Vajont

Vajont

Il Vajont e' un buco nella memoria di tutti quelli che, almeno una volta, sono stati lassu, tra le montagne, a vedere quel mostro affascinante di cemento e metallo, che sembra spingere per uscire da quella gola stretta, come a dire io non c'entro, io il mio lavoro l'ho fatto.
Il Vajont sono le duemila croci che l'acqua ha generato in una notte.
Il Vajont e' il silenzio di un mare di fango.
Il Vajont e' un fatto.
Come una ferita che non rimargina.
Come una sberla.
Il Vajont non e' immaginabile, non e' descrivibile. Non c'e' una nave da affondare come nel Titanic, qui ci sono paesi interi che hanno visto un tramonto e non l'alba successiva, c'era un area sterminata dove prima c'erano duemila vite che s'intrecciavano come l'edera e che in poco
tempo sono diventate terra. Da foglie a terra. Da carne a terra e fango e sassi.
Andateci un giorno su a Longarone, il paese di cemento armato, costretto a convivere con l'immagine della propria morte di fronte alle finestre.
Andateci prima di aver visto lo sfregio di Martinelli. Per preservare la visione pura di una tragedia senza immagini stupide a venirvi in mente.
Senza musiche e canzoni idiote a risuonarvi in testa.
Le tragedie non sono impossibili da raccontare, penso a "Urla del Silenzio", ma impongono un rigore morale che Martinelli ha letteralmente lasciato da parte, cancellando le due parole dal proprio vocabolario, per sostituirle con retorica ed enfasi.
Tutto quello che in questo film doveva rimanere in silenzio, il regista lo fa parlare con voce tronfia, costruendo dei personaggi che non sono tali ma caricature di loro stessi. Il parroco calato nei panni di un Don Peppone senza però la penna del Guareschi, la coraggiosa Tina Merlin trasformata in Casarin d'antan, improbabili comprimari che parlano con accenti strani, che stridono di fronte al teatro naturale delle montagne veneto-friulane dove e' nata la catastrofe. Macchiette dicevamo, che si muovono guidati da un sceneggiatura paurosamente didascalica, che non racconta nulla ma, a singhiozzo, spiega soltanto.Questo però non e' un documentario e non posso muovermi continuamente tra la retorica orribile di un operaio che muore e a cui prima, nello spazio di due (2!) battute era stato fatto dire: "ho cinque figlie", e le spiegazioni di perché la montagna e' crollata. Ma dio santo! Nel Vajont ci sono duemila croci!
Perché devo usare trucchi così meschini per far piangere la gente, perché devo insultare la memoria di chi e' morto mettendo Bocelli come sottofondo mentre scorrono le scritte che danno il senso di cosa fu quella marea d'acqua. O leggo O ascolto. E di immagini così il film e' pieno, denso fino alla nausea, all'imbarazzo. Ci sono promessi fidanzati che si scambiano effusioni raccontandosi storie strappalacrime su genitori morti, crocifissi in legno incompiuti che vengo fatti galleggiare sull'acqua, con una sensibilità estetica che e' pari di quella di una madre superiora che prepara la recita di Natale.
Dal punto di vista tecnico tutta la pellicola (70mm mi hanno detto.il film e' costato 16 miliardi) si muove scimmiottando le pubblicità del Mulino Bianco anni '80 (anche nei contenuti) e le grandi produzioni americane (restandone lontanissima). Ho già scritto che le scene corali sono prive di una qualsiasi veridicità, con comparse tenute immobili, talvolta sembra quasi siano state riprese prima ancora del ciak! E che restituiscono al film soltanto plasticità, durezza. Non c'e' nulla da salvare su questo film a parte le interpretazioni di Serrault, Auteil e Gullotta, ma non verrebbe da dire bene nemmeno di questo, tanta e' la rabbia per lo scempio fatto alla memoria ed al cinema italiano per astrazione.
Dopo l'ondata, la mattina seguente al posto di Longarone e dei paesi limitrofi, c'era un distesa di melma bianca. Nel film, Martinelli fa trovare, su questo mare di fango, al pseudo-protagonista, una sedia a dondolo regalo di nozze. Ultimo schiaffo ad una qualsiasi credibilità ultimo spintone ad un qualsiasi rigore morale. Quello che più però fa arrabbiare e' che, alla fine, la gente andrà a vederlo 'sto film e penserà che questo e' stato il Vajont e niente potrà fargli cambiare idea. Qualcuno lo difenderà anche 'sto film dicendo che, in fondo, l'importante e' che se ne parli.
Se bisogna parlarne così, però, di quella diga maledetta che e' rimasta in piedi a lapide perenne, meglio scegliere di non parlare. Meglio il silenzio. Meglio il buio.
Pierangelo (dal NG cinema)

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