Play time
(Play Time) FR 1967 di Jacques Tati con Jacques Tati, Barbara Dennek, Jacqueline Lecomte, Reinhard (René) Kolldehoff, Valérie Camille, Yves Barsacq

Una giornata di Monsieur Hulot tra uffici asettici e glaciali, traffico metropolitano, turiste straniere e night da sabotare. Caso più unico che raro di “kolossal comico, il più costoso dei film di Tati (che girò in 70mm – e se il film non è visto in tale maniera, e in lingua originale, non sarà davvero mai possibile apprezzarlo per bene - e costruì in studio un’autentica città del futuro, Tativille) è un apologo contro i rischi della disumanizzazione del mondo moderno e la conseguente perdita dell’identità: la cibernetica come stile di vita che, tra suoni rumori cacofonie e linguaggi incompatibilmente diversi, tende alla pazzia e la stralunata poetica dell’autore verrà addirittura celebrata da Salce nel finale di Vieni avanti cretino. Come disse Truffaut, “un film che viene da un altro pianeta”, in cui si penetra con garbo e lentezza e si finisce per esserne contagiati costantemente: lo sforzo di mimesi, se eseguito, viene infatti ripagato da una messinscena complessa e attentissima che celebra un horror vacui tragicomico (ogni inquadratura è così fitta di informazioni che andrebbe studiata separatamente): la comicità di Tati, poi, pur debitrice di tante fonti, non assomiglia a quella di nessun altro e vuole restituire, con garbo e ironia, il dramma della solitudine dell’uomo contemporaneo (si badi che Hulot o sta quasi sempre zitto o bofonchia qualcosa che difficilmente si comprende). Poetico senza esserlo apertamente, e anche evidentemente squilibrato, il film riversa tanto l’umiltà di artigiano dell’autore quanto la sua superbia intellettuale. Bellissime le riprese “ludiche” (e felliniane: o viceversa?) del traffico di Parigi, somigliante a sgargianti girandole di automobili o ai girelli per bambini. Il film, tuttavia, fu un fiasco quasi preannunciato e il film (originariamente di 152’, poi ridotto a 137’ e indi a 129’, di nuovo visibile in questo stato dopo il restauro del 2002) fu ridotto dallo stesso Tati a 108’.           COMM          129’           * * * *
Roberto Donati

Nel suo bel libro 'Il lucernario dell'infinito. Nascita del linguaggio cinematografico' (Castoro, 2001, L.34000), Noel Burch rivela che una delle caratteristiche del cinema arcaico, pre-1914, è l'affollamento  degli schermi di una gran quantità di figure ed azioni non focalizzate dal montaggio o da differenti angoli di ripresa, che rendono difficile la visione ad uno spettatore moderno.
Film che 'richiedevano allo spettatore (almeno per alcune scene) una lettura ancora topologica. Una lettura, dunque, che doveva cogliere nella loro simultaneità i segni sparsi sulla superficie dello schermo, spesso senza che nessun indizio chiaro e distintivo intervenisse a stabilire una gerarchia, a porre in primo piano l'essenziale e a relegare sullo sfondo l'accessorio...
Il fiasco commerciale di Playtime, esilarante capolavoro di Jacques Tati dove le immagini spesso accedono a questo topologismo primitivo, ci conferma quanto, al cinema, abbiamo perso l'abitudine di "tenere gli occhi aperti"' Mi è venuta la curiosità di rivedere questo film di cui avevo un vaghissimo ricordo.
Risultato: Tati cerca di rivoluzionare il linguaggio cinematografico. Fallisce, ma si tratta di un fallimento eroico.
In un certo senso, il film è inguardabile. Stancante. Mereghetti dice che andrebbe visto al cinema; Burch afferma che si tratta di un film che andrebbe visto più volte da diverse distanze. Non so se ne sarei capace. Ma dopo un po' ci si trova a guardare lo schermo con attenzione e si finisce per entrare nella logica della cosa. Non ci sono primi piani, solo campi medi e lunghi, affollati di persone, oggetti e, soprattutto, di strutture architettoniche. Le gag, tante ed anche divertenti, avvengono in punti diversi della scena, quasi mai sottolineate dall'inquadratura: dobbiamo cercarcele da soli. I dialoghi sono altrettanto poco caratterizzati, ambientali, in un miscuglio di lingue. Ovviamente non c'è trama. Tati, un comico nato, non appare per buona metà del film. Il vero protagonista è la Parigi ultramoderna che ha sostituito quella vecchia (ci sono indizi che non ci troviamo semplicemente in un quartiere nuovo come quello della Defense, ma che la vecchia città con i monumenti sia stata sostituita da questa mostruosità di vetro ed acciaio - solo una misera riproduzione della Torre Eiffel sopravvive).
Truffaut parlò (cito dal Mereghetti) di 'un film che viene da un'altro pianeta... l'Europa del 1968 filmata da un Lumiere marziano'. La rottura dei codici  correnti è radicale, pur riamanendo, come dire, nel figurativo. L'effetto per lo spettatore è di straniamento pesante: come ho detto, un film stancante ma alla lunga affascinante. Tati, un clown classico, aveva sviluppato ambizioni enormi, nascoste dall'aspetto mite e scoordinate e dall'umorismo umanitario.
Non solo ambizioni stilistiche: la sequenza di film Mon Oncle - Playtime - Trafic si rivela una critica radicale e profonda dell'architettura e dell'urbanistica moderne, un'ambizione intellettuale rara, se non unica. Certo, si può sostenere che il cinema non è il luogo più adatto per una critica sociologica così dettagliata o che più in generale non è adatto alla trasmissione di idee complesse. Alla fine Playtime rimane un fallimento difficile da guardare, cioè qualcosa di inefficace proprio dal punto di vista intellettuale.
Ma onore a chi cadde nel tentativo.
Stefano Trucco

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