Che si siano fatti altri film dopo Stagecoach può apparire strano, ma la vanità umana è quella che è; che si siano fatti altri western è sorprendente, quasi vergognoso.

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Stagecoach è uno dei pochissimi film che mi abbiano commosso fino alle lacrime o almeno ad un grosso groppo in gola - e che mi commuove ogni volta che passa su qualche tv locale al pomeriggio (gli altri tre sono La Signora Miniver, Luci della Città e Bellissima).

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Leggo soprattutto storia e non c'è moltissimo in comune fra il mito del west americano e la sua concreta attuazione storica - ancor oggi l'ovest degli Stati Uniti è colonizzato per modo di dire. Quel poco di colonizzazione effettiva fu opera di tedeschi e scandinavi: se si aspettavano i VERI AMERICANI saremmo ancora sulle sponde del Missouri. Gli americani si limitarono a massacrare gli indiani. Così il genere cinematografico del western mi da spesso l'impressione di una apologia del genocidio: non per niente crolla non appena si comincia a renderlo più storico, a rendere giustizia agli indiani. Ma quando la cavalleria arriva al salvataggio della diligenza nella Monument Valley non mi ricordo più niente.

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I western, generalmente, non mi piacciono. Ma questo non vuole dire che non sia in grado di riconoscere i grandi capolavori che hanno costellato la storia del genere (Johnny Guitar! My Darling Clementine! Little Big Man!). Infatti Stagecoach è uno dei miei film preferiti in assoluto e, oggettivamente, un film di rara perfezione stilistica (ci sono dei difetti, anche minori?). Ma in un libro americano su Ford del 1975 trovo questa 'obiezione': 'Rendendo possibile per registi di prestigio dirigere Western senza dar l'impressione di abbassarsi, Stagecoach ha generato una lunga serie di figli bastardi, western per quelli a cui non piacciono i western, di cui High Noon è il più tipico. Ford non ha migliorato la situazione proclamando che Stagecoach ha aperto la strada al western adulto, come se i suoi primi classici e quelli di William S. Hart fossero insignificanti'.
E rieccomi al punto di partenza: vuol proprio dire che non mi piacciono i western.

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Nei libri di critica di una volta, dove si tentavano di stabilire distinzione fra cinema 'alto' e 'basso' o, peggio ancora, fra cinema d''arte' e 'commerciale' - libri in cui non c'era traccia di Roger Corman o Stanley Kramer o Samuel Fuller o Joe d'Amato o Lamberto Bava - accanto ad Eisenstein, Dreyer, Bergman, Renoir, Fellini e Lang, c'era sempre spazio per John Ford ed Alfred Hitchcock, i due maestri del cinema commerciale su cui nessuno aveva da ridire (in realtà c'erano sempre anche Griffith, Chaplin e Keaton - ma il contesto era diverso e il muto distanziava dall'approvazione pubblica contemporanea). In uno di questi libri (Twenty-Four Frames a Second, di William Pechtner) trovo la definizione perfetta per Ford: cinema apollineo, secondo la famosa distinzione di Nietzsche che lo contrappone al dionisiaco.E con tutto il suo successo Ford appare isolato nel XX secolo, un oasi di ordine, luce e regolarità in un mare di dionisiaco degradato che Nietzsche avrebbe considerato con disgusto. Criswell mode on = Predico che i film di Ford saranno sempre meno visti in futuro, mentre alcuni di quelli di Hitchcock (Gli Uccelli, Psycho, Frenzy) saranno ancora ricordati = Criswell mode off.

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La simbiosi fra John Ford e John Wayne è innegabile: ma se togliamo dal curriculum di Wayne tutti i film di Ford cosa rimane? Qualcosa, certo, ma non moltissimo. Eppure, se in futuro si vedranno ancora dei film di Ford, sarà grazie alla presenza di Wayne, ormai icona dei fascisti di tutto il mondo (malgrado i sentimenti liberal di Ford).
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Tornando a Stagecoach, siamo così abituati a considerare il western come IL genere per eccellenza che accompagnò tutta la storia di Hollywood dalla Great Train Robbery fino agli anni 60 con occasionali revival ancor oggi, dimentichiamo che il suo percorso fu più accidentato di così. Cioè, non ci sono western importanti negli anni 30 prima di Stagecoach. Il genere sopravviveva nei serial a basso costo per il pubblico di ragazzini del pomeriggio. Lo stesso Ford non aveva più girato un western dal 1924. Così, tutti quei western che abbiamo effettivamente visto ed amato derivano tutti da questa esplosione creativa che crea in 97' tutti gli archetipi che serviranno a grandi e piccoli registi per i trent'anni successivi (insomma, diciamocelo, quanti western muti abbiamo visto fra tutti? Io due - qualcuno mi batte?). Non sono un grande amante di quegli assemblaggi di clichè che passano per 'generi' - ma che dire di chi quei clichè li crea o li trasforma radicalmente?

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Ho un'unica obiezione a Ford.
Ovviamente non all'artista (a parte l'ovvio fatto che alcuni dei suoi film più tardi non sono all'altezza degli altri - ma di chi non si può dire questo?) e nemmeno all'uomo, ruvido ma nel complesso ammirevole, se devo credere ai vari ricordi di chi lo conobbe. Ma il suo personaggio mi da orribilmente fastidio. Non mi piacciono quelli che fanno finta di essere più ignoranti o semplici  di quello che sono - una posa odiosa. Prendiamo per esempio Hitchcock intervistato da Truffaut: anche lui fa il sempliciotto e finge di giudicare i suoi film dagli incassi. Ma si vede che finge e lui sa che si vede. E comunque è cordiale, pieno di aneddoti e di saggi consigli degni di uno che sa benissimo come si fanno i film. A momenti pare un po' morboso, un po' vecchio porco - ma forse sta ancora recitando. Ford, al contrario, intervistato da non ricordo chi (forse ancora Truffaut o Bogdanovich) è semplicemente maleducato. Beh, nessuno è perfetto.
ST