IRREVERSIBLE
con MONICA BELLUCCI e
VINCENT CASSEL
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un viaggio nel cinema erotico/hard d'autore
Irreversibili, senza
uscita d'emergenza o corsia di ritorno, sono alcuni fatti che ci franano addosso in vita. Non certo nuovo, né tanto
meno sconvolgente è la tematica scelta da Gaspar Noè,
figliol prodigo di Cannes, che ha smarrito la retta via
preferendole i fischi che, come riso nuziale, lo hanno
inondato alla kermesse di quest'anno. Una tematica,
comunque, molto interessante, aperta a possibili
approfondimenti narrativi, psicologici, e perché no, anche
linguistici.
Noè invece si ferma, ci pensa un po' e poi immagina uno
stupro in un mondo crudo, estremo, spigoloso, dove non ci
sono leggi che frenano gli animali che siamo, sotterraneo
alla normalità della città che scorre là fuori alla luce.
Tutto qua.
Ecco allora che esplora
locali gay e periferie lasciate in pasto alla malavita e si
serve della metropolitana e della notte, tutti luoghi dove è meno presente se non proprio assente la protezione della
civiltà. E' assente invece qualsiasi tentativo di
approfondimento sulle conseguenze che un tale evento può
portare nella vita di una persona; il film comincia
semplicemente con la vendetta personale di Marcus (Vincent
Cassel) e ci nega per sempre la possibilità di intravedere
cosa diventa la vita dopo uno stupro, girando all'indietro,
dall'inferno al paradiso.
E' difficile dire se sia
un'idea interessante o più banalmente una "furbata".
In questo modo, dopo la vendetta, non rimane altro che
rappresentare in sequenza inversa uno stupro, una vita
felice e magari chiudere con un'immagine idilliaca e
luminosa, che fa da perfetto contrasto alla prima scena da
Inferno dantesco. E il gioco è fatto. Aggiungiamoci una
donna bellissima come la Bellucci svestita per gran parte
del film e il gioco può diventare un vero successo al
botteghino, magari travestito da "opera di un genio
incompreso".
Apparentemente l'unica fatica che il film compie è il
faccia a faccia quasi totale che ingaggia con i fatti da
rappresentare. Le prime scene sono infatti assai forti, a
tratti raccapriccianti, non certo per la serie innumerevole
di pistolotti che spuntano fuori ad ogni angolo, ma
certamente almeno per la scena insostenibile dell'estintore
che si stampa per un numero indefinito di volte su di un
volto.
Ma forse è tutto un po'
troppo facile. A salvare il tutto ci vorrebbe una certa
tensione che sostenga un film altrimenti destinato a
piombare nel banale iper-realismo e nella scontata
volgarità. Non basta forse un uso della cinepresa come
cassa di risonanza delle emozioni umane, portata ad un
estremismo tale da far ballare vertiginosamente gli occhi
dello spettatore. Non basta forse un uso impeccabile della
fotografia, lei sì, regina incontrastata delle lunghe
scene. Non basta, sicuramente, l'uso esclusivo di una camera
mobile per ricordare che l'intento del film è quello di
mostrare, lasciando allo spettatore il compito di pensare.
O meglio, potrebbero bastare, se dietro tutto ciò si
sentisse come detto un filo teso e sottile capace di
calibrare e colorare il significato delle scene; un filo
fatto di emozione per questa realtà e che tuttavia non la
trasfiguri, una lente perfettamente trasparente ma al
contempo colorata.
Qui Noè si gioca il tutto per tutto, poiché è evidente
che evita il confronto diretto con maestri come Kubrick,
schivando il suo realismo intellettuale e poetico allo
stesso tempo. Ma, bisogna dirlo, si salva.
Si salva perché si affida in tutto e per tutto alle sue due
star, assegna loro un canovaccio e piena libertà di
improvvisazione, lasciando che diano tutto quello che hanno
assorbito dalla sceneggiatura senza imprigionarli in
sequenze serrate. E la coppia lo ripaga con una grande
interpretazione individuale, insieme ad un ottimo
affiatamento nelle scene a due. Cassel è bravo, si sa, nel
vestire i panni del matto, ma la Bellucci ci ricorda che sa
anche recitare quando vuole: ci fa rabbrividire nello
stupro, ci emoziona quando in metropolitana insieme a Cassel
e Dupont rende l'ingenua serenità di chi corre verso un
destino crudele, ci intenerisce quando è stretta sul letto
al suo uomo, vestita di una nudità assolutamente naturale.
Lo salvano loro il film, perché valorizzano perfettamente
il senso della proiezione all'indietro pensata da Noè, ne
sanno cogliere perfettamente le potenzialità e le sfruttano
dotando il film di un'anima riflessiva.
A colpire di più è
quindi la fase del film più "tranquilla", perché
provocare emozioni forti è facile (quello sa farlo anche un
macellaio che squarta un bovino in mezzo a una folla), ma
che grazie alle interpretazioni degli attori si sfiori un
lirismo non mieloso, anche se velato di pessimismo, è cosa
perlomeno lodevole.
Almeno nella scelta del cast, ne siamo sicuri, Noè ha fatto
la sua furbata.
Francesco Rivelli
Che film noioso: un
esercizio di stile che dieci anni fa avrebbe fatto gridare
al miracolo, ma che dopo dieci anni di Dogma, Blair Witch
Project, Funny Games e Quei bravi ragazzi fa piu' che altro
addormentare.
Non c'e' niente di sbagliato, nel film: sembra la tesina di
uno studente ventenne con amica carina, una summa di tutti i
vezzi della regia anni novanta senza nessuno dei
significati.
E quanta ingenuita' in questo desiderio di scioccare: Noe'
dimostra la tesi di Haneke in Funny Games, che la violenza
in se' non e' affascinante, e' noiosa. Abbastanza lepeniana
la scelta dei cattivi: non so quanti gay sodomizzino le
donne, ma so che a molti etero piace pensarli come nel film.
Non aiuta usare un'attrice che chiunque sano di mente
doppierebbe: le uniche scene belle del film sono quando
Cassel realizza i desideri del pubblico e le fa il verso
ogni volta che apre bocca. Lo stacco sul poster di 2001 e'
sempre da tesina, ma di un quindicenne; l'illuminazione
finale (Il tempo distrugge tutto) e' n.c.
Giusto per non contraddirmi, e non dover decretare
l'oggettiva bruttezza del film, un raggio di luce: i titoli
di testa sono assolutamente geniali, sia esteticamente sia
per quello che ci rivelano del film. Peccato che sia una bella promessa non mantenuta.
Mafe
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