Star Wars: Episode II
l'attacco dei cloni

Puo' l'impero colpire ancora? Domanda piu' che lecita dopo che "La minaccia fantasma" aveva anteposto la tecnica all'emozione, proponendo un soporifero pastiche privo di particolare interesse verso i personaggi ed il loro destino. E nel quinto capitolo della saga stellare, al suo venticinquesimo compleanno, George Lucas riesce con maggiore equilibrio a raccontare il suo mondo "tanto lontano", ormai entrato nell'immaginario collettivo di piu' di una generazione. I protagonisti e le loro gesta non riescono ad appassionare, ma si resta incollati allo schermo per quel senso di meraviglia che riporta agli albori del cinema e alla necessita' di vedere cose mai viste e che mai si vedranno. Ecco quindi un patrimonio di immagini con radici lontane, frullato e concentrato in un film dove il dettaglio e' curato in modo maniacale, per stupire e divertire, con scenografie digitali mozzafiato a racchiudere missioni impossibili "big and bigger than life". Il lato debole della "forza" resta sempre la sceneggiatura, con dialoghi spesso bruttini che rischiano di mortificare l'efficacia dell'azione. Basta pensare alla fredda scena d'amore sul la o di Como (ma potrebbe essere un qualsiasi sfondo virtuale) tra Padme' Amidala e Anakin Skywalker, in cui frasi come "Mi sei entrata nell'anima!", "Non viviamo nel mondo dei sogni!", "Non possiamo vivere nella menzogna!" fino all'improponibile "Io sono una senatrice e tu uno Jedi!" sembrano un "Bignami" delle peggiori telenovele. Si sente la mancanza di un po' di ironia a stemperare le tinte, a rendere accettabili le convenzioni delle galassie in cui si muovono i personaggi, a smitizzare l'invulnerabilita' degli infallibili  roi. Anche se dialoghi come "Dov'e' mia madre?" "Tua madre e' uscita presto per raccogliere i funghi che crescono sui vaporatori!" sono troppo smaccatamente "trash" per non pensare che la mente creatrice non sia ben consapevole degli effetti risibili che procurano.

Gli attori si districano come possono tra personaggi virtuali e fondali digitali: Hayden Christensen ben incarna l'ambiguita' di Anakin Skywalker (futuro Darth Vader) e rende con grinta l'esuberanza del suo tormentato cavaliere. Natalie Portman e' un po' spaesata, prigioniera di abiti impossibili che rendono la sua senatrice una spassosa caricatura priva di spessore (gia' si immagina la parodia di Mel Brooks). Ewan McGregor ha la faccia giusta ma poco carisma, o perlomeno non il carisma necessario per unire la saggezza, il rigore e la potenza di Obi-Wan Kenobi. Samuel L. Jackson e' poco piu' che una comparsata di lusso, Pernilla August appare un attimo (e la tragicità della scena di cui e' protagonista cade nel ridicolo involontario) e Christopher Lee, forse poco abituato a recitare davanti al "blue-screen", pare piu' di passaggio che realmente convinto di cio' che dice. Yoda e' stato quasi interamente digitalizzato per consentirgli movimenti altrimenti impossibili, ma resta una delle creature piu' riuscite ed espressiv  dell'intera saga, a parte qualche banalita' venduta per saggezza in un dialetto pseudo sardo. Grazie al cielo l'odioso e interamente di sintesi Jar-Jar, vero buco nell'acqua della precedente avventura, compare fugacemente in poche sequenze (anche se ce lo ritroviamo al Senato!!!). In alcuni momenti si riscopre la magia, il senso epico dell'avvenuta tout-court, come nella lunga sequenza ambientata sul pianeta Kamino o nella caotica, ma ben condotta, battaglia in cui i protagonisti diventano gladiatori dell'arena di mostri. Insomma, nonostante l'ingenuita', la carenza narrativa, il minore appeal di personaggi e attori, il grande spettacolo e' garantito. Colpisce soprattutto la capacita' di George Lucas di dare una forma concreta ai propri sogni (o incubi) attraverso una combinazione di immagini e suoni, forse puerile e frastornante, ma di innegabile impatto. Il cinema non e' soltanto questo, e una maggiore attenzione a personaggi e situazioni avrebbe potuto rinvigorire davvero il MITO della prima serie. Ma, occorre ricordarlo, e' ANCHE questo. E allora, lustriamoci gli occhi e gustiamoci il viaggio, sperando che il terzo episodio (e si suppone ultimo) in arrivo tra qualche anno, riesca anche a scaldare il cuore.
Luca Baroncini


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Passano pochi anni dal precedente Episodio (dieci anni nella finzione della storia) ed ecco che le navicelle sempre più tecnologiche e gli esseri sempre più bizzarri del mitico mondo di Guerre Stellari tornano a visitarci, dalla lontana galassia della fantasia che ha alimentato l'immaginazione e le rappresentazioni collettive sul futuro di più generazioni.
Ed è un ritorno in grande spolvero questo, dopo la "mezza delusione" dell'Episodio I, film troppo sotto le righe dal punto di vista narrativo e troppo sopra le righe per quanto riguarda gli effetti speciali (alcune scene di battaglia erano talmente virtuali da sembrare un cartone animato).
E se quello era l'esordio della saga, dove tutto è preludio ancora informe di ciò che avverrà, ecco che questo Episodio manifesta alcuni primi e importanti nessi che portano saldamente la storia sul binario che conosciamo. E' il momento in cui il Lato Oscuro avanza, accarezza il giovane e irrequieto Anakin (futuro Darth Vader), striscia nelle rughe e nelle macchinazioni politiche del Cancelliere (futuro Imperatore) e cresce alle basi dell'intero sistema della Repubblica con la creazione di eserciti di robot e cloni.
E' esattamente un passaggio intermedio, un ponte tra Luce e Oscurità, dove la stessa luce scenica (bellissima la fotografia, da Oscar), sembra faticosamente farsi strada fra la penombra fiabesca degli interni, giungendo flebile ma ancora potente sui capi dei personaggi. Gli interni appunto (tranne qualche rarissima scena uscita male dal computer) sono spettacolari, più che gli esterni dello scorso Episodio (che comunque anche qui non scherzano: il finale in un colosseo rosso fuoco è magnifico). I colori sono sfumati dolcemente in una tonalità più intima, dove la luce penetra ferma, fissa, non prepotente, ma con dolcezza, come in un quadro di Vermeer. E' la sorpresa più bella di questo Guerre Stellari II, insieme alla migliore resa realistica dei personaggi interamente digitali, ora inseriti meglio nella scena, con la luce e l'ombra al posto giusto, praticamente reali (a proposito, il maestro Yoda ci lascerà a bocca aperta nel finale…). Da questo punto di vista questo Guerre Stellari è un vero capolavoro.

Poi viene la storia. Certo, non si pretende da Lucas che insieme all'enorme mole di lavoro nella creazione scenica e digitale si trovi anche il tempo di sviluppare una sceneggiatura più approfondita, che entri più nei personaggi evitando di lasciarli come manichini che parlano e combattono in nome della Forza, ma apprezziamo un tentativo di miglioramento. Non è comunque per questo che si va a vedere Star Wars, anche se è imbarazzante la fretta con la quale Anakin (l'opaco Hayden Christensen) e la senatrice di Naboo (la brava Natalie Portman) arrivino "al dunque" dopo essersi rivisti da pochi giorni per la prima volta dopo dieci anni; lo è forse già di meno lo sviluppo della psiche dello stesso Anakin, in cammino verso il Lato Oscuro, ma poco sostenuto dalla sceneggiatura, né tanto meno dalla regia. L'interpretazione del giovane Christensen in effetti è un bel buco nell'acqua, semplicemente perché senza personalità: l'attore rimane sempre dietro il vetro dell'obiettivo, non ha la forza (o la Forza…) per rendere tridimensionale la propria interiorità. E così, in una sceneggiatura approssimativa e una regia che non coglie i primi piani giusti al momento giusto, Anakin ci sembra più virtuale degli esseri digitali ricostruiti a computer. E' un peccato, ci saremmo accontentati forse anche di un Di Caprio alla "The beach", che non sarà certo un mostro di recitazione ma almeno ci mette autorità quando vuole.
Si diceva comunque che si va a vedere Star Wars per ammirare la stupefacente creazione di un mondo immaginario, dove i sentimenti (perché sono sentimenti) del Bene e del Male si fanno strada a spallate, alternandosi a vicenda sulla scena delle passioni umane. Chi vincerà? C'è speranza per il mondo? E intanto si ammirano i paesaggi, gli sfondi e gli interni, le navicelle e gli spunti tecnologici…mentre si strizza l'occhio a "Quo Vadis?", "Ritorno al futuro II", "Il Gladiatore" e così via… Chiamiamola "evasione", chiamiamolo "sognare", chiamiamola "trasposizione di sentimenti ed emozioni reali in un mondo immaginario", lo si chiami come si vuole. Ma si chiama Star Wars.
Francesco Rivelli


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Lucas continua col suo progetto.
Un progetto titanico, che si propone di rivoluzionare sistematicamente il modo di fare il cinema, ma anche quello di fruirlo, in uno slancio che ha sempre nuovi obiettivi. E' interessante notare come questo aspetto tipico di tutta la sua produzione, in parte, non sia mai stato disatteso, ed era molto facile fallire. Nonostante quindi risultati piu' o meno buoni o convincenti, e' importante sottolineare come cmq il ragazzo californiano, cresciuto tra ranch e bestiame, sia una figura di indubbio valore, uno che volenti o nolenti, ha influito moltissimo nella storia del cinema. E questo nuovo slancio produttivo, senza precedenti, di puntare verso una tripla trilogia, ha un qualcosa di irraggiungibile, un prodezza a cui ben pochi potevano aspirare.
Il secondo capitolo della nuova saga, parte quindi con i presupposti di un progetto che ormai e' avviato, che insomma non ha piu' tentennamenti o indecisioni. La macchina funziona, il primo episodio nonostante tutto ha avuto successo, e Lucas quindi si libera di molte paure addirittura, osando andare contro allo status tecnico, collaudatissimo, sacro, quasi intoccabile, di cento anni di cinema. Le riprese di questo film, che come quasi tutti sapranno, sono state effettuate quasi interamente in numerico, rivelano la voglia di voler incidere non solo nell'immaginario collettivo , manche quella di voler indicare un nuovo corso tecnico e, soprattutto, produttivo/distributivo.
Se da una parte uno e' portato quasi inconsciamente, a considerare che le immagini che vede nel film sono il frutto di sofisticate manipolazioni informatiche, e non piu' chimiche, dall'altra e' portato a dare un valore intrinseco a quello che vede, proprio per la sua natura *nuova*. E questo aspetto di visione a metà, di giustificazione nella perplessita', e' un po' lo spirito che si puo' provare vedendo questo "attacco dei cloni".
Il film e' ingenuo, ma anche molto sfaccettato. Mostra continuamente dei limiti, quasi imbarazzanti a volte, ma al contempo riesce veramente a stupire per alcuni dettagli, alcune idee. E cosi' la scrittura del film, come la psicologia dei personaggi, risultano se non ridicole, cmq troppo poco curate per un film di tale rilevanza produttiva. Anche molti dettagli tecnici lasciano perplessi, eppure molte aspetti del film definiscono nuovi standard visuali nell'ambito del cinema di intrattenimento.
E il segreto del film e di quello che ci gira attorno, sta in questa strana dualita': nell'aspetto fanciullesco (non solo per l'ampio target) del costrutto cinematografico, che a tratti puo' annoiare, sembrare fuoriluogo, immaturo, ma anche affascinante, e nell'immenso sforzo di andare oltre, di testimoniare un immenso sforzo nell'anelare a nuovi orizzonti mediatici, nel definire un contatto con la societa', con un pubblico che sia piu' vasto di quello che ci si puo' immaginare. E' per questo che nonostante a tratti mi sia annoiato, mi siano sembrati imbarazzanti certi passaggi, cmq ho provato quasi un senso di rispetto.
B A r r Y Z

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Fin dal principio il cinema è stato narrazione, racconto, trucco, magia, finzione.
Se ricerchiamo due padri alle due correnti di celluloide, che incrociandosi e sovrapponendosi hanno creato la fortuna dell'industria cinematografica, dobbiamo risalire ai fratelli Lumière e a George Meliès.
I primi hanno canonizzato la ripresa realistica, l'arcaico prototipo tecnologico del documentario o del realismo contemporaneo. Meliès che proveniva dal teatro Houdini, dal mondo della magia, del trucco, della prestidigitazione con la sua esperienza nella galassia della settima arte ha posto le basi della èmessinscena' e della relativa figura del regista in campo cinematografico. Da sempre ci si divide fra Melièsiani e Lumièriani, amanti del cinemacinema o del realismo fotografico (all'interno della doppia natura del cinematografica, arte e industria nel medesimo tempo).
Questa pomposa introduzione vuole chiarire lo sguardo che bisogna inseguire nell'avvicinarsi all'ultimo film di George Lucas, Episode II:l'attacco dei cloni (della saga di guerre stellari).
Fin dai suoi esordi Lucas ha mostrato un interesse predominante per la tecnologia e l'innovazione tecnica in campo cinematografico. Con Guerre stellari nel è77 ha demolito ogni record d'incasso, portando agli occhi di tutti il suo mondo epico. La capacità di creare una nuova mitologia è indubbia. La sua intuizione è stata quella di miscelare il western e la fantascienza, creando con gli strabilianti effetti speciali universi figli dell'era tecnologica, ma anche delle arcaiche iconografie di popolazioni precristiane.
Il sintetico e l'umano nelle saga di guerre stellari si confrontano continuamente, la fantasia, debordante nel ricreare mondi, si abbevera alla mitologia classica. La narrazione è mossa dalla ricetta più antica del mondo la lotta fra il bene e il male, la libertà democratica e corrotta, contro la possibile tirannia assolutistica.
Quello che a mio parere bisogna mettere al primo posto quando si parla di George Lucas è la sua capacità industriale e di marketing. Un contratto sul merchandising ha permesso alla sua società di affrancarsi dalle regole degli studio. Per primo è riuscito a sconfiggere le cinque sorelle di Hollywood con le loro stesse armi. Ha fondato la casa di effetti speciali Light and Magic (vincendo 26 oscar), ha fatto da mecenate agli artisti che come lui nei primi settanta osteggiavano lo strapotere di Hollywood (primo fra tutti Francis Ford Coppola). Credo quindi che l'industria cinematografica abbia conosciuto la sua piena maturazione industriale (marketing e merchandising) grazie alle sue visioni profetiche. Con Episode II il cinema industria compie un altro balzo in avanti, infatti è il primo film interamente digitale. La pellicola è eliminata dalle fasi di produzione, questo permette un migliore uso degli effetti digitali ed in futuro permetterà allo stesso Lucas (2005-Episode III) di distribuire via satellite il film in duecento sale autorizzate annullando ogni costo di distribuzione, aprendo ancora una volta la strada al futuro.
Il popolo dei fans della saga erano rimasti delusi dal primo prequel di due anni fa. Credo che non rimarranno delusi da questo secondo episodio, un vero specchio della postmodernità tecnologica contemporanea. Il racconto accellera il ritmo, lascia meno spazio al grottesco, all'ironia dell'episodio precedente, per tuffarsi nell'azione avventurosa pura. In questo campo il regista ha sempre dato il meglio di sè. Episode II non lascia un attimo di respiro (escludendo la deboluccia parte riservata alla storia d'amore che si consuma tra Anakin e la Senatrice sulle rive del lago di Como).
In più momenti la pellicola strabilia rendendo tutti gli scenari dei fantasy precedenti obsoleti. L'integrazione fra il tridimensionale computerizzato e gli attori in carne ed ossa è stupefacente. La scena, da peplum gladiatorio, del combattimento nell'arena, appartiene già alla storia del cinema.
L'estetica da videogame così come l'abbandono della pellicola farà storcere il naso a molti (in passato molti si scandalizzarono per l'avvento del sonoro o del colore), Altri imputeranno al film di essere solo un grosso giocattolo tecnologico, se fossi in Lucas appellandomi al nume tutelare di Meliès risponderei che il cinema in fondo è solo un giocattolo, l'importante è riuscire a costruirne di come non se ne erano mai visti prima.
Paolo Bronzetti

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