Se
trasferire una realtà plasmata con caratteri tipografici in
uno schermo bianco rettangolare è sempre un procedimento
complesso e articolato, tentare di farlo con "Il
Signore degli Anelli" è un'impresa immane, da pazzi
furiosi, forse da suicidi. L'impressione rimane ancor più
vivida dopo aver visto il film, ripensando all'enorme mole
di scene da riconvertire, oltre agli infiniti aspetti da
sviluppare e a quelli da ricreare, sulla quale sembra urgere
una doverosa premessa.
Il Signore degli Anelli infatti è un intero mondo che
pullula in più di un migliaio di pagine, portando la nostra
fantasia in una realtà fuori dal nostro tempo, ma che
paradossalmente sa molto del nostro passato. Sta in questo
probabilmente la sua maggior peculiarità: nel saper
descrivere, pagina dopo pagina, avventura dopo avventura un
ambiente immaginario che nasce da archetipi medioevali dove
protagonisti sono il Bene e il Male, la luce e l'oscurità.
Diciamoci la verità: la storia non è certo l'esempio
modello di un intreccio di colpi di scena, né vuole
esserlo, riducendosi altrimenti ad un romanzetto fantastico
d'avventura. E' ben altro, è rivisitazione sapiente e
controllata dell'ideale arcadico di una Terra che si
presenta in tutto il suo splendore naturale e incontaminato,
ricostruzione di una civiltà che non conosce la tecnologia
e ne sottolinea insieme l'effimera utilità, dove le
creature civilizzate convivono in modo perfettamente
naturale e complementare con quelle del mondo animale e
vegetale, e la magia, le ballate intorno al fuoco, le
creature fantastiche colorano la vita con un sapore mitico e
antico.
La storia, semplice, lineare, scarna di colpi di scena
quanto di suspence, è mero pretesto a questa
rappresentazione nella quale è perfettamente incastrata.
Posto tutto ciò, come tradurre quanto detto in un formato
(quello cinematografico appunto) che, si sa, non lascia
molto spazio a elucubrazioni e dettagli, e che in mancanza
di sentimenti semplici e diretti come l'amore, richiede,
anzi esige l'azione, la narrazione serrata e intricata, pena
una sterminata distesa di sbadigli nelle sale?
Vista in questa chiave, nella quale troppo spesso si cade,
questa sembra la vera sfida del Signore degli
anelli-versione film, una sfida che è ovviamente persa in
partenza (diversi sono i codici dei due mezzi espressivi,
troppo diverse le loro potenzialità per un trasferimento
efficace e minuzioso da parte a parte), dalla quale tuttavia
il film non esce nemmeno a testa bassa. I tagli e gli
ampliamenti di alcuni ruoli sono evidenti, la sintesi di
alcune scene altrettanto, la semplificazione della
rappresentazione pure, il tutto in nome di un ritmo più
accelerato, ma che agli effetti non stravolge il film,
mantenendo salda la struttura narrativa originale e forse
anche qualche piccola sfumatura mista di ancestrale e
medievale del libro.
L'onore è salvo, la storia è resa più avvincente. Tutti
(tranne i puristi bigotti) dovrebbero esser rimasti
soddisfatti (o perlomeno accontentati). Il problema è che,
naturalmente, non è questa la chiave di lettura in cui
inquadrare il film.
Tutto quanto detto finora spingerebbe a parlare di semplice
opera di traduzione (chiaramente fallita). Non è
quest'ultima invece che si esige da una trasposizione
cinematografica, per ovvia diversità di codici stilistici e
strutturali come detto, bensì un'interpretazione.
Un'interpretazione che
come presupposto fondamentale chiede solo il riflesso delle
intenzioni originali del testo. Sembra poco ma non lo è.
Jackson
invece ci riesce e in compenso mostra tutte le qualità del
mezzo cinematografico dando forma visiva ad un mondo oscuro,
tetro, popolato da migliaia di schiavi delle tenebre,
contrapponendolo ad estasianti paesaggi agresti, animati da
creature campagnole e spensierate. Orde di eserciti si
schierano nel prologo, esasperando al limite l'immaginazione
ispirata dal libro. Fedeltà alle descrizioni del testo
originale si accavallano durante le tre ore a creazioni e
particolari inediti nei costumi, nei paesaggi, nelle
fisionomie. Peter Jackson è un vero adepto tolkeniano, e si
vede, ma ha la personalità per non rimanere imprigionato
nel romanzo. Peccato che in tutto questo non ci sia spazio
per una maggiore profondità delle varie personalità della
Compagnia, troppo schiacciate dal piano dell'azione.
L'idea è comunque l'aver convertito ed arricchito con le
possibilità del mezzo cinematografico alcuni aspetti,
propriamente più visivi, a discapito di altri certamente più
adatti ad un testo letterario proprio perché molto meno
commercializzabili.
Il risultato è ottimo, se a tutto ciò si aggiunge anche la
buonissima prova della regia, molto omogenea ed in questo
molto vicina ad uno stile classico. Se l'occhio della
telecamera è sempre in movimento nelle scene a campo lungo
e lunghissimo, proprio per proporci la bellezza delle
scenografie concepite, non ci si aspetterebbe forse lo
stesso nelle scene di interazione tra i personaggi e di
azione. Invece Jackson adotta un stile unitario con una
telecamera impaziente di indagare, di divincolarsi da una
staticità che sembra non sopportare, sempre pronta a
zoommare su una piega del viso o sul mutamento di uno
sguardo, piuttosto che far risaltare visuali soggettive
attraverso piani obliqui o ancora operare panoramiche per
non spezzettare in frammenti di montaggio. La sensazione è
quella di un occhio molto presente e personale alla scena
che ha il vizio di passare dal generale al particolare,
dalla veduta alla zoommata.
La fotografia è semplicemente spettacolare, capace di
evidenziare non solo la luminosità delle terre bagnate dal
Bene contro la tetraggine di quelle bagnate dal Male, ma in
generale facendo brillare di una luce antica e patinata ogni
scena, che sia al chiuso o all'aperto.
Poco soddisfacenti invece le prove di alcuni attori, tra cui
la deludente interpretazione di un Bilbo Baggins (Ian Holm)
vuoto, fatuo rispetto alle potenzialità che forniva il
testo e, ahimè, quella buona, ma non eccellente come si
doveva sperare, del candidato all'Oscar Ian McKellen, che
riesce in parte a rendere il carattere problematico del
saggio ma allo stesso tempo iracondo Gandalf, pur comunque
caratterizzandolo al di là dello stereotipo merliniano con
una superba capacità espressiva.
Molte le citazioni: alcuni passi della sceneggiatura sono
presi di pari passo dal libro, forse per accontentare i
filologi, ma probabilmente per creare unità di raccordo tra
alcune "accelerazioni" e la storia originale.
In conclusione, il film lascia con l'amaro in bocca ben
pochi, probabilmente le fasce più estremiste (coloro che di
magia, creature fantastiche e paesaggi medioevali non ne
vogliono proprio sapere e coloro che analizzano il film con
la lente d'ingrandimento sul libro di Tolkien), un po' tutti
hanno avuto un pizzico di ciò che volevano.
E noi ce ne torniamo a casa in impaziente attesa del
prossimo appuntamento. All'anno prossimo.
Francesco Rivelli
Speciale
Il Signore degli anelli