completare con lepica il suo personale viaggio nellossessione . Nel cast
principale cè un aggiunta e un abbandono, quello del grande Gian Maria Volontè,
che avrà la possibilità grazie a registi come Rosi e Petri, di confermarsi come uno dei
grandi attori della scuola italiana. Lo sostituisce , nel ruolo del brutto, Eli Wallach,
anchegli attore apprezzato come caratterista ne "i magnifici sette" e ne
"La conquista del west". La scelta sarà perfetta , sia per leffettivo
sudiciume e squallore del personaggio, che nellottima prova recitativa.
Leone restituisce una dignità epica e drammatica ai personaggi, pur non disdegnato un
umorismo straordinario. Nel gioco circolare ci sono il buono " biondo" , il
cattivo "sentenza" e il brutto "Tuco", perfettamente e geometricamente
congeniali alla storia.
I tre si imbattono alla ricerca del bottino di Bill Carson, bandito perito. Lo schema
narrativo è circolare, ma limportanza principale lassume il paesaggio. Dal
luogo iniziale, al caldo deserto, fino alla missione di Sant antonio e ai luoghi
"ostruiti" dai morti e dalla guerra. Il paesaggio è raccontato da Leone,
oscurando le bellezze e toccandone il lato oscuro e straziante. Il film diventa una
condensazione di luci e panoramiche sapientemente illuminate da Delli Colli e musiche
perfette del solito Morricone. Leone ci affascina con la sua perfezione registica e il
lato poetico dellinquadratura. Per questo. In scene come quella del capitano Wallace
che picchia a sangue nel campo di concentramento il povero Tuco, con il sottofondo delle
musiche di violino che oscurano le grida o quando il biondo Eastwood si avvicina al
soldato morente dopo il bombardamento e gli cede il suo sigaro, Leone è consapevole di
fare poesia pura, nella narrazione e nel montaggio. Dal punto di vista tecnico uno dei
punti più alti è ,per esempio, la scena in cui Tuco (Wallace) gira tra le tombe del
cimitero alla ricerca della tomba di Arch Stanton.
Una rigorosità espressiva di montaggio e velocità che con la metafora della guerra si
completa . In attesa di dirigere lo splendido affresco narrativo che sarebbe stato
laddio al genere e il tramonto di un epoca : "Cera una volta il
west".
Leone era diventato il regista italiano più "cult" in Europa e nel mondo. I
suoi primi western avevano fatto il giro del pianeta, affascinando critici e registi,
soprattutto doltre oceano. Attraverso il geniale decostruzionismo degli eroi del
west, aveva colto lanimo contemporaneo del cinema. Applicando la sua avanguardia nel
campo del western aveva colto un aspetto psicologico che gli americani non avevano
assimilato.
I soldi della "United Artists" erano appetibili. Per fare il nuovo film aveva un
ampia libertà di scelta. Sia per gli attori che per gli sceneggiatori.
Il soggetto era stato redatto a tre mani: da Leone e da due registi che sarebbero entrati
di diritto nella storia del cinema. Un giovane critico di Paese Sera chiamato Dario
Argento e Bernardo Bertolucci, giovane regista che era stato apprezzato per pellicole come
"Prima della rivoluzione" e il pasoliniano "La commare secca". La
scelta di Leone aveva una sua valenza politica, perché i due giovani cineasti erano dei
comunisti convinti. Inoltre Leone sentiva un bisogno di freschezza , perché lopera
, oltre che complessa, si rivelava come lapoteosi e il concepimento del western
contemporaneo.
Constatando il rifiuto di Lee Van Cleef e Clint Eastwood ,che raggiunti dalla celebrità,
tornarono a lavorare con i registi della loro patria, Leone lasciò da parte lidea
di affidare ai tre protagonisti del "il buono , il brutto e il cattivo" la parte
delle comparse iniziali.
Il film, ruotava attorno alla splendida Jill , la vedova Mc Bain. La parte fu affidata a
Claudia Cardinale, apprezzata da Leone in un altro western, "I professionisti"
di Richard Brooks. Per il ruolo di Frank, Leone concretizzò uno dei suoi sogni, quello di
avere il grandissimo Henry Fonda. Per il personaggio di Cheyenne, il bandito che
ingiustamente viene incolpato della morte del Mc Bain, venne scelto il bravo Jason
Robards, apprezzato soprattutto per la sua carriera teatrale. La scelta delleroe
laconico fu affidata a Charles Bronson.
Il film di Leone è soprattutto una completazione della trilogia del dollaro, nei modi e
nellestetica. Linterminabile e silenzioso attendere del treno è
lesempio di come. Leone rifletta sulla grandezza del tempo. Il film è tutto
incentrato su questa metafora . Liper realismo del rumore del mulino, lo sguardo dei
banditi di Frank, la mosca che svolazza sul labbro di uno di loro, sono estetica Leoniana
allo stato puro.
In questo film ogni personaggio è il simbolo di un sogno ed ognuno di loro si scontra con
il tempo. Esempio lampante è quello di Morton, il capo che insegue il sogno della
ferrovia. Morton è un sognatore che cerca un utopia ed è vittima della delusione del
tempo, di quel tempo che lo fa morire. Ognuno nel film insegue questa luce.
"Harmonica" con il suo strumento rievoca Proustianamente limmagine del
fratello morto, in un flash back spesso interrotto.
Il passato, quindi, sconvolge Leone. Un passato che divora il film rendendolo una continua
rincorsa ad ideali tramontati. Lideale del benessere che assilla Jill, e
lideale di un sogno di Cheyenne, un amore incompreso.
Questi eroi sono consapevoli del loro tramonto. Quando Bronson dice a Fonda "Altra
razza", parla, in fondo, di un umanità che muore con il western stesso. Tutto è
quindi perfetto Dalla recitazione ai temi musicali di Morricone, genialmente adattati ad
ogni personaggio.
Nel bellissimo sfondo della monument Valley Leone ha raccontato l elogio dei suoi
miti. In un opera Omerica che analizza i labirinti del tempo e le distruzioni del sogno.
Con quel titolo che a fine film appare come un decreto e una sentenza:
Cera una volta il west.
Cera una volta Sergio Leone
Francesco Picerno
Un
Leone nel West di Roberto Donati
C'era
una volta in
america
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