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Trois huit
(Night shift / Turno di notte)
di Philippe Le Guay (2001)
Eccolo qui, l'ennesimo esempio di come si
potrebbe agevolmente fare cinema in Italia, e non si fa per mancanza di... cosa? di
talento? di volonta' organizzativa? Mah. Comunque e' ormai chiaro che i
francesi hanno qualcosa in piu' di noi nel loro sistema.
Il modesto operaio Pierre, felicemente sposato con Carole,
viene
spostato al turno di notte in fabbrica (il tre-otto del
titolo
originale). Prima ancora di capire che tipo e' Pierre,
scopriamo che non avra' vita facile: nuovi compagni, nuovi scherzi, una certa
intolleranza per il nuovo arrivato, un collega, Fred, che lo prende di
mira. Lentamente, inesorabilmente Fred, disturbato, problematico,
piccolo teppista cresciuto fino alle dimensioni di un culturista,
sopraffa' Pierre: gli affibbia nomignoli, lo bersaglia di motti e
allusioni, lo molesta e lo umilia davanti ai compagni e perfino al figlio
adolescente.
Arriva a sopraffarlo fisicamente e a promettergli di
picchiarlo di santa ragione. Pierre subisce e cova rancore e vendetta.
E' allora che comprendiamo che Pierre è un debole
fondamentale: la moglie ha un lavoro migliore, il figlio inizia a
disprezzarlo, i suoi
movimenti e le sue espressioni si fanno sconnesse e
insicure; ogni notte al lavoro e' una tortura, un tenersi continuamente alla
larga dal compagno prepotente, un sorvegliarlo per evitare il
contatto
con lui. Pierre e' un omosessuale represso, e Fred lo ha capito
benissimo. L'omosessualita' latente nella situazione sembra esplodere
quando Pierre
si abbandona a un gesto platealmente masochista, afferrare
un oggetto rovente sotto gli occhi estasiati di Fred, per mostrargli
quanto e'
bravo...
A proposito di omosessualita' latente e ritualizzata mi
viene in mente un gran bel film di qualche tempo fa di Claire Denis,
"Beau travail"; mentre li' tutto era puntato sulla
bellezza delle immagini,
sulla danza e sui gesti, qui la vicenda si risolve in modo pacato,
ragionevole, "borghese". Chi perde e' Fred, ma Pierre non
sara'
mai piu' lo stesso di un tempo; come il Winston Smith di 1984 alla fine della
tortura, adesso
lui sa di essere vulnerabile.
Il film e' profondamente metaforico. La fabbrica di
bottiglie di vetro diventa un'arena: un microcosmo in cui il rumore,
il calore, la fatica formano il branco. Pierre e Fred ricordano le coppie
schiavo/padrone alla Fassbinder; qui il sentimento di
inevitabile violenza misto all'attrazione e' amplificato al massimo.
Pierre evitera' il disturbo mentale solo rivolgendosi alle proprie Madri, la
vera madre e la moglie, confessando ogni cosa e facendosi da loro
proteggere.
Ma e' anche un bel thriller, con momenti di suspense vera e
propria e un delineamento dei personaggi encomiabile --- e non posso
evitare di dire che l'attore che impersona Fred, Gerald Laroche, qua e
la'
sembra
proprio l'Anthony Perkins di Psycho; deve essere voluto,
vista la spirale di follia in cui Fred sembra ad un certo punto
precipitare.
Il regista Philippe Le Guay ingrossa la mia lista di belle
scoperte
francesi (Ozon, Cantet, Guediguian). Il film e' bello, io ve
lo consiglio.
Claudio Castellini
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