Bella di giorno
Savine è una giovane moglie di giovane
medico rampante, frigidissima.
Il massimo della libidine per lei consiste nel sognarsi, in
un misto di desiderio e senso di colpa, legata ad un albero
e stuprata da due vetturini. A questo punto, resasi conto
che non ci sta molto dentro, capisce di dover trovare il
modo di espandere la sua sessualità repressa di moglie
borghese e trova le sue risposte in una casa d'appuntamenti
d'alto bordo: va a fare la mignotta. Angelo del focolare e
puttana nel letto, il massimo per un marito.
E scopre che le piace pure, l'aspetto elegante e il fascino
borghese la rendono subito la mignotta più popolare della
casa, lei è pure brava e riesce finalmente ad esprimere
tutte le potenzialità che, per un motivo o per l'altro,
fino a quelo momento erano rimaste tali. L'esercizio
fisico-spirituale la rende decisamente più interessante
anche nella vita matrimoniale e tutto procede benissimo fino
a quando nel bordello non arriva il marito di una sua
amica che, dopo una buona serie di rifiuti da parte di
Savine , per ottenere vendetta, rifiuta ogni contatto con
Bella di giorno. A questo punto entra in scena un giovane
balordo di cui Bella di giorno si innamora, ricambiata. Ma
è un amore che può funzionare solo tra le mura di una casa
di appuntamenti, Savine infatti non ne vuole sapere di lui
ed il giorno in cui il delinquente si presenterà a casa sua
sarà il giorno della tragedia.
Film del 1967 di Luis Bunuel, rifiutato a Cannes per "insufficienza artistica", premiato poi a Venezia.
Il film inizia con un sogno, Savine che viene legata dal
marito in un bosco, frustata e stuprata dai due vetturini,
per poi continuare in un continuo alternarsi di sogni e
realtà, sogni che diventano sempre più reali e realtà che
assomiglia sempre di più ad un sogno, confusione che
raggiunge il suo climax nella scena della bara, costruita
come uno dei sogni di Savine, con il viaggio in calesse fino
alla casa di un misterioso signore, sequenza con cui Bunuel
esprime il suo desiderio di non voler distinguere, spiegare,
cercare punti di riferimento nel dualismo sogno- realtà
della vita della protagonista, fino al finale in cui il
sogno di Savine prende il sopravvento e diventa l'unica
realtà accettabile.
Il continuo intreccio tra il piano onirico e quello reale,
in cui la natura gioca un ruolo essenziale con il bosco, i
pascoli, gli animali contrapposti alla realtà della sua
casa, dell'ospedale, non vuole privare lo spettatore di
punti di riferimento allo spettatore, ma semplicemente ad un
certo momento a Bunuel non interessa più distinguere tra il
sogno e la realtà, per il banale motivo che Savine persegue
una realtà che preesiste nella sua fantasia o comunque vive
in funzione della sua fantasia, lo spettatore viene così
trascinato nella doppiezza di Savine-Bella di Giorno che
smette di sognare nel momento in cui riesce ad *esprimersi*
pienamente con il suo nuovo lavoro e riprende quando questo
le viene a mancare. Una vera e propria proiezione di una sé stessa diversa dalla Savine da salotto.
Diciamo che con un regista come Bunuel le seghe mentali sono
all'ordine del giorno, ma le grasse risate che si faceva
quando la gente si scervellava per dare un'interpretazione
ai suoi film devono imporre un approccio meno cervellotico a
questo film: ci resta una Catherine Deneuve che in
reggiseno e mutandine, fredda e impassibile, fa un sesso
della madonna e riesce ad essere espressiva pure stando come
una gatta morta distesa sopra un letto, ci restano momenti
bellissimi come il *cerimoniale* nella bara o Savine
riempita di fango e letame dal marito e da Piccoli.
Bunuel tocca tutto quello che si può toccare:
sadomasochismo, omosessualità, prostituzione necrofilia ma
senza mai scadere nel sociologismo, con lo sguardo di chi la
sa più lunga di tutti senza farlo pesare.
Capolavoro pruriginoso.****
MacGuffin (da IAC)
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