LA DEFORMITA’ DEL REALE
riflessioni su the elephant man

Di Simone Spoladori

Il secondo lungometraggio di David Lynch, The Elephant Man[1], narra la vicenda (reale, almeno nei tratti essenziali[2]) di John Merrick, l’ "uomo elefante", giovanotto mostruosamente deformato da uno spaventoso caso di neurofibromatosi che lo rende dapprima un’attrazione da fiera e poi un eroe della Londra vittoriana. La rassegna della Fondazione Cineteca Italiana ci consente di rivolgere immediatamente l’attenzione al raffinatissimo bianco e nero che avvolge la splendida fotografia del film, opera di Freddie Francis, che per questa prova ricevette la sua prima candidatura all’Oscar[3]; la straordinaria rarefazione emotiva che il monocromatismo del film costruisce proietta immediatamente l’Età Vittoriana in cui la storia è ambientata, epoca, peraltro, notoriamente tra le più perbeniste, puritane e ipocrite della storia della civiltà occidentale moderna, sull’asse degli universi paradigmatici, tra quei campioni, senza luogo e tempo, della società civile intesa come assioma indiscutibile e principio della convivenza. Il mostruoso John diventa quindi il fulcro di tale parabola, un simbolo orrendo e straordinariamente funzionale di tutto ciò che esula da quel canone di normalità che, più o meno tacitamente, è accettato da tutti gli esseri umani. Su questa riflessione iniziale, apparentemente semplicistica, la straordinaria padronanza del mezzo cinematografico dell’autore costruisce uno sconvolgente discorso in bilico su un delicato incastro di confronti e parallelismi, che investe come un treno in corsa le certezze dello spettatore, certezze che costituiscono proprio quegli strani canoni di "normalità" che la società assolutizza, ma che, ci dimostra Lynch, non sono assolutamente preesistenti; non esistono, insomma, aprioristicamente concetti assoluti di normalità o abnormità, bellezza o bruttezza, ma, semplicemente, il radicamento di un ideale estetico nel senso comune del pudore cristallizza i pregiudizi. E il nostro "uomo elefante", nascosto sapientemente dall’autore per i primi venti minuti e poi sbattuto in faccia al pubblico improvvisamente, in modo da creare un naturale senso di rigetto, si carica sulle spalle, come un Cristo storpio, peccati e pregiudizi di un’avvilente società il cui orizzonte non lascia intravedere alcun segnale di speranza, in cui i "poveri" sono anche cattivi e abietti[4], in cui la miseria priva spesso di ogni tipo di umanità le proprie vittime, in cui i pregiudizi, ribaltati o camuffati, sono radicati ad ogni livello sociale, in cui i perbenisti ed educati borghesi e aristocratici della gelida "Victorian Age" tendono ad uno strabocchevole paternalismo verso ciò che indebitamente giudicano "al di sotto", paternalismo che soffoca uno scalpitante sentimento di ribrezzo da mascherare per vincere una straordinariamente ipocrita gara di solidarietà. Nessuno si salva nello scenario di Lynch, nessun personaggio merita la simpatia dello spettatore, che non riesce mai ad identificarsi con alcunché, e al contrario rimane impietrito ad osservare componenti pregiudiziali cui, purtroppo, sente di aderire. Un processo di dissociamento, quindi, si radica nello spettatore, che è volontariamente respinto dalla sgradevolezza di personaggi cui si sente terribilmente simile, e da cui vuole fuggire, terrorizzato dalla tetra rappresentazione delle proprie inestirpabili crudeltà.

La violenza e l’intensità di questi sentimenti e di queste emozioni è brillantemente ingrandita dallo straordinario talento visivo dell’autore, che controlla e misura saggiamente il suo conosciuto gusto per l’abnorme e per il "meraviglioso" (nel senso barocco di un’inusuale meraviglia e un insolito stupore) colpendo allo stomaco i fruitori di quello che, a nostro giudizio, può essere considerata la sua migliore prova. Lynch utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione per imbastire un discorso brillante e lineare: straordinarie le sequenze oniriche che intorpidiscono la scena, il trasognato montaggio connotativo che suggerisce e allude, meno spesso svela, più spesso sorprende con ardite associazioni di idee. Ma l’aspetto stilistico che maggiormente colpisce è il perentorio piglio documentaristico che, sebbene rivestito della squisita eleganza delle tessiture visive che decora tutte le pellicole del nostro autore, sposta le lancette dell’emotività dalla spensierata e distaccata fruizione di una storia cruda e commovente al terrore puro e raggelante che si prova dinanzi alla mostruosità del reale. Pochissime sono le musiche di provenienza extradiegetica, i movimenti di macchina sono essenziali, quasi sempre giustificati da raccordi e movimenti interni, privi di una radice significante libera, più legati ad associazioni di idee di natura quasi empirica e sensoria, le luci sono spogliate da qualsivoglia sensazione semantica e incanalate sul livello della gerarchizzazione dei piani interni. Insomma, una raggelante testimonianza della deformità interiore della nostra società, che peggiora di giorno in giorno, che costringe "ad aver paura di far paura", che non tiene conto delle reali brutture (quelle morali, quelle etiche, quelle personali) e che forse, analizzata senza pregiudizi e da differenti angolazioni, rivelerebbe più "freaks" di quelli che abitualmente conosciamo, e che, come il nano che libera John dalla gabbia[5], come John stesso, hanno imparato che l’umanità, quella vera, si coltiva più in profondità delle superfici esteriori etichettabili dal mostruoso senso estetico comune.

[1] The Elephant Man, di David Lynch, GB 1980, b/n, dur. 125 min., con A. Hopkins, J. Hurt, A. Bancroft, J. Gielgould

[2] Il film è infatti sceneggiato a partire dalle testimonianze di Su Frederick Treeves e Ashley Montagu, che narrarono in due fortunati libri-verità la vera storia dell’ “uomo elefante”

[3] Il film è candidato a ben sette premi Oscar ma è clamorosamente bocciato non ricevendone nemmeno uno. Ovviamente la motivazione va ricercata nel non eccessivo successo commerciale della pellicola, requisito fondamentale per trionfare nella manifestazione degli Academy Awards, come dimostra il recente successo del “Gladiatore”.

[4] Si noti la somiglianza tra i mostruosi e sbracati “poveracci” che si divertono con l’uomo elefante nelle sue stanze e i poveri caciaroni, spaventosi e blasfemi di Viridiana di Bunuel e si consideri la vicinanza dei due messaggi.

[5] Una gabbia che si materializza fisicamente in più punti del film e che pare essere un simbolo tematico ricorrente del film, che suggerisce il fin troppo semplice e pirandelliano parallelismo tra le sbarre indistruttibili di una prigione e le ineffabili etichette che siamo pronti ad affibbiare a chiunque.

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