Il più bel giorno della mia vita

Un film inizialmente
irritante, se non disastroso, "Il più bel giorno della
mia vita" rischia nei primi terrificanti dieci-quindici
minuti (forse qualcosina di più) di mandare in crisi
epilettica il povero spettatore che, timoroso e tremante, si
è da poco seduto in sala con la flebile speranza di non
incappare in un film-immondizia. Peggio poi se immondizia
italiana, perché se si capita intrappolati in sala da un
"bidone" hollywoodiano, al peggio ci si mette
l'anima in pace e ci si aggrappa disperatamente al ritmo,
alla sequenzialità delle scene, agli effetti speciali (si
riesce a trovarli anche dove non ci sono, in quei momenti),
insomma agli aspetti più eclatanti dei film-fotocopia che
perlomeno tengono desta l'attenzione, mentre se si tratta di
robaccia italiana si rischia di cadere in una vera e propria
depressione causata da scene blande, farraginose, piene di
dialoghi irreali e inconsistenti: insomma la noia mortale di
un film fatto coi piedi.
In un tale stato di
tensione, quei primi minuti fanno proprio venir voglia di
andarsene, per spirito di sopravvivenza: la stessa Buy, nel
peggiore dei casi "indecisa", in questo
sconfortante incipit sembra proprio "svogliata"
nel dare dignità al suo personaggio.
La colpa, al di là degli
attori (alcuni tra l'altro anche alla prima prova
cinematografica), sta essenzialmente nella difficoltà
iniziale della Comencini di impostare la storia. Non tanto
nell'incastrare il puzzle di vite (quello semmai diventa
complesso con l'andare di un film), quanto nel riempire le
scene d'inizio con dialoghi che dovrebbero fornire in pochi
tocchi uno spaccato di vita vissuta dei personaggi. E'
difficile, si sa. E infatti la Comencini ci riesce
malissimo.
Per fortuna, superata
questa prima critica fase di approccio, il film avvia le
storie, diverse ma legate a vicenda dal vincolo familiare
(due sorelle con figli e un fratello, gay) e dalla casa
materna, sede di un'infanzia spensierata per tutti e oggi
spettro di un passato perduto, mal sopportato.
Il film spiega i propri
rami narrativi, fatti di insoddisfazioni matrimoniali,
solitudine, difficoltà sociali a farsi accettare nella
propria diversità, paturnie, pazzie e amori adolescenziali,
lasciando che liberamente ciascun ramo prenda la sua
direzione, ma richiamandolo continuamente in un vortice
opposto al confronto, alla riunione nella casa unificante e
"fastidiosa" della matrona Virna Lisi (dopo la
iniziale sindrome di incapacità che colpisce
inspiegabilmente anche lei, si risolleva con la dolce
autorità che la contraddistingue).
Storie di ordinaria
quotidianità, nella quale viene messa in scena quella
difficoltà a vivere in un mondo variegato e molteplice,
proprio per questo ancora più difficile da sostenere senza
l'aiuto di una bussola e di una meta, che oggi i film
italiani stanno esplorando in lungo e in largo riscuotendo
un meritato successo.
In particolare la
Comencini si sofferma su due aspetti fondamentali,
complementari al bisogno d'amore che più o meno scorre come
comun denominatore fra i personaggi. Sono due aspetti che,
guarda un po', spezzano in due la terra delle generazioni,
perché oggi non più vissuti come tabù: l'omosessualità e
il sesso.
Per il primo usa toni poco
eclatanti e volutamente ordinari, alternando il
conflitto-non conflitto tra madre inconsapevole e il figlio
gay (Luigi Lo Cascio) con il parallelismo del nipote, il
figlio della Buy, allontanato dalla madre nella prima
infanzia dallo zio gay per paura che crescesse
"diverso".
Un approccio al problema a
prima vista un po' superficiale, ma che in realtà punta a
mostrare in modo sottile i pregiudizi più nascosti, quelli
che difficilmente vengono a galla e che al giorno d'oggi
dominano nell'ipocrisia sociale.
Sul secondo aspetto,
invece, il sesso, il film va giù esplicito e senza remore.
Splendida è la sequenza delle due coppie, la figlia e la
madre: la prima alle prese con la sua "prima
volta", in una scena tesa, timorosa e infine
animalesca, la seconda ugualmente alla sua "prima
volta"…con l'amante. Qui c'è invece una maturità
sessuale consolidata, dove l'atto diventa fonte di sublime
piacere e di liberazione, dove la passione diventa forse
l'unico rifugio dalla gabbia della vita e intima espressione
di sé.
Due aspetti che
sottolineano il divario fra diverse generazioni, l'una
ingabbiata in regole e tabù , l'altra abbandonata alla
libertà e alle sue conseguenze.
Visi di trattenuta
malinconia vengono scrutati impietosamente dietro i sorrisi
di facciata dalla telecamera della nipotina più piccola,
durante il più bel giorno della sua ancora fanciullesca
vita: la cresima. A modo suo, è un lieto fine.
Francesco Rivelli
--- Il
più bel giorno della mia vita - IL PIU' BEL GIORNO DELLA
MIA VITA di Cristina Comencini - COMENCINI con Margherita
Buy - MARGHERITA BUY
Un brutto film che ho
visto con piacere, come leggere un romanzetto sotto
l'ombrellone.
Corpi, sesso, maternità, famiglia, gay, tradimento, tutto
attraverso lo sguardo (troppo) sveglio di una bimba di otto
alla vigilia della sua prima comunione.
La Comencini vorrebbe farci riflettere sulla diversa
percezione del corpo e della sensualità al passare delle
generazioni: la mamma, rinchiusa nella vecchia casa patrizia
di famiglia con i ricordi di una vita senza piacere, sembra
non capire le ansie carnali dei figli, simbolizzate dal
calore del suo cane (sic).
Impossibile non identificarsi, tra tutti questi problemi
sentimentali, sensi di colpa e ormoni sparsi in giro, ma e'
un'identificazione patatosa, che lascia il tempo che trova e
non ti impedisce di soffrire per la sciatteria generale.
La Ceccarelli e' molto bella, ma bene ha fatto Olmi a farla
stare quasi sempre zitta: appena apre bocca vorresti tirarle
una scarpa, e per tutto il film ha un'occhiaia si e una no,
con un effetto abbastanza grottesco.
Carini i gay, ma "carini" in senso deleterio,
"carini" come una donna si immagina possano
esserlo. Ormai mummificata la Buy, anche se la sua storiella
telefonica regala altri piacevoli momenti di "nonsonosolaalmondo"
a chi e' avvezzo a desiderare persone solo per il suono dei
loro pensieri.
Bellino assai Cammello, ma un personaggio riuscito non può
salvare un film che cura cosi' poco i titoli di testa.
Aridatece Muccino.
Mafe
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