Da Zero a Dieci
di Luciano Ligabue

Ha esagerato. Purtroppo, dopo Radiofreccia, le aspettative erano alte. Invece ci si è tuffati in questo nuvolo di eccessi, di forzature, e soprattutto di spiegazioni che non lasciano allo spettatore la gioia di rincorrere da solo certe simbologie così decapitate. Dà fastidio questo continuo rincorrere le pagelle e i voti solo per tenere fede ad una riuscita trovata iniziale e soprattutto per celebrare, ovviamente, il motivo che è stato così centrale per Ligabue da assurgere a titolo del film: da zero a dieci è il voto dato dagli altri che incominciano a valutarci appena pronunciato il primo vagito. Questa è la prima ‘Verità’ predicata dal nostro regista che ha diretto e scritto il film prodotto dalla Fandango di Procacci. Un produttore che di certo deve avere insistito molto con Ligabue dopo il successo di pubblico e critica (e di David) riscosso con la sua prima opera cinematografica. Allora il Liga aveva detto che non si sarebbe mai più ributtato in un’esperienza simile: aveva avuto semplicemente una cosa da raccontare e lo aveva fatto, non sarebbe ricapitato. E invece... quest’estate grande movimento in riviera romagnola per le riprese della rock star di Correggio. Ed è sempre da qui, dalle sue origini, che si sviluppano le sue storie e i suoi personaggi, con i quali vuole mantenere un filo conduttore: il Freccia interpretato da Stefano Accorsi è il fratello del nostro protagonista, uno che ama il blues ma non ha sfondato e che, chissà perché?, è sposato ma non ha figli. E’ uno strano dilemma questo, ma la fine del film arriverà a risolverlo convincendolo, chissà perché?, della necessità di procreare. I quattro personaggi maschili. Uno è la nostra voce narrante, presumibile alter ego del nostro Luciano, saggio ma non troppo, è lui la prospettiva attraverso cui lo spettatore viene invitato a guardare il film. Poi c’è l’ultrasimpatico latin lover solo a parole e il coraggioso medico gay dichiarato e infine il più misterioso, l’ammalato condannato alla dialisi in attesa di un altro trapianto. E’ lui che impone su quella prospettiva di normalità di Giove, questo il soprannome scelto per il protagonista, l’eccesso della dimostrazione estrema. I giorni dell’amarcord a Rimini devono essere come tante feste di compleanno per i suoi amici, per fare tutto quello che non si è fatto nelle stesse circostanze, vent’anni prima. Con le donne che c’erano allora e che sono ritornate per loro, fuggiti all’improvviso e senza spiegazioni perché traumatizzati dalla morte, nella tragica strage della stazione di Bologna, dell’amico che stava per raggiungerli in vacanza. La compagnia è in bilico, tra i sensi di colpa che li spingono verso la depressione e la voglia di rivincita che li solleva fino all’eccitazione senza limiti. C’è chi sceglie la roulette russa per rimettere in sesto un equilibrio perduto. C’è chi invece ritorna a casa e decide di metter su famiglia. C’è chi sopravvive ai quarant’anni. C’è chi sceglie che è ora di mettersi i voti da solo.
Cinzia Bovio

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