Nostra Signora dei Turchi
di Carmelo Bene
(1968), 124'
Il film santo di una generazione. Opera prima e capolavoro
insuperato di Carmelo Bene al suo massimo splendore.
Doveva essere uno dei film sicuri che io e' Giovanni
Buttafava avevamo scelto per un libro sui cult italiani che
non si fece oiu' per la morte di Gianni. Riporto pero' il
suo testo, inedito, scritto allora per spiegare all'editore,
Franco Quadri, come volevamo scrivere le schede.
"Gli amanti di Carmelo Bene lo sanno: valore e' uguale
a cristallizzazione, incapacita' di suggerire, comunicare,
sorprendere, ricordare, trasmettere. Tutte cose che Bene
riesce a fare per chi ha orecchie per intendere, e occhi
cuore fegato. Il rigetto del valore costituito (e la
volonta' di compromettersi interamente, anche) parve nel
1968, all'uscita di Nostra Signora dei Turchi, sensazionale
e irresistibile, un antidoto al divulgare dell'ideologia,
dell'accademia. Non resto' che abbandonarsi a bocca
aperta di fronte al sublime, ottenuto con pochi soldi e
immensa ricchezza, con fondi di bicchiere che brillavano
come gioielli, con una fotografia virtuosa e inventata come
avesse filtri sofisticatissimi e parchi lampade da kolossal,
con una colonna sonora di ipnotica magnificenza ottenuta con
i piu' ovvii repertori: Arnoldo Foa' che legge'Alle cinque
della sera', Ruggero Ruggeri che legge 'Quant'e' bella
giovinezza', Mario Carotenuto che recita Il Generale della
Rovere di Montanelli, i brani di Puccini, Verdi, Donizetti,
la voce stessa di Carmelo, naturalmente, che quando legge
off brani del suo omonimo libro da' a Nostra Signora dei
Turchi una dimensione semplicemente leggendaria.
Dall'iniziale 'Attiguo a casa sua stava un palazzo
moresco...', accompagnato dalle immagini del palazzo stesso
deformate, specchiate in acque morbidi e ingannevoli, fino
al conclusivo 'Dormi, cambiano i fiori. Se non fossi un
palazzo, mi crederebbero', che arriva poco prima della
fatale rivelazione che non potra' mai essere santo: ' ti ci
vorrebbe intorno una barbarie, fortuna che non ne capitano
piu'', le dice Santa Margherita, e sale sull'altare tornando
icona, sovrastante il corpo riverso a terra di
Carmelo-cavaliere.
Il vertice e' raggiunto dall'indimenticabile 'Ci sono
cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini ch enon
hanno visto la Madonna...', spasmodicamente potenziata da un
delirio di specchi e maquillage. I cultori lasciano ai
critici la ricerca dei significati complessivi e delle
interpretazioni linguistiche-culturali-psicoanalitiche-ideologiche,
non intendono sciorinare le litanie sul decadentismo e
l'irrazionalismo, se hanno voglia di razionalizzare si vanno
a leggere e rileggere Maurizio Grande, inutile sorzarsi, per
loro l proclamato barocco di Bene non e' una etichetta
stilistica, e' incubo felice, finzione da non infrangere. Ai
reiterati tentativi del protagonista di farsi male, non si
lasciano tentare dalle definizioni ovvie ('e' un masochista')
ma ridono alla grande alla grande battuta 'non era la prima
volta che si buttava dalla finestra'. Troppo facile
parlare di desiderio di fuga (da se' stesso) o di
sdoppiamento della personalita': meglio guardare le valigie
che si aprono e si chiudono, vanno e vengono, o godrsi il
grandioso monologo-duetto del vecchio frate laido e del
giovane allievo in una fetida cucina, tra sughi disgustosi,
uova sbattute, fornelli, botte e doppisensi, dove Bene si
sdoppia miracolosamente e si palpa, si picchia, si guarda,
si parla ('Le puttane devi lasciarle stare!'. 'Non e' una
puttana!'. 'E ti basta una serva!'. 'Basta e avanza'. 'E se
c'e' il garzone del fornaio! E quand'anche costui durasse
poco, c'e' il fornaio in persona!'). Meno riuscito ed
esilarante l'episodio, un po' troppo ideologico,
dell'editore che pretende certe lettere da pubblicare,
ossessivo, appiccicoso (ballano insieme un valzer). Meglio
quando Bene cede al narcisismo (e interpreta tutto: 'la
gente come noi non si coniuga, si declina'). Ben
diverso il caso degli incontri con le due figure femminili,
la serva prosperosa che non riesce a soddisfare il cavaliere
armato di tutto punto, lei nuda e disponibile (e' una delle
sequenze piu' memorabili) e soprattutto Santa Margherita.
Compare da una magica nebbia mentre va a tutto volume
'Musica proibita' e ripete come un disco rotto 'ti perdono,
ti perdono': ricompare a letto, fra le lenzuola, vestita di
tutto punto, con tanto di aureola, mentre fuma e sfoglia
'Annabella'; torna ossessiva con un altro ritonrllo mitico
('ti cambio le bende'); e fa da spalla a Carmelo in un
sensazionale sketch quasi rivistaiolo, dove lui, in una
barca sul mare (la santa e' ai remi), le spiega per filo e
per segno il miracolo che deve compiere da li' a poco per
farlo bello di fronte ai vicini (agli spettatori). Per un
attimo si pensa che sia una scena chiave: forse il cinema di
Bene e' proprio sempre questo, la messa in scena di un
miracolo. Ma si ritorna subito a contemplare il palazzo
moresco (destinato ad andarsene, 'corroso dalle ambizioni
occidentali') o la cattedrale di Otranto, i teschi dei
martiri, i mosaici, menter si riascolta la grande
descrizione del sacco dei turchi. E a seguire le
traiettorie imprevedibili e inquiete di Bene, che guarda
sempre fuori, entro il limite dell'inquadratura
destinatagli. 'Un altare comincia dove finisce la misura'.
Li' comincia il culto, appunto."
Da IAC: estratto dal "Dizionario dei film italiani
stracult" di Marco
Giusti. Un libro assolutamente imperdibile per gli amanti
del cinema italiano.
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