Il giardino delle vergini suicide
Come capita tutte le volte che si trae un film da un libro che si è
molto amato, temevo il peggio. Invece, un pieno successo. Le Vergini Suicide di Jeffrey
Eugenides (leggetelo assolutamente, c'è anche in edizione economica) è stato uno
dei romanzi americani più belli degli
anni 90, un esordio di quasi stupefacente bravura e sicurezza. In tutto il libro non vi è
una sola frase fatta, una sola immagine usurata, un solo giudizio affrettato o
moralistico. E' anche l'unico romanzo che conosca con un narratore in prima persona
plurale - una specie di portavoce del 'noi', del gruppo di ragazzini che dopo vent'anni
non si è ancora ripreso dal suicidio collettivo delle 5 sorelle Lisbon (non è uno
spoiler, dato che ci viene detto dopo un paio di minuti).
La prosa del romanzo è precisa e colorata, gonfia di dettagli apparentemente
precisi -
l'effetto ricorda un poco Escher, ci vogliono molte pagine per rendersi
conto che la
storia si svolge verso la metà degli anni 70 e non negli anni 50 o in un
vicino futuro.
Il film non può rendere l'accumuluzione di dettagli ed interpretazioni -
si capisce
subito dove e quando ci troviamo - a Grosse Pointe, Michigan, un suburb
quasi elegante di
Detroit - ma ottiene il suo effetto di straniamento grazie ad un
uso enfatico e
virtuosistico della luce, all'utilizzo di piccoli trucchi che più che al
cinema
richiamano alla pubblicità di quegli anni, all'assenza di ogni ironia nella
ricostruzione
d'epoca, all'uso della voce fuori campo adulta che fa procedere
l'azione da un quadro
all'altro (non era possibile altra soluzione, se si voleva mantenere lo spirito del
romanzo).
Non c'è molta trama. Non c'è neppure molto dialogo: si tratta di adolescenti
dolorosamente inarticolati, l'imbarazzo è il sentimento predominante in tutti i
personaggi a parte le sorelle. La bellezza eccessiva delle sorelle Lisbon sconvolge la
vita di tutti, in modi tutt'altro che ovvi. Il loro suicidio appare immotivato: la
severità dei genitori (un patetico James Woods ed una matronale Kathleen
Turner) è tanto
ottuso quanto velleitaria. Sappiamo benissimo che le sorelle potrebbero
sfuggirgli in qualsiasi momento. La loro è una tragedia del solipsismo, della
self-absorption: sono così più sagge dei ragazzini ossessionati che cercano
disperatamente di capirle (e
continuano a provare anche da adulti, le loro vite rese squallide e inutili dal flash di
quella tragedia adolescienziale) che finiscono per trovare il mondo e la vita del tutto
inadeguati alla loro sensibilità. "L'essenza di quei suicidi non era la tristezza, non era il mistero, ma
un puro e semplice egocentrismo. Le ragazze si erano arrogate decisioni che spettavano a
Dio. Erano diventate troppo potenti per vivere fra noi, troppo preoccupate di se stesse,
troppo visionarie, troppe cieche... Non potevamo nemmeno immaginare il vuoto di una
creatura che si apre le vene dei polsi con un rasoio, il vuoto e la calma... l'oltraggio
di una creatura che pensa solo a se stessa."
L'immagine delle quattro sorelle abbandonate l'una sull'altra sul
tappeto dopo il primo suicidio, quello di Cecilie, colpisce molto. La forza e la
sensibilità femminili, elevate all'ennesima potenza, diventano
autodistruttive: le sorelle appaiono sempre calme e sicure e soprattutto
consapevoli, a differenza di tutti gli altri. Oltre a Woods ed alla Turner appaiono
anche Danny De Vito e Scott Glenn ed il re degli
straight-to-video Michael Pare'. Ma i veri protagonisti sono gli attori adolescenti, in
particolare Kirsten Dunst come Lux, la più affascinante delle sorelle, e Josh Harnett
come Trip Fontaine, il seduttore della scuola che finirà per 'provocare' la tragedia
finale. La Sofia Coppola di New York Stories ed il Padrino III è felicemente
dimenticata: non era la sua strada. Se questo esordio registico è tutto
farina del suo sacco - il padre figura come produttore - abbiamo una
nuova regista da seguire. Non solo per l'ambientazione ma questo film mi ricorda il
meraviglioso Dazed & Confused di Richard Linklater (uscito in Italia come La Vita è
un Sogno). La colonna sonora degli Air, sofisticata ed insinuante, aggiunge
moltissimo al film, come pure la scelta di brani easy-listening di quel periodo.
Stefano Trucco