Il mestiere delle armi
di E.Olmi
Puo' considerarsi una sfida, ma di quelle che premiano, la
visione della nuova pellicola di Ermanno Olmi. La prima parte, infatti, per chi non e'
cosi' avvezzo alla storia da cogliere al volo collegamenti e dinamiche, risulta davvero
indigesta. Ed e' curioso e molto personale il modo con cui Ermanno Olmi racconta gli
ultimi giorni di vita del capitano di ventura Giovanni de' Medici.
Non c'e' una progressione tradizionale degli eventi e uno
snodo lineare dei personaggi, ma lo spettatore viene a trovarsi all'interno di frammenti
storici e stati d'animo che solo attraverso una visione paziente e priva di aspettative
trovano una risposta. La seconda parte, infatti, chiarisce i punti oscuri e, pur se
raggelata dalla negazione di qualsiasi coinvolgimento, arriva a colpire per l'assoluta
originalita' e bellezza della messinscena. Alcuni momenti sono davvero emozionanti e
forti. Come il flashback, che accosta la passione del fugace incontro con la nobildonna di
Mantova, al dolore dell'inutile operazione con cui i medici cercano di guarire il
protagonista amputandogli la gamba incancrenita. Alla riuscita del film contribuiscono
sicuramente la bellissima fotografia di Fabio Olmi e la meticolosa cura scenografica e dei
costumi. Ma quello che piu' colpisce e' il controllo della regia.
Nulla e' lasciato al caso e appartiene a un progetto che
riesce ad essere comunicativo attraverso la perfetta coordinazione degli strumenti
cinematografici. E alla fine si esce dal cinema con la sensazione di essere stati
testimoni di un punto di vista prezioso. Forse proprio per la sua non conformita' ai ritmi
e ai tempi imposti dal mercato che, soprattutto se si parla di guerra e battaglie, tendono
a condannarla dopo averla magnificata a livello visivo. Ne "Il mestiere delle
armi" la magnificenza c'e', ma altrove.
Luca Baroncini
Mercenario è colui che offre la propria esperienza ed
abilità di soldato a chi è disposto a compensarlo in maniera migliore; nel rinascimento
questi mestieranti erano noti come soldati o capitani di ventura. Uno dei più noti
capitani di ventura italiani fu Giovanni de Medici, detto Giovanni dalle bande nere
perché mutò in questo colore le bande verticali del suo stemma in segno di lutto per la
morte di papa Leone X, cioè suo zio, anch'esso a nome Giovanni de' Medici. Giovanni dalle
bande nere cambiò bandiera molte volte tra il 1522 ed il 1526, combattendo
alternativamente per le truppe papali, quelle francesi e quelle imperiali di Carlo V; egli
morì in conseguenza di un colpo di falconetto, arma di artiglieria leggera sofisticata
per l'epoca, fornito dal Duca d'Este signore di Ferrara alle truppe di lanzichenecchi
(mercenari di fede luterana) che guidate dal signorotto tirolese Giorgio Frundsberg
calavano verso Roma, al soldo di Carlo V infuriato per il patto tra gli stati europei noto
come la "lega di Cognac" che mirava ad arginare la preponderanza politica degli
Asburgo. Alla lega avevano aderito anche l'Inghilterra, Milano, Firenze, Venezia ed il
pontefice Clemente VII (Giulio de' Medici). In quel periodo Giovanni era al soldo delle
truppe papali, sotto il comando del duca di Urbino Giovanni Maria della Rovere e si
trovava nei pressi di Mantova, precisamente a Governolo sul Po, per cercare di impedire
quello che nel 1527 passò alla storia come "Il sacco di Roma", perpetrato
appunto dalle truppe di Lanzichenecchi.
Nella pellicola risulta ottimamente ricostruito l'evolversi della vicenda storica, la sua
stretta dipendenza dalle alleanze mutevoli tra le grandi famiglie che dominavano i
territori italiani in quel tempo, gli Estensi a Ferrara, i Medici a Firenze e a Roma
attraverso il papa, i Gonzaga a Mantova, ma soprattutto rende fedelmente quello che era
l'ambiente e la vita dei mercenari, a cui erano affidate da tutti i poteri forti
dell'epoca le proprie sorti militari. Olmi si sofferma a raccontare il minimo
indispensabile del contesto storico per consentire allo spettatore di comprendere la
successione degli avvenimenti, e lo fa in maniera assolutamente non invasiva, distribuendo
queste "note a margine" lungo tutto lo sviluppo della storia in maniera uniforme
e gradevole, in modo da mantenere focalizzata l'attenzione sulla vita e sul carattere
dello sfortunato protagonista.
Il risultato è un film didattico, sia dal punto di vista storico che cinematografico,
consente allo spettatore di recuperare una parte di storia italiana e nel contempo mostra
come sia possibile rendere in maniera assolutamente esatta e puntuale la vita militare in
un'epoca ormai lontana, il carattere e l'onore dei soldati e dei comandanti insieme alle
loro paure ed alle loro piccole manie, e soprattutto il modo di farsi la guerra in quel
tempo senza colpire continuamente allo stomaco, usando l'immaginazione dello spettatore
più che l'esplicita inquadratura o la scena al limite dello splatter; immaginazione che
è sempre maggiormente carica di significato: le scene esplicite si dimenticano presto
mentre le sensazioni indotte rimangono scolpite più a lungo nella memoria e ottengono un
effetto decisamente superiore.
Un film da vedere e da conservare, una grande opera del cinema italiano che meriterà
sicuramente più di quanto riuscirà a raccogliere come riconoscimenti a livello
internazionale.
Sergio Acerbi
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