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Alì
di Michael Mann
Attori: Jon Voight, Will Smith, Jada Pinkett Smith, Mario
Van Peebles
Se la vita di un uomo può diventare
leggenda, ergersi a emblema della libertà nonché dei
diritti umani, quella non può che essere la vita di
Mohammad Alì.
Questo dichiarano a voce alta le quasi tre ore di
proiezione, durante le quali Michael Mann, reduce dal
successo di "The Insider" (ma, permettetecelo,
soprattutto regista dell'indimenticabile "Heat")
mette in scena una storia semplice quanto avvincente: la
storia di Mohammad Alì appunto, il più grande pugile mai
esistito, uno dei modelli indiscussi di tutte le
generazioni
dagli anni sessanta in poi. E lo fa con i tratti distintivi
della sua regia, ossia l'ostentato realismo e l'uso di un
montaggio dal ritmo incalzante sapientemente alternato a
scene blande e statiche.
Il film, infatti, si danna per raccontare gli eventi da un
punto di vista esclusivo, probabilmente rischioso, ma in fin
dei conti azzeccato: quello di Alì stesso. Ogni avvenimento
è visto infatti attraverso i suoi occhi e le sue
convinzioni, inseguendo, con spirito più che filologico,
una ricostruzione della sua vita vista dall'interno della
sua mente, prediligendo in sceneggiatura cosa disse e pensò
circa quanto accadde, piuttosto che semplicemente quanto
accadde.
Ecco allora l'infuriare di splendidi combattimenti sul ring,
filtrate da steady-cam che inseguono gli sguardi dei pugili,
la loro paura, la loro ferocia, oppure da micro-camere che
si scagliano insieme al guantone verso visi tumefatti; ma
ecco anche le scene di vita quotidiana e i dialoghi del
grande campione, viste con la consueta immobilità in camera
fissa, quasi a non voler troppo disturbare lo spettatore
mentre si concentra su quanto viene detto.
L'"Alì" di Mann sta tutto qui. Il resto è
contorno, ma sublime contorno da grandi ricevimenti.
Will Smith è infatti semplicemente magnifico nei panni del
campione. A tratti E' Alì. Le movenze, gli occhi spiritati,
la gestualità tipica del pugile scorrono nelle sue vene per
l'intera durata del film, come mai nessun altro attore è
riuscito a fare. L'ex "Fresh Prince" ha lavorato
sodo per un intero anno prima di calarsi nei panni del
campione, sia sul fisico (passando da 80 kg ai 100
richiesti), sia su quello emotivo (studiandone fin nei
minimi dettagli la parlata, il carattere e le idee). Il
risultato è stupefacente e sembra riportarci indietro nel
tempo.
Le stesse scenografie, curate allo spasimo con estrema
precisione, contribuiscono a questo effetto storico,
immergendo gli eventi in ambientazioni il più possibile
vicine a quelle nelle quali il pugile visse la sua
carismatica esistenza, mentre la fotografia, dai colori un
po' sfumati in chiaro-scuro, patina le scene rendendole
simili a quelle di un documentario girato trent'anni fa.
Mentre gli incastri con Malcom X, la comunità islamica, lo
Stato americano e la leva militare si susseguono e si
accavallano, la narrazione è dominata, a tratti assorbita,
da una personalità indomabile, che nessuno è riuscito a
piegare né sul ring né fuori (del resto, nemmeno la
malattia che da anni si è impossessata del suo corpo riesce
ad attenuarne il carisma). E' sul ruggito della sua indole
che giustamente il film si sofferma, quindi, per celebrare
un uomo che "danzava" nella vita, come sul ring,
per schivare e superare le coercitive saette di una
società, che oggi se è più garantista e meno opprimente
lo deve anche un po' lui.
Francesco Rivelli
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