Un film che sorprende
Mi avvicino a questo film con una grande ammirazione per una
pellicola che sorprende sia chi si aspetta una commedia semplice e divertente, sia chi
pensa ad un film un po sentimentaloide con la "solita storia" della
comunità di recupero che cambia la vita.
Sicuramente 28 giorni non è il primo né lultimo film che tratti di una
comunità. E di certo il tema dellalcolismo o delle droghe non è un terreno
inesplorato nella storia del cinema.
Ma raramente credo di aver visto un film che tratta una vicenda dai mille risvolti
umani come quella di Gwen, lasciando allo spettatore tanti spunti di riflessione e tante
domande profonde, pur condotta sempre da una leggera comicità, che diverte lo spettatore
accompagnandolo con maestria nella vicenda ed evitando che il film possa cadere in un
patetico sentimentalismo.
Il dramma di tante vicende umane che si intersecano offe
molte opportunità di riflessione: ognuno credo si senta coinvolto nel personaggio di Gwen
che costruisce una sua personalità proprio grazie allincontro con quelle persone
che la società tende a scartare. Ma in fondo la società è la stessa che rifiuta chi ha
un passato inaccettabile (la compagna di stanza ricorderà a Gwen "sei mai uscita da
una comunità?" ricordando cosa sia la cosa più difficile), mentre chi ha vissuto
una vita difficile, con tanti sbagli, è pronto a ricordarci che non sono gli sbagli che
contano, ma quello che tu sei, e che è giusto.
La sorella di Gwen rappresenta in modo convincente una società "bene"; e
ci pone forse una delle domande centrali del film: è giusto "concedere" che una
vita difficile, che circostanze sfavorevoli, possano portare una persona a rovinare la
propria vita e quella degli altri? Se le due sorelle sono cresciute con le stesse
difficoltà, è giusto essere comprensivi in chi ancora "non ha imparato a
vivere?" A una risposta affermativa conducono i continui flash-back
sullinfanzia di Gwen; a una risposta negativa, da considerare, porta il fastidio
provocato dallimmagine di Gwen ubriaca che brinda offendendo la sorella nel giorno
del suo matrimonio. Ma la risposta sta allo spettatore.
E sono proprio i dialoghi a dare valore a questa pellicola: non è un film di frasi
fatte (lo ricorda proprio Gwen "non essere una frase fatta, perché sei una
poesia"), non è un film di dialoghi lunghi e sapienti. E un film di frasi
brevi di vita vissuta, in cui i discorsi psicologici di chi guida la comunità
infastidiscono di continuo proprio perché lontani dalla storia, mentre sono le poche
parole di chi condivide ad entrare nella mente dello spettatore per portarlo a ciò che
più lo riguarda.
Molto valida, a mio parere, linterpretazione di Sandra Bullock, che
interpreta un ruolo difficile proprio perché in continua evoluzione, con la costruzione
di un personaggio complesso, ma dipinto con grande profondità e realismo.
In un periodo in cui i film sembrano dover durare per forza almeno 150 minuti, 28
giorni è invece un film forse fin troppo breve: unevoluzione umana così radicale
ed importante viene ad essere un pochino semplificata solo dalla rapidità con cui si
svolge (anche nella realtà, forse 28 giorni sono solo il tempo della ribellione).
Francesco Caronni