Blair Witch Project

Cosa ci vuole per fare un film? Hollywood ci dice un numero svariato di milioni di dollari e un paio di star di richiamo. Noi, ottimisti, aggiungiamo un’idea o una storia da raccontare, ma soprattutto il modo di raccontarla. Se togliamo i milioni e le star può soffrirne il botteghino, nulla più. Se togliamo anche le idee, male che vada ci beccheremo uno di quei micidiali film coreani dove un tizio passeggia per ore senza spiccicare una parola (opinione personale: sono pallosissimi, ma bisogna riconoscerne una certa dignità e coerenza). Se togliamo tutto, viene fuori The Blair Witch Project (una singola idea è in verità riconoscibile, ma a pochi fotogrammi dalla fine. E’ la prima e ultima).

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Forse non è corretto prendersela troppo con un film neanche nato come tale. In fondo si trattava di un piccolo lavoro girato tra amici, e tale sarebbe dovuto restare, se un’ingannevole quanto ingiustificata propaganda multimediale non ne avesse fatto un fenomeno di costume. Di fatto, all’uscita della sala, troppe persone chiedevano indietro i soldi del biglietto. Tra loro, preoccupantemente, un buon numero di adolescenti, gli stessi che si erano entusiasmati per Titanic e American Pie. La ragione è semplice: non è cosa da poco prendere per mano lo spettatore e guidarlo nei luoghi oscuri della sua infanzia. Una storia banale come quella della strega nel bosco, per funzionare, ha bisogno di una regia sapiente, non priva di colpi d’ala e intuizioni. I giovani esordienti Myrick e Sanchez sembrano al contrario compiacersi e contentarsi di aver girato tutto il film con camera a mano (per i più delicati un travelgum non guasterà) e pochi spiccioli di budget. Il che non basta a farne, ipso facto, un buon film. Regia assente, dunque, sia nella grammatica dell’inquadratura (salvando il primo piano distorto e ravvicinato del volto sconvolto della protagonista) che nella sintassi del montaggio (va bene, si vuole far passare il tutto per un documentario ritrovato accidentalmente, ma ciò non dovrebbe azzerare la componente autoriale dell’opera. Anche Umberto Eco spaccia il Nome della Rosa per un manoscritto rinvenuto casualmente…). Ne è diretta conseguenza una povertà disarmante di significati e contenuti, tanto da consentire un unico livello di lettura, quello del coinvolgimento emozionale più diretto. Mettere paura, tanto per intenderci.
Un film di Kubrick (esageriamo) si può vedere e rivedere all’infinito, ogni volta avrà cose nuove da dirti, magari sottovoce, magari tra le righe. Il film di Sanchez e Myrick esaurisce la sua funzione già dalla campagna pubblicitaria, quando ti sbatte in faccia, urlandola, la sua unica verità: attento, nel bosco c’è la strega cattiva che ti vuole mangiare.
Ma per favore…

Henry

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