Milla Jovovich, da l'Oreal a Orléans: "Perchè io valgo ..." (poco come attrice)

Giovanna d'arco

Film sconclusionato, ipertrofico, a tratti imbarazzante nel suo essere involontariamente comico.
Armati di generoso ottimismo, è possibile salvarne l’inizio e la fine (poco, considerando le due ore e quaranta di proiezione). Proviamoci.
Si può anche non condividere, ma quantomeno assomiglia a un’idea: nel tentativo di dare spessore al personaggio, Besson chiama in causa anche Freud (o, come dicono alcuni Froid, NdV), propinando una lettura in chiave forzatamente "psicoanalitica" dell’infanzia della protagonista: Giovanna che si confessa due volte al giorno, Giovanna che ha le visioni , Giovanna che assiste all’uccisione e allo stupro (rigorosamente in quest’ordine) della sorella da parte degli Inglesi. Giovanna bambina, quindi, che accumula, rimugina e metabolizza dentro di sé tutti quei traumi che poi sbocceranno nell’estasi mistica dell’età adulta (si fa per dire, le cronache la danno arsa sul rogo appena diciannovenne).
Stesso tema, ripreso però in maniera più convincente nel finale: uno strepitoso Dustin Hoffman incarna la coscienza della protagonista dando vita al solo personaggio accattivante del film, risollevando al contempo un bilancio attoriale deficitario (con quei capelli Milla Jovovich sembra Di Caprio, e recita come la Golino).
L’inizio e la fine, dunque. Ma quanto sta in mezzo è assolutamente irrecuperabile, e non può non dispiacere. Anche perché Besson si conferma regista di grande talento visionario. La sua capacità di costruire l’immagine lascia stupiti e le grandi scene corali in campo aperto sono rovinate solo dalla pochezza e banalità dei dialoghi (come avviene nella sequenza che vede Giovanna destare i suoi soldati nell’alba della brughiera, un momento potenzialmente carico di pathos , se solo fosse stato girato senza il sonoro).
Nel complesso, quindi, un inutile giocattolone in confezione raffinata che non sorprende (la vicenda della Pulzella d’Orléans è troppo nota per prestarsi a una simile piatta trasposizione), non commuove (per gli sciagurati dialoghi), non convince lo spettatore più che quindicenne.

Henry

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