Mulholland Drive
di David Lynch
con Naomi Watts
Meno demoralizzante di Lost Highways. Prima di tutto,
perchè ormai ce lo aspettiamo - perciò quando la storia
perde ogni coerenza narrativa la cosa da' meno fastidio.
Inoltre, la prima parte, quella che sembra seguire un
sviluppo quasi lineare, è meno tesa e cupa di quella di LH,
così, di nuovo, da far apparire il successivo non-sviluppo
meno irritante. Col passare del tempo Blue Velvet appare
come un esempio di coerenza narrativa. Twin Peaks (per me il
suo capolavoro) provava a dare una specie di soluzione al
plot. Ora, a parte lo splendido episodio di A Straight
Story, Lynch sembra avere perso qualsiasi interesse ad una
struttura narrativa coerente. Amen, basta saperlo. Vediamo
un film surrealista, tipo il Cane Andaluso. Oltretutto ci
sono parecchi momenti decisamente comici (un notevole bonus
rispetto a LH) e singole scene splendide, come quella del
Teatro del Silencio. I volti televisivi degli sconosciuti
attori non ci distraggono come le star di Vanilla Sky. C'è
Ann Miller - vecchissima. Certo, se voleva inquietarci o
farci vedere una realtà diversa - beh, neanche per scherzo.
SPOILER
Sì, ma che fine fanno i fratelli Castiglioni? Che ci fa il
nano dietro al vetro? Cosa c'era nel libro nero di Ed? Ma il
tizio nel bar non era morto? Come fa Betty ad entrare nella
scatola blu prima che Rita usi la chiave? Oh, beh...
Stefano Trucco
--- Mulholland
Drive - MULHOLLAND DRIVE di David Lynch - DAVID LYNCH con
Naomi Watts - NAOMI WATTS
Dopo la parentesi dell'omino sul trattorino, David Lynch
cambia nuovamente genere e si cimenta con il demenziale.
Gli elementi sono i soliti di Lynch: un nano, qualche tenda
rossa, le musiche di Twin Peaks, una macchina che viaggia di
notte. Il tutto però mescolato con evidente effetto comico,
a parodiare altre opere. C'e' persino un divertentissimo
intermezzo lesbo.
Bellissima, da questo punto di vista, la sequenza di
telefonate tra il nano e un paio di altri loschi figuri,
oppure il dialogo surreale del regista col cowboy.
Il film e' divertentissimo, anche se consigliarlo e'
difficile, perchè chi non conosce benissimo Lynch potrebbe
scambiarlo per un horror-thriller, e non godersi la sua
carica dissacrante.
Graziano Montanini
---- Mulholland Drive -
MULHOLLAND DRIVE di David Lynch - DAVID LYNCH con Naomi
Watts - NAOMI WATTS
"Mulholland Drive" è stata, per il
sottoscritto, un'esperienza per certi versi sconvolgente.
Continuo a pensare che non si tratti di un capolavoro, e
forse neanche di un buon film, piuttosto di un pasticcio
delirante e compiaciuto. Eppure... dopo aver passato una
notte completamente insonne a riflettere, e aver proseguito
il giorno successivo, quelle atmosfere fosche, conturbanti,
grevi e opprimenti, vagano ancora nella mia mente alla
ricerca di un appiglio, un barlume di ragione, di logica, di
senso. E' tutto inutile: non potrò mai dimenticare quelle
immagini sublimi, quel terrore ancestrale nel quale sono
stato condotto, quell'emozione di pura angoscia metafisica
del tutto irrazionale. Mai Lynch aveva osato tanto, mai
probabilmente aveva raggiunto livelli di grandezza così
elevati. Perchè "Mulholland Drive" non è solo un
film: è un incubo che si infiltra nelle profondità
imperscrutabili della mente, nelle oscure paure ataviche
dell'Uomo, nel terrore recondito di ognuno di noi. Un
ineffabile viaggio allucinatorio, privo ancor più di
"Strade Perdute" di punti di riferimento, di
coordinate. L'inestricabile trama altro non fa che aumentare
il senso di disagio, quindi lo stato ipnotico dell'inerme
spettatore; l'astratto raggiunge momenti di estrema
sublimazione, specie nell'ultima parte del film, quando la precedente logica narrativa appena abbozzata
diviene definitivamente la speculare riflessione di un
ignoto assoluto, un maelstrom di incubi, sogni, ossessioni
lynchiani perfettamente non-orchestrati. Il flusso magmatico
di immagini (e suoni: come al solito curatissimo l'aspetto
sonoro), ci avvolge morbosamente nella sua stretta
privandoci della "vera" visione, persuadendoci a
trascendere l'aspetto esteriore verso una visceralità che
Lynch stesso stenta a cogliere (nei suoi immensi dettagli
che "entrano" nella carne degli attori). E'un film
di corpi (che cambiano), di apparenze (come ci evidenzia il
misterioso episodio nel teatrino) da soverchiare, di chiavi
dell'oblio. Ovviamente è un film che spiazza, divide,
ma non lascia indifferenti. La spocchia di Lynch, quella di
chi crede di poter fare grande Cinema semplicemente
affastellando immagini, è comunque uno stile, una forma, un
approccio al contenuto che rimane stampato nella memoria a
forza di colpi da maestro. Logicamente (sembra un paradosso
dirlo), non tutto può essere perfettamente compiuto, non
tutte le scene convincono pienamente, perchè "Mulholland
Drive" è un film che osa, che va oltre una normale
concezione cinematografica, che sposa un'audacia
sperimentale ai limiti del sostenibile (numerose le
sequenze-capolavoro, ma numerose anche quelle che lasciano
più che dubbiosi di un eccesso di narcisismo).
Miracolosamente si riaffacciano negli incubi lynchiani
sprazzi di umorismo (decisamente non-sense) degni dei Monty
Python, a equilibrare la freddezza cinica e programmatica
dell'operazione - la stessa ad ogni modo di
"Fuoco cammina con me!", di "Strade
Perdute", di "Cuore Selvaggio", ma qui scevra
di stanchi manierismi, anzi rigogliosa di momenti
ispirati e originali (tra cui un poderoso finale all'insegna
di un'angoscia disperata) -. "Mulholland
Drive" è certamente un'opera importante - e come tutte
le opere importanti finirà per dividere -, da amare senza
freni, da vedere e rivedere.
Andrea D'Emilio
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Mulholland Drive - MULHOLLAND
DRIVE di David Lynch - DAVID LYNCH con Naomi Watts - NAOMI
WATTS
Il film
è ottimo sotto parecchi punti di vista, in
primo luogo: la recitazione, la scenografia (gli interni:
tappezzerie, mobili, luci profilmiche), il trucco (talmente
buono che mi è difficile ancora adesso credere che Betty e
Diane siano la stessa attrice, e idem per Rita/Camilla). E
poi c'è un camerawork strepitoso, accuratissimo, che denota
maestria completa del mezzo. L'esplorazione di Betty
dell'appartamento della zia, l'apparizione del barbone, la
scatola, i vecchietti prima genitoriali e poi orchi-babau,
perfino il racconto del sogno del detective: ce n'e` a
bizzeffe, di episodi che ti fanno gelare il sangue solo per
*come* sono girati, e per come sono montati assieme alla
musica. E altri che ti fanno piegare dalle risate. E altri
struggenti. Ma lasciamo stare. Giusto una nota e poi
una provocazione: la nota e` che il film perde moltissimo
nel doppiaggio. E non capisco perchè; sarà l'"americanità"
dei dialoghi, o i rumori di fondo che mi paiono essere
spariti o attenuati... non lo so. Ma se potete e se ne avete
voglia, rivedetelo in lingua.
La provocazione: tolta la bravura di Lynch, e anche la
frammentarieta` del film in sè (che poi è l'impaccamento
in 147 minuti di alcuni piloti per una serie televisiva, e
si vede), mi pare che questo signore porti avanti un
discorso linguistico interessante. La mia idea e` che il
cinema di Lynch si avvicini sempre piu` alla dimensione
originale onirica di quest'arte; sempre piu` il suo film e`
un sogno del regista, che evoca un sogno nello spettatore
attraverso i sogni dei personaggi. La prima meta` del
film e` un sogno di Diane, brutta sfigata mediocre e partner
debole, che ricostruisce se stessa bella fichissima
grandeattrice e partner forte.
Oppure no, ci sono delle
incoerenze che rendono questa interpretazione difficile,
sebbene molto probabile. E le scene in teatro. E il barbone.
E il cowboy con la sua sibillina frase "you do good,
you see me once again, you do bad, you see me twice".
utti particolari che Diane/Betty ha (intra)visto nella
seconda parte, esattamente come accade nei sogni, che sono
soddisfazione di un desiderio attraverso manipolazione
inconscia di materiale sensibile preesistente, pescato dalla
realtà secondo chissà quale meccanismo [1]. E' quel che
accade qui. Il Sogno al Cinema è quindi il tema portante
del film: il rapporto fra lingua cinematografica e lingua
primitiva dell'uomo. Non la lingua fonica a grugniti e
gesti, ma la purissima interazione dell'uomo col suo medium;
la lingua dell' *azione* e dell' *interazione* con la realtà, fatta di sensazioni e sedimenti di sensazioni,
ripescati e immagazzinati chissà come (memorizzati,
rimossi, rielaborati). Ogni uomo (ogni inconscio?) è
l'io-narrante per se stesso, proprio come il regista è
l'io-narrante del film. In effetti ognuno di noi vive
in un film permanente che è la sua vita sensibile, atti,
sensazioni, dialoghi [2]. Lynch riaccosta i due io-narranti
in modo mirabile, rendendo MULHOLLAND DRIVE qualcosa di
vicino al surrealismo senza l'etichetta del surreale. Se è
vero che il Cinema è la versione "scritta" della
lingua primordiale, e se è vero che che negli anni esso è
stato incatenato in una sovrastruttura prosaica (i
"generi" e i "movimenti di macchina" e
tutto il resto, come siamo abituati a vederli) forse
proprio per negare e ridimensionare il suo carattere
terribilmente onirico e bestiale [2], allora quello che
Lynch sta facendo al Cinema e' un'operazione bellissima di
riscoperta delle origini, della sua potenza intonsa e
primitiva.
Claudio Castellini
[1] S.Freud, "L'interpretazione dei sogni"
[2] P.P.Pasolini, "Il cinema di poesia" in
"Empirismo eretico"
---- Mulholland Drive -
MULHOLLAND DRIVE di David Lynch - DAVID LYNCH con Naomi
Watts - NAOMI WATTS
David Lynch e' uno dei pochi registi contemporanei
capace di parlare direttamente all'inconscio. I suoi film fuggono
con
determinazione la razionalità e conducono in un universo onirico dove
l'immagine diventa illusione e la concretezza sfuma nella percezione.
Solo così si può spiegare il fascino magnetico esercitato
da "Mulholland Drive". La prima parte (circa tre
quarti del film) si
snoda attraverso atmosfere noir con una sceneggiatura tutto sommato
tradizionale: due donne, il mondo dorato di Hollywood, un
mistero da
svelare. La seconda parte, invece, proprio quando si spera
in una soluzione in grado di far combaciare tutti i tasselli, porta
ad un
altrove che sconcerta. Netta linea di demarcazione tra
realta' e sogno, la sequenza in cui le due protagoniste si recano,
nel
pieno della notte, in un teatro nel cuore di Hollywood. E' proprio
in questo
punto che il regista suggerisce allo spettatore di
abbandonare la
razionalita' e di lasciarsi andare all'intuito.
Se si sta al gioco e' possibile entrare in un mondo dove i
ruoli sono etichette attaccate dal caso, dove l'apparenza non
corrisponde mai alla verita', dove la finzione diventa un modo per
interpretare (ma
non rappresentare) i conflitti. Se invece non si cede al
gioco sottile
costruito da Lynch e si resta al livello primario della
narrazione, si rimane affascinati dall'abilita' della messa in scena, ma
delusi
dall'assoluta incoerenza del racconto. Davvero impossibile,
infatti, far tornare i conti e molteplici e contraddittorie le ipotesi
che la visione suggerisce.
Ma David Lynch sembra proprio voler
spingere lo
spettatore a uscire da una logica predefinita dove azione e
reazione, pur se imprevedibili, finiscono con il sottostare a regole
precise. Del resto, proviamo a pensare ad una chiusa soddisfacente,
secondo i canoni tradizionali del racconto cinematografico, con
risposte a tutte
le domande disseminate nel corso della narrazione. Si
uscirebbe dalla
sala soddisfatti o delusi, ma la parola FINE chiuderebbe
comunque la
parentesi aperta ad inizio proiezione. Con la scelta precisa
di
rimescolare tutte le carte e di rendere impossibile
l'identificazione
di una verità univoca, invece, il film si imprime per
sempre nella
memoria dello spettatore, con immagini e suoni che potranno
essere ricordati con la stessa intensità di un sogno da cui ci si
e'
svegliati nel cuore della notte. Non un semplice film,
quindi, ma un'esperienza visiva e sensoriale, in grado di parlare a
quella parte indefinita della natura umana in cui le pulsioni indossano i
vestiti
del sonno. Può non piacere, necessita di una certa predisposizione
per essere gustato, alcune forzature possono sembrare
esagerate, ma non lascia certo indifferenti. Molto brave le due
protagoniste, in particolare la camaleontica Naomi Watts, e fondamentale
il
commento
sonoro di Angelo Badalamenti.
Luca Baroncini
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