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K-Pax
con Kevin Spacey e Jeff Bridges

Un mondo progressivamente messo a fuoco, quello di Prot
di K-Pax. La luce della terra abbaglia e impedisce anche
agli umani - ormai assuefatti - di distinguere i contorni
del mondo, delle persone, delle emozioni.
Viene davvero da K-Pax, Prot, o e' semplicemente un
normalissimo terrestre spinto a crearsi un mondo di fantasia
per sopportare un dolore troppo grande?
Certo e' che anch'io, come i pazienti dell'ospedale
psichiatrico in cui viene rinchiuso, avrei voglia di volare
a velocita' superiori alla luce fino a questo pianeta, dove
la famiglia non esiste e quindi non puo' farci soffrire e
imbrigliare con stupidi dettami, dove il sesso e' doloroso e
non scatena deleteri desideri e soprattutto dove il
teletrasporto e' una realta'.
Un pianeta dove magari Iain Softley fa il giardiniere, non
il regista, un regista capace di sputtanarsi una storia
intrigante e soprattutto un personaggio meraviglioso,
perfettamente recitato da un Kevin Spacey sempre piu' bravo.
Progressivamente meno interessante, ma non per questo poco
godibile.
Maggie
--- K-Pax -
K-PAX con Kevin Spacey - KEVIN SPACEY e Jeff Bridges - JEFF
BRIDGES
C'e' una scena nel lungometraggio di Iain Softley che
chiarisce lo spirito del film, amalgama non riuscito di
"Patch Adams" e "X-File". Poco dopo
l'inizio, Jeff Bridges pranza con la famiglia e la sorella
nel giardino della sua villetta vicino a New York. La
sorella, personaggio totalmente ininfluente, si lecca le
dita per ben tre volte, in tre differenti inquadrature, in
segno di apprezzamento del cibo. E allora? Cosa c'entra? E'
la tipica mossa da barbecue! E' quello che ci aspetteremmo
vedendo una persona che mangia in compagnia e vuole
caratterizzarsi senza distinguersi troppo!
Ed e' proprio la rappresentazione stereotipata di personaggi
e situazioni il principale difetto del film, costellato da
"tipiche mosse" in tutto il suo svolgimento: i
soliti matti da clinica psichiatrica hollywoodiana, ognuno
con i suoi tic e le sue originali e simpatiche debolezze (ma
sceneggiatore e regista sono mai stati in una clinica
psichiatrica?), il solito "drop-out" (alieno o
disturbato che sia) che riesce a trovare un punto di
contatto con chi e' fuori dalla norma, i soliti dottori
cotonati o vetusti che sembrano usciti da un laboratorio di
facce presumibilmente adatte alla situazione, l'ennesimo
trauma da rimuovere (questa volta tirato per i capelli più
che mai), l'utilizzo grossolano della terapia psichiatrica
con una lunga seduta di ipnosi che sembra tratta da una stirpe di "Topolino". Insomma, il solito
clichè
con cui Hollywood interpreta la pazzia, la normalita', la
vita. Tutto suona quindi falso, dalla prima all'ultima
inquadratura. E' la tipica confezione d'oltreoceano che
stempera le differenze a favore di un'uniformità solo
apparentemente problematica. Peccato, perchè lo spunto
iniziale e' interessante, con un uomo capitato da chissà
dove che dice di essere un alieno proveniente dal lontano
pianeta "K-Pax" e viene subito considerato un
pazzo da manicomio. Il dubbio sulla sua reale natura viene
mantenuto fino alla fine, con varie false piste per
confondere lo spettatore. Ma questo non basta per salvare il
film dalla noia e dalla facile lezioncina edificante (prima
di aiutare gli altri devi guardare dentro te stesso).
La
regia cerca la strada soft, permeando le inquadrature di
un'atmosfera new-age, ma soffre della "maniera" di
tutto il progetto. Basta pensare a Jeff Bridges che per far
capire al pubblico che si sta avvicinando la data in cui il
presunto alieno tornerà a casa, strappa un foglio da un
calendario grande quanto metà schermo. Trovate didascaliche
vecchie come il cucco che fanno sentire la presenza di un
regista, di uno sceneggiatore, di una troupe che filma una
storia. Elementi che non diventano mai trasparenti e che
impediscono il distacco necessario per calarsi nel racconto.
Anche le interpretazioni non aiutano: Jeff Bridges e' più
bolso che mai e Kevin Spacey, oltre al suo carisma, offre la
classica interpretazione da Oscar, convinta ma non
convincente. La colpa, però, e' soprattutto del suo
personaggio, davvero impossibile da rendere senza cadere in
più di un'occasione nel ridicolo involontario (vedi il
dialogo con il cane). Arriviamo quindi al nocciolo del
problema: la sceneggiatura. Un esempio chiarificatore può
essere la trovata di affiancare, casualmente, a Jeff Bridges
un amico nume tutelare della scienza ed unico conoscitore
della costellazione della Lira, da cui Kevin Spacey dice di
provenire. Trovate degne davvero di un fumetto per bambini e
in stridente contrasto con il tono sognatore, ma tutto
sommato realistico, della pellicola. Deludente, piatto,
ingenuo, summa di beceri luoghi comuni, dal lontano e
utopico "K - Pax" al più casareccio e ruspante
"K - Pacco" il passo e' breve!
Luca Baroncini
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