Se uno pensa a che disastro avrebbe potuto essere il Signore degli Anelli in mano ad altri registi 'da kolossal', che so, l'inerte Chris Columbus di Harry Potter o l'insulso Michael Bay di Pearl Harbor per non dire - gasp! - di George Lucas, non  si può non ammirare il genio di Peter Jackson. Un progetto caratterizzato da timore reverenziale e ossessioni extra-cinematografiche; un romanzo che non potrebbe essere più lontano dal linguaggio cinematografico; un regista relativamente giovane che fino ad oggi aveva lavorato con budget inesistenti o mediocri  lanciato in una megaproduzione hollywoodiana, per quanto realizzata in casa in Nuova Zelanda; un regista, inoltre, che aveva dato le sue prove migliori in film come Bad Taste e Meet the Feeblies - ma anche Creature del Cielo - che non potrebbero essere più lontani dall'atmosfera della Contea (ma come Eichmann in carcere a Gerusalemme trovava 'disgustoso' Lolita di Nabokov, è facile immaginare che i film di Jackson sarebbero parsi di cattivo gusto a Saruman); insomma, avrebbe potuto essere un disastro. Invece no. Un gran bel film.
Non è un capolavoro - ma è appassionante fin che lo si guarda, visivamente appagante e rispetta lo spirito del libro per quanto sia possibile. Come disse il dottor Johnson su una famosa predicatrice del suo tempo: 'loke a dog walking on his hind leg; it's not well done; but you are surprised to find it done at all'. Poi la curiosamente poetica pedanteria di Tolkien è impossibile da trasporre sullo schermo; le scene di combattimento sono sorprendentemente confuse e poco coinvolgenti; molte scene sono più grosse che grandi. Certo, andrò a vedere le prossime puntate, mentre non sarò disposto a vedere il prossimo Star Wars neanche se paga qualcun'altro. Ma la cosa finisce lì. Come ha dimostrato il box office, il film non riesce ad andare oltre la pur ampia base dei lettori di Tolkien: per gli altri rimane un intrattenimento appagante ma non certo un'esperienza epocale. Inoltre un intrattenimento che non dice nulla o quasi a metà del pubblico, quello femminile: quindi ben poche possibilità di universalità. Una caratteristica di cui Jackson dispone ampiamente e della quale Tolkien era penosamente privo (uno dei maggiori limiti del romanzo: ogni volta che ci prova si vorrebbe dirgli di piantarla) è l'umorismo: qui dev'essere tenuto a bada con le briglie strette ma c'è. Anche di grana grossa: l'orribile troll contro cui combatte la Compagnia nella caverna dei Nani ha un gigantesco e visibilissimo pene. L'altro limite del romanzo, la neurotica avversione al sesso del cattolico preconciliare Tolkien, rimane malgrado l'espansione del ruolo di Arwen ed il suggerimento che anche gli Hobbit possano avere desideri sessuali: non per niente Arwen è stata la più criticata dai fanatici del libro. Perfetto il casting, senza eccezioni. Detto tutto questo, il fatto rimane: Peter Jackson ha dimostrato quanto vale. A proposito di registi inadatti, quando alla fine degli anni 60 i Beatles pensarono ad un loro film del SdA, interpellarono Stanley Kubrick (ne sarebbe stato capace, certo, ma che ne sarebbe stato del romanzo?) che però non era interessato e propose, sicuramente come scherzo, Michelangelo Antonioni. Difficile immaginare regista più inadatto di Antonioni ma si può provare: ISDA di Spike Lee (gansta-hobbit), ISDA di Gabriele Salvatores (scopriamo cos'è veramente l'erba pipa), ISDA di Quentin Tarantino, di Takeshi Kitano, di Merchants e Ivory... La mia entry è il Signore degli Anelli di Lars von Trier: rigida aderenza al dogme: quindi niente effetti speciali. Girato entro un manicomio di Copenhagen, con i malati e gli infermieri  a  recitare i vari ruoli (con una scelta controversa gli hobbit sono tutti down) e gli ambienti disegnati sui muri dagli stessi  malati. Portando i suoi principi alle estreme conseguenze, von Trier decide di rinunciare al montaggio: ne risulta un unico piano sequenza di dodici ore. Polemiche sull'inserimento di alcune scene di sesso hard.

Stefano Trucco

Speciale Il Signore degli anelli