Contro Dancer in the dark:
solo
un'esercizio di stile
In una piccola cittadina americana degli anni '60 Selma,
immigrata dalla Cecoslovacchia, lavora giorno e notte per guadagnare il
più possibile e
riuscire a permettersi l'operazione che salverà la vista del figlio, compromessa da una
tara genetica che sta portando anche Selma alla cecità completa. Si dice che Fellini
abbia cominciato a fare brutti film per essere diventato troppo smaccatamente felliniano.
Questo stesso problema lo troviamo nell'ultimo lavoro di Lars Von Trier, "Dancer in
the dark", dramma proletario con un tocco di musical (le tanto citate scene musicali
in fondo sono solo 5 o 6 su un film di due ore e mezzo, un pò poco per definirlo musical
tout-court). Il film é bello, ma sconta la presunzione di un regista che cerca in maniera
troppo esagerata di essere se stesso, di diventare sempre più personaggio ed autore a
discapito della componente passionale, che é sempre stata il suo punto di forza. Dal
punto di vista concettuale e formale "Dancer in the dark"
é perfetto: tutto ha
un suo scopo, tutto torna. Questo però si può dire solo se si
é amanti, o comunque
conoscitori, del regista.
Altrimenti dallo spettatore occasionale scelte estreme come quella di riprendere le scene
di ballo con predominanza di inquadrature ravvicinate (facendo perdere l'insieme della
coreografia) potrebbero essere imputate ad imperizia registica, e le componenti
metacinematografiche (i personaggi che parlano dei musical) potrebbero essere scambiate
per facili strizzatine d'occhio. Da tutto questo esce comunque un ottimo film, con una
bellissima colonna sonora semi-industriale e attori straordinari, coinvolgente ed
appassionante anche se un pò troppo studiato a tavolino; non al livello comunque dei
precedenti lavori del regista danese, in primis quel "Le onde del destino" di
cui "Dancer in the dark" vorrebbe raggiungere
l'intensità. Rosetta va in America.
Graziano Montanini
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Procura una strana scissione la visione del film di Lars Von
Trier. Da
una parte c'é il lato razionale, che cerca di associare ad ogni evento una causa
scatenante, e dall'altro quello emotivo, che segue un percorso tutto interiore di adesione
alle immagini e vive il film come
un'esperienza di immedesimazione totale con il mondo della protagonista.
Se all'inizio ci si trova spaesati e si fatica un pò ad entrare nei
personaggi e nella storia, segue poi una fase quasi magica, in cui la
capacità del regista di stravolgere i generi cinematografici,
consente una partecipazione totale alla vicenda narrata. Ed entrare
nel mondo fantasioso di Selma (una Bjork che si annulla nel
personaggio interpretato) in cui la vita dovrebbe essere un musical,
diverte, stupisce ed intenerisce.
Poi, però, a mano a mano che la storia cresce, si arriva a un bivio
emotivo in cui il meccanismo rischia di incepparsi. La causa
é da
ricercarsi principalmente nella sceneggiatura, che vira alla tragedia
senza motivare in modo approfondito il perché degli eventi. La
sensazione é quella di un regista che vuole incidere il dito nella
piaga dei sentimenti dello spettatore, aggiungendo dettagli sempre
più dolorosi e laceranti, ma in modo un po' gratutito, senza che la
storia raccontata abbia le premesse per renderli plausibili. E nel
momento in cui il gioco diventa scoperto, emozionarsi e partecipare
diventa molto difficile.
Resta la grande capacità di Lars Von Trier di provocare in modo
intelligente, personale e fantasioso, applicando, pur con certe
libertà, le regole del Dogma a un genere anti-Dogma come il musical,
trasformando la Denevue in una credibile operaia (anche se il suo
personaggio appare e scompare, soprattutto nella seconda parte, in
modo poco motivato) e costruendo un personaggio femminile perfetto per la
sensibilità e
la fisicità della cantante Bjork (sarebbe interessante vederla in ruolo diverso). Quello
che però si percepisce, se prevale il punto di vista razionale su quello emotivo,
é la volontà di manipolare la buona fede cinematografica dello spettatore. E si esce dalla
sala pensando che, forse, i veri sogni di Selma a occhi aperti sono tutt'altro che
dogmatici, ma sfavillanti, kitsch, colorati e ritmati, proprio come quelli dei musical
americani, e quello che si é visto al cinema é un esercizio di stile
interessante, ma
tutto sommato, nel suo tentativo di stravolgere la finzione,
più finto che potente.
Luca Baroncini