Il Punto di vista…
Sul film di Carlo Verdone
"MA CHE COLPA ABBIAMO
NOI"
Carlo Verdone ha
dichiarato che il film "Ma che colpa abbiamo noi"
è il primo della sua seconda vita. Almeno nelle sue
intenzioni c’è o meglio c’era l’idea di tralasciare
" il macchiettismo" non sempre raffinato, ma
sicuramente efficace, divertente, verista con cui è
abituato a rappresentare i suoi personaggi. Questo significa
che lo considera se non altro un film della maturità: colto
ed engagé, come dire "da oggi in poi userò un
approccio diverso" verso la realtà.
Ma la sua
"personalissima reattività" nel cogliere aspetti,
situazioni, caratteri del reale gli impedisce il distacco
emotivo dai personaggi, essi stessi, martellanti alle sue
tempie (Pirandello era perseguitato dai suoi innumerevoli
personaggi) e perciò il loro difficile concretarsi in una
forma artistica compiuta, elevata, diversa o in contrasto
con il suo sapido "macchiettismo ".
Carlo Verdone vive nel
nostro tempo ma da artista, qual è, riesce a subodorare,
come tutti gli artisti autentici, in anticipo verso quale
direzione l’umanità si muove. In altre parole baciato dal
privilegio di poter cogliere il vento variegato delle
"tendenze", attraverso la sua notevole
sensibilità, ce le restituisce attraverso filtri complessi,
anche se non sempre e del tutto artisticamente riusciti.
La psicanalisi di gruppo e
il suo fallimento non è, a mio modesto parere, il tema
dominante, né gli strali della sua ironia, seppur vigili,
si appuntano contro di essa in modo notevole; anzi c’è il
tentativo di una sua giustificazione nel cercare a tutti i
costi qualcosa di sostitutivo, di più abbordabile, di meno
scientifico e tutto sommato di più umano (v. la
solidarietà amichevole del gruppo). La psicanalisi è
tecnicamente un escamotage, ben pensato (anche perché
probabilmente vissuto e perciò visto dal di dentro) per
affrontare problemi socio-culturali del nostro tempo. In
analisi non va più soltanto uno strato della società con
"certi redditi", come Gegè, Carlo Verdone, (è
casuale la trasformazione del nome del protagonista di
"Uno, nessuno, centomila" ?, il Gengè
pirandelliano allo specchio, il cui problema essenziale
rimane la natura dell’io e dell’io più vero), figlio di
un rigorosissimo, intransigente industriale, "padrone
con potere assoluto", di una fabbrica e del figlio
stesso; va pure uno come, Luca, gay, il critico d’arte
arrivato o uno come Alfredo, l’industriale solitario e
obeso con forti inibizioni e tormenti religiosi, ma va anche
la bella professoressa (col suo stipendiuccio), interpretata
dalla bravissima Margherita Buy, ritratta con la mania dell’ordine
(le sue scarpe devono stare sempre in un allineamento
perfetto, pena l’insonnia). In realtà questa mania
esprime il suo conflitto- disordine interiore: non riesce
più ad incontrare un uomo libero per vivere e realizzare
quello che la società propone come modello di normalità:
la famiglia. Così come va anche Antonio Catania, Ernesto, l’ubbidiente
bel marito che trasgredisce una volta, saturo della routine
e, buttato fuori di casa, non riesce a vivere senza la
routine stessa e la moglie (nonostante questa sia
bruttissima , sostanzialmente insensibile, ma con una
volontà ferrea di cui è succube, lui così pieno d’insicurezze).
Che dire della problematicità patologica di Gabriella, anch’essa
in analisi, che di esperienza in esperienza vive alla
giornata gli ultimi guizzi di vita di una maturità ormai
deformata , cadendo nell’ultima desolante
trappola-delusione sentimentale.
Per ognuno c’è un
finale più o meno drammatico. Per gli "adulti" ,
per coloro cioè che hanno ormai una personalità bene o
male strutturata (più male, per la verità, che bene), non
sembra esserci nessun messaggio di speranza (vedi il
suicidio di Alfredo), ma solo l’alternativa del "
compromesso tortuoso" nelle sue molteplici "significanze
soggettive".
Emblematica la figura
della professoressa, M. Buy, quella che si eleva decisamente
in maniera artisticamente riuscita al di sopra del "macchiettismo":
persa ogni speranza e ogni illusione in "un uomo",
si abbandona "all’uomo" non scelto con lucidità
, ma subito. Per equivoco viene scambiata per una
"passeggiatrice" e la curiosità per un ruolo
così abissalmente lontano da lei ha per un momento il
sopravvento sulla paura. Momento e spaesamento che daranno
il loro frutto : una solitaria, anomala maternità. Il
simbolismo del mare sullo sfondo, l’acqua eterna sorgente
di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione, e
una Margherita Buy, con le vesti al vento e il suo solitario
pancione, che lascia le sue impronte sulla sabbia della
battigia, finalmente e provvisoriamente appagata, mostra il
superamento, almeno momentaneo, del suo conflitto interiore
fra "gli opposti" (in senso yunghiano). Questo
conflitto si sana e si compone in lei e nella presente
illusione di eternità, attraverso una maternità che
appartiene finalmente solo a lei come unico incontrastato
"bene".
Più o meno tutti gli
altri personaggi continuano la loro vita perseverando negli
errori di impostazione (deterministicamente ineliminabili),
nella ricerca della felicità a tutti i costi attraverso la
tortuosità dei compromessi che certo non fortificano, né
favoriscono la conquista dell’equilibrio. I personaggi
sono tutti legati da un comune filo rosso: l’insicurezza
in senso lato, in particolare affettiva, suffragata da un
diffuso, evidente egocentrismo esplicitato.
Gegè , Carlo Verdone, è
la classica figura emblematica del figlio succube di
"un padre" che con la sua disciplina, abilità,
determinatezza, rigido senso del dovere ha messo su un
impero economico-industriale, ma ha perso i contatti con la
realtà per la sua rigidità e intransigenza, ma soprattutto
ha perso il figlio e gli affetti.
Per la verità questa
figura appare pur nella sua autenticità storica, un po’
abusata e giustificabile soltanto nell’economia di una
caratterizzazione umana della storiella, riuscita solo da un
punto di vista tragi-comico, ma certamente stilisticamente
retorica, vista in modo impietoso e unilaterale senza una
minima giustificazione o carità per una generazione che
pure ha pagato di persona spesso con il prezzo della
rinuncia o della deformazione psicologica.
In altre parole un dramma
(che comporta sempre sofferenze ambivalenti o polivalenti)
fra generazioni, Verdone lo liquida "macchiettisticamente"
attraverso una condanna decisa, irreversibile senza un
pizzico di carità nei confronti dell’altra generazione,
adottando una facile soluzione dalla comicità pilotata, a
mio parere di cattivo gusto. Il finale agevola la
"cassetta" ma non accompagna lo spettatore oltre
la risata estemporanea (in senso amaro).
Nel film Verdone salva
solo i giovani ed è la parte artisticamente più riuscita
(infatti il macchiettismo è quasi assente) insieme all’emblematica
purificata immagine della maternità della Buy.
Chiara, la studentessa
squattrinata, sul punto di diventare anorresica-bulemica,
con una nevrosi di adattamento alla realtà, si rifugia in
un rapporto ideale, diventato insostituibile, attraverso l’amicizia-amore
virtuale, ciattando con un anonimo dall’anima bella,
Marco. Egli non soffre di nulla e sa quello che vuole: è
infiltrato nel gruppo per conquistare finalmente proprio
lei, Chiara, che all’oscuro di tutto inizialmente lo
respinge, prigioniera com’è di un sogno virtuale e di un
rapporto negativo con la realtà. Sarà lui con la sua
sensibilità, ma con i piedi ben saldi alla terra a trovare
il modo di rivelarsi a poco a poco, a liberarla dalla
nevrosi trascinandola nella conoscenza dei limiti del reale
da non disdegnare o respingere perché si può rendere
altrettanto nobile e poetico del sogno virtuale. Questa
giovane coppia è radiografata da Verdone con gran maestria
e simbolismo poetico nel finale: vedi il bagno notturno,
purificatore, al chiaro di luna, e una serie di splendide
panoramiche inquadrature impressionistiche. I messaggi sono
molteplici: di speranza per i giovani ancora capaci di
credere nella forza dei sentimenti, i soli con la loro
potenza di trasformare la realtà spesso molto complessa.
Giovanna La Torre
Marchese