"The king is
alive": anteprima...d'oltremanica dell'ultimo film del Dogma
di Barbara Mella
Nel 1995 quattro amici, Thomas Vintenberg, Lars Von Trier, Kristian Levfring and
Soren Kragh-Jacobsen, si sedettero ad un tavolo e quasi per gioco buttarono giù
“The Vow of Chastity” (Il Giuramento della Castità), le dieci regole
d’oro del Manifesto Dogme: ripresa sul luogo, suono ed immagini in
contemporanea, camera in presa diretta, luce naturale, nessun filtro ottico,
nessuna azione superflua, nessuna distanza temporale e spaziale, niente genere,
niente firma.
Lo scopo era contrastare un certa recente tendenza che aveva trasformato il
cinema in un prodotto superplatinato, imbellettato di immagini stupefacenti e
controllato da tecniche impeccabili. I film erano diventati così un’illusione
priva di verità, un virtuoso gioco d’autore. Il nuovo cinema secondo i
puristi danesi avrebbe dovuto essere crudo, onesto, realistico e soprattutto
centrato sull’individuo. La cinepresa non avrebbe dovuto creare una realtà
alternativa, ma registrare semplicemente gli eventi, scoprire la verità
dell’happening in uno stile documentaristico. I quattro registi erano ben
consapevoli del fatto che sarebbe stato impossibile dipingere la realtà in
quanto tale, dato che un film è comunque un’opera d’arte, ed ogni scelta
fatta ne presuppone una estetica. Ad ogni modo il desiderio di una tale rottura
sottolineava il loro disagio per la continua ricerca della perfezione artistica
e tecnologica, a cui avevano aspirato nei loro precedenti progetti. Tutti e
quattro volevano riportare il cinema agli elementi basilari e se non era
possibile astenersi completamente dal gusto personale, per lo meno si doveva
mediarlo con gli attori e l’ambientazione.
I risultati furono sbalorditivi. La coercizione dettata dalle regole aveva
permesso in qualche modo libertà e creatività. I primi tre film, The
Celebration, The Idiot e Mifune, furono incredibilmente diversi ed originali ma
con elementi comuni, come personaggi forti e storie significative. Dato che i
registi dovevano preoccuparsi meno degli aspetti tecnici, permetteva agli attori
e allo sviluppo della trama maggiore autonomia. La cinepresa registrava gli
avvenimenti mentre accadevano, permettendo all’azione e alla recitazione di
concentrarsi sul momento, e creando uno spazio più intimo e diretto in cui lo
spettatore potesse entrare, simile a quello del teatro. Naturalmente questo portò
allo sviluppo di una nuova tensione tra verità ed artifizio, realtà e
finzione. E l’enfasi del Dogme sul realismo finì per contestare seriamente il
vero concetto di realtà.
In tutti i film, un gruppo di persone si ritrovano in un’insolita situazione
che li incornicia e li costringe ad affrontare qualcosa che stavano evitando o
che non conoscevano. La storia s’incentra quindi sullo sviluppo personale e
sociale dei personaggi, sulla loro capacità di affrontare l’ignoto,
l’inaspettato. Il più delle volte diventa una questione di sopravvivenza
emotiva, intellettuale, e persino fisica.
Questo è esattamente ciò che accade nel nuovo film Dogme, l’ultimo dei
quattro programmati. Nel The King is Alive (Il Re è Vivo)
un gruppo di turisti male assortiti è abbandonato in una città mineraria ormai
disabitata, in mezzo al deserto della Namibia, dopo che l’autista li ha
portati accidentalmente fuori rotta durante la notte. Quando la guida li lascia
per attraversare dune di sabbia sconfinate, alla ricerca di aiuto, il gruppo
viene dimenticato nell’insopportabile caldo del deserto con solo rugiada
mattutina e carote in scatola della seconda guerra mondiale per sopravvivere.
Mentre la prospettiva di un aiuto diventa ogni giorno sempre più remota un
manager teatrale in pensione butta giù a memoria il Lear di Shakespeare. Il suo
suggerimento di rappresentare questa versione improvvisata dell’opera affonda
i turisti nello scompiglio e disperazione. Mentre lottano per difendersi dalla
consapevolezza della loro prossima fine e conservare un senso di dignità umana,
spogliati di qualsiasi convenzione sociale, verso uno stato di essere più
primitivo, le parole che recitano diventano l’unica ancora di salvezza per non
impazzire.
Oltre all’ovvia metafora del King Lear per la vita, l’elemento davvero
importante del racconto sono proprio le parole. Il narratore, unico residente
presente in questa città fantasma e unico spettatore della tragedia, fa notare,
in Swahili, che i turisti ‘usano parole ma non parlano tra di loro’.
L’impossibilità di comunicare trasforma il linguaggio in un mezzo di
alienazione. Non solo i personaggi non capiscono il loro osservatore, ma no si
capiscono neppure tra loro. A Catherine (Roman Bohringer), l’unica francese
del gruppo, Gina (Jennifer Jason Leigh) chiede di raccontare una storia nella
sua lingua. Con un suono poetico e sensuale lei impreca e offende la sua
ascoltatrice che alla fine applaude sopraffatta dall’emozione senza rendersi
conto del vero significato di quello che ha ascoltato. Le parole sono un’arma
di falsificazione.
Intrappolati in una tale distesa di vuoto i personaggi entrano ed escono dalla
luce e dal buio mentre la cinepresa digitale, di solito usata in videoamatoriali
di famiglia, offre immagini vive e taglienti, abbaglianti e sature di colori. La
luminosità è così intensa da creare un mondo da sogno uggioso ed innaturale,
che i personaggi cercano inutilmente di evitare per proteggere i loro visi
pallidi ed il loro senso di identità. Infatti sia il sole che la sabbia
penetrano nella loro pelle vulnerabile come elementi primitivi che preparano i
corpi per una trasformazione alchemica o un passaggio ad un altro stato di
esistenza. Il rossore drammatico del fuoco del campo che guizza senza sosta con
un’impressionante bagliore, getta ombre oblunghe che aumentano la sensazione
di un imminente annegamento mistico. La moralità ed il coraggio dei personaggi
si affievolisce quando si trovano desolatamente nudi in momenti di epifania
intollerabilmente lucidi e tragici.
Se The King is Alive è l’ultima offerta del Dogme, il suo manifesto ha
comunque influenzato tutto il mondo. Il sito ufficiale presenta 24 film ‘puro
Dogme’, incluso uno italiano e Julien Donkey-Boy di Harmony Corine (Kids). Ma
lo spirito e l’intento della filosofia danese hanno spinto molti a tornare ad
un modo più puro e più semplice di fare cinema.
Con Tigerland, Joel Schumacher (Batman, The Client, A Time to Kill) abbraccia i
principi della scuola Dogma. Né illusioni, né scenografie elaborate, né luci
artificiali, ma cineprese a mano, pellicola da 16 mm e attori quasi sconosciuti.
Schumacher si era già allontanato dall’ideale Hollywoodiano del prodotto
perfetto con film come 8 Millimetres and Flawless. Ma Tigerland spinge le sue
intenzioni puriste oltre. Insieme al direttore della fotografia Matthew
Libatique (Pi, Requiem for a Dream), Schumacher crea un film-documentario di
incredibile realismo e impatto. Un film sulla guerra del Vietnam senza guerra né
Vietnam, Tigerland è la cronaca inquietante di alcuni giovani soldati mandati
nel secondo peggior posto sulla terra: la base di addestramento nelle foreste
selvagge della Louisiana, USA. Il programma di combattimento simulato annuncia
la morte imminente. Ciononostante il soldato semplice Roland Bozz (Colin Farrel)
non accetta il suo destino: “se devi inventare una storia, almeno inventala
felice”. Ma non c’è nessun lieto fine in Vietnam. Questa improvvisa
intuizione incombe sul morale di tutti nella comune lotta per la sopravvivenza.
Una sopravvivenza che comunque, comporta una scelta etica piuttosto che una
fortunata scappatoia. Lo spregio di Bozz per la disciplina militare e il suo
regime brutale condiziona anche coloro che si sono arruolati volontari, incluso
Jim Paxton (Matt Davies) con il suo taccuino e la sua idea romantica della
guerra, forgiata da Hemingway e James Jones. La battaglia viene solo combattuto
da coloro che sono sopraffatti dal dolore, dall’odio, dalla vendetta. Non ci
sono cattivi, a parte la guerra. La storia, basata sull’esperienza di vita
dello sceneggiatore Roos Klavan, rivela profonda comprensione ed empatia in un
film pacifista che condanna l’autoritarismo immorale e disumano della macchina
militare e l’insensato massacro di giovani vite. Tigerland è una intensa e
spietata esplorazione della sfida umana all’inevitabile; delle successive
scelte etiche e sociali; della perdita dell’innocenza e della speranza.
Come The King is Alive, Tigerland ha un aspetto grezzo e immediate. Nonostante
il manifesto Dogme sia stato ideato come una serie di regole prettamente formali
il risultato è in qualche modo un cinema fortemente basato sui personaggi.
Entrambe le storie hanno profondo impatto, e assorbono lo spettatore, nonostante
un restio desiderio di distacco e un senso di disagio. Quello che forse nacque
quasi per scherzo è stato probabilmente uno dei gesti più innovativi degli
ultimi anni. Una testimonianza che il cinema si può ancora re-inventare per
concepire grandi opere che stupiscono, affascinano, stimolano e ispirano.
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