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28 giorni: una celebrazione dei
valori made in Usa?
In 28 giorni cè dentro un po' tutto e quindi non viene approfondito
niente più di quel tanto. Forse non era questo l'obiettivo degli autori; il messaggio,
però, nel complesso è chiaro e, tutto sommato, risulta gradevole per chi esce dalla sala
colmo di buoni sentimenti e felice per il lieto (scontato) fine, salvo poi inciampare in
qualche tossico a terra o scoprire che ti hanno ciulato l'autoradio.
Dal momento che mai ho scritto in vita mia un commento (lasciamo perdere per carità la
recensione che è ben altro...) a un film e non sapendo bene da dove iniziare mi sono
soffermato al primissimo approccio: la locandina. E qui sorgono le prime perplessità;
nella locandina originale il sottotitolo recita "The life of Party... before she got
the life" ma sulla locandina appesa sul muro del cinema leggo "La vita è una
festa... basta saperla vivere". Senza essere madrelingua e senza scomodare l'Oxford
Advanced Learner Dictionary balza all'occhio che qualcosa non torna, non tanto nella
finezza letteraria quanto proprio nel significato. "Va beh, - mi dico - inizamo a
vedere il film, poi ci si pensa". Confrontando poche scene scaricate via internet
come trailer (in originale), la traduzione tuttavia appare francamente modesta...
Nella versione italiana molti eventi vengono dati per scontati e brevi "buchi"
di dialogo, di cui peraltro difficilmente ci si può accorgere senza un confronto diretto
con l'originale, celano brevi informazioni che orienterebbero un po' di più lo
spettatore. Non si ha alcuna indicazione, per esempio delle nozze della sorella in
primissima scena... in originale il film si apre con la Bullock che dice "Jasper,
it's late for my sister's wedding..." che tristezza (o meglio, what a sadness!!!),
cosiccome del tutto oscurato è il riferimento alla conversione della pena da scontare in
carcere in detenzione in casa di cura. Scontato, direte. Un insulto alla personale
perspicacia e una giusta riparazione ad un amore per il "ridondante" che, se
può incontrare il gusto americano, non è gradito al pubblico di casa nostra. Ma chi
garantisce che la "manipolazione" non sia più profonda? In effetti con il
proseguio della pellicola le divergenze sembrano aumentare: riporto di seguito una frase
che era detta da Eddie in una scena (copio e incollo dal sito www.soapcity.com/28days
<http://www.soapcity.com/28days>)
"...Of not being able to look people in the eye. Of killing three hours in the locker
after a game, just so by the time I leave, all the fans're gone and I don't have to see
'em. I don't wanna be like that. I wanna be able to look at a kid and know what he thinks
of me and what I think of me is the same."
Questo non è una semplice "chiosa" a una scena: dovrebbe rappresentare
piuttosto un tassello della psicologia del personaggio, un suo elemento di riflessione, e
di riflessione per il pubblico. Questa frase però non è tradotta. Purtroppo il sito non
contiene il file video ma è facile "piazzarla" nel punto giusto visto che,
proprio per la superficialità e velocità con cui il tema è trattato anche i momenti di
introspezione si risolvono in poche sequenze.
Ci si chiede quindi come si possa tentare di esprimere giudizi su un'opera (d'arte o meno
è poi da vedere di volta in volta) se cambiano le parole e il senso, laddove gli autori
hanno (o almeno dovrebbero) scegliere con cura ogni particolare.
Se così non fosse, allora anche il cinema (inteso nelle sue differenti parti costitutive
di sceneggiatura, regia, sonoro, etc.) sarebbe alla portata di tutti e il buon gusto
personale renderebbe chiunque di noi alla pari di un Fellini o di uno Spielberg. Crediamo
che non sia così e allora andiamo a cercare se ancora ci sfugge qualcosa, ma non nel
significato dell'opera (che, per dirla con Riondino, suonerebbe "morale: bere vino fa
male!"), bensì nel significato dei particolari, delle sfumature, dei personaggi
falsamente ritenuti "non-protagonisti" (e che sono a volte poi i più
interessanti) per cercare di carpire (con ampio margine di errore e con estrema modestia)
se c'è qualcosa in più, tra un fotogramma e l'altro. Anche perché forse altre pellicole
hanno già trattato il problema più diffusamente o più profondamente e pertanto appare
plausibile che gli autori abbiano voluto aggiungere qualcosa a ciò che è già stato
detto ed è chiaro a tutti.
Come in un puzzle proviamo a "mettere sul tavolo" alcuni pezzi e vediamo poi se
c'è modo di assemblarli e il significato che assumono.
Premetto che quanto segue è puramente riferito a questa specifica "opera" e a
un trend che mi appare evidente in parte della produzione cinematografica statunitense
attuale e trova i suoi limiti ben definiti di critica in questo ambito.
La struttura del film è fondamentalmente basata su diverse storie contrapposte. Una
strategia narrativa antica, di ispirazione manichea, molto "facile", immediata e
semplice da gestire: c'è il buono e c'è il cattivo, l'esempio virtuoso e quello da
aborrire. Così, proviamo ad analizzare una delle diadi presenti: quella tra Jasper ed
Eddie. Mi appare peraltro che il significato finale di questa diade sia ben mutuabile
dalle altre e che ben rappresenti un diverso significato di questa pellicola, forse tra
molti altri che gli autori hanno voluto comunicare.
Scopriamo allora che l'attore Dominic West (Jasper) è Britannico. Nessuno lo dice, a noi
sfugge, ma chiaramente parlerà Inglese britannico e non americano. Di ciò il pubblico
americano se ne accorge immediatamente e infatti il personaggio Jasper è inglese (rif. a
un'intervista rilasciata dall'attore nel sito sopra citato).
Parimenti, Viggo Mortensen dice del suo personaggio: "Eddie's from Guthrie, Oklahoma.
He grew up on a ranch, so he's not that familiar with the fast life and the big city.
..."
Eddie, quindi, è lo stereotipo del tipico ragazzo americano, ma non quello newyorkese,
immerso in una realtà multirazziale, proiettata nel mondo, carica di dinamismo e problemi
e povera di identità. No. E' di un piccolo paese dell'Oklahoma... che, anche a noi che
non l'abbiamo mai visto, fa venire in mente, paesaggisticamente, le scene della "Casa
nella Prateria", e culturalmente un ambiente in cui sono ancora forti i valori più
strettamente "americani" storici, etici e morali; senz'altro più identificativi
delle radici di un popolo, seppur moderno, quale quello statunitense.
Nell'antitesi che nel film si viene a creare tra i due personaggi, così connotati, si
può vedere, a lato della storia DELLA protagonista, un racconto parallelo; o meglio, uno
scontro tra due culture che potrebbe portare ad altri (e più inquietanti) significati che
gli autori hanno voluto inserire nel loro messaggio. Quali? Ma il solito! Lo stesso di
Indipendence Day, come di altre produzioni più o meno recenti che parlano di argomenti
anche apparentemente diversi tra loro. Il rito di autocelebrazione, seppur (leggermente)
celato, si perpetua, questa volta basato sulla grande forza morale e di volontà delle
sane - e con vis polemica, lo ammetto, si potrebbe arrischiare un "pure" -
radici statunitensi: un esempio da seguire per riuscire a risolvere i problemi, seppur
complessi, che realmente esistono e che non hanno una soluzione così "facile";
con la solita nota di superiorità nei confronti del resto del mondo (e al
"diverso" in generale) tanto cara alla cinematografia statunitense, a differenza
del trend cinematografico italiano, ad esempio, che tende forse verso l'eccesso opposto.
Ecco disvelato allora l'intento "pedagogico", che all'estero viene naturalmente
perso e svilito; un tentativo di infondere "valori" a chi valori forse non
riesce a trovare (infatti l'alcoolismo non è un problema solo europeo, anzi...). Ognuno
tragga poi le conclusioni che ritiene più opportune.
Lascio a voi il piacere di trovare altri riferimenti che combaciano con questa visione o,
in alternativa, vi risparmio la noia di indicarne molti altri (ci vorrebbero 20 pagine, un
po' troppo tempo e vi potrebbe provocare un varicocele incoercibile di cui non sopporterei
il peso...)
Tuttavia tanti tasselli trovano una loro logica collocazione e anche le tipiche scene dove
lo spettatore vorrebbe che la sedia sprofondasse per un attimo e si chiede "ma ho
anche pagato il biglietto per essere qui..." assumono significato: svelato è il
valore simbolico dello zoccolo del cavallo: è infatti in quel frangente che
l'"atleta (guarda caso giocatore di baseball... non poteva, che ne so... fare il
muratore o il panettiere... insomma, è l'equivalente dell'italiano pizzaiolo!!!),
ragazzotto, donnaiolo, grande&grosso, bello&figo very american" si scopre
filosofo; ed è a lui che la Bullock, nell'ultima scena rivolge l'invocazione "ho
bisogno urgentemente d'aiuto!!!!!", quasi come a idolo salvatore innanzi al diavolo
tentatore di Sua Maestà.
Sarebbe troppo riduttivo comunque fondare su solo questi due personaggi una critica;
infatti anche gli altri ben si inseriscono in questa chiave di lettura. Sinteticamente; i
ricoverati in casa di cura sono stati accuratamente selezionati: c'è una donna di colore,
altri poco identificabili, due figure comiche, l'una gay (ovviamente ridiamoci sopra: è
gay! cfr "paura=derisione del diverso) e l'altra che non si sa bene perché sia lì
se non per scopare, tutti comunque che richiamano, in maniera diversa, alla
"differenza" dallo stereotipo dato da seguire, tutti diversi da Eddy, insomma.
Anche il pentimento della sorella di Gwen (altra sequenza apparentemente stonatissima nel
suo palese manierismo), esempio di "sano stile di vita" (mi verrebbe quasi da
aggiungere "statunitense") può rappresentare l'appello all'accettazione del
diverso che però poi è rivolta verso la protagonista che, tra tutti i convenuti
dell'allegra compagnia, è quella che di "diverso" non ha proprio nulla e cade
così miseramente la contrapposizione con l'insensibilità della madre della compagna di
stanza di Gwen, morta sola e suicida, la quale affida la sua morale di vita alla
sudamericana Santa Cruz (e vi siete chiesti perché mai non a "Dallas", se
proprio una soap-opera doveva essere citata e ridicolizzata?).
Forse è anche questo che gli "intenditori" di cinema non sopportano più le
produzioni made in Hollywood e si rifugiano nei film orientali di 6 ore con 4 dialoghi; ma
a noi comuni mortali ciò può anche non tangere per nulla e essere ancora felici di aver
speso 12.000 lire e qualche ora del nostro tempo anche se la Bullock nuda è stata
soltanto intravista dietro un vetro smerigliato, nella speranza che la volta prossima vada
meglio!
Mattia Bonsignori
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