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“Amen”,
un film sull’olocausto dall’altro punto di vista
Amen:
il
sapore amaro dell’impotenza
E una
locandina provocatoria... firmata Oliviero Toscani
Titolo originale:
Amen Regia: Costa-Gavras
Sceneggiatura: Costa-Gavras, Jean-Claude Grumberg, dal dramma teatrale "Il vicario" di Rolf Hochhuth
Interpreti: Mathieu Kassovitz, Ulrich Tukur,
Ulrich Mühe, Michel Duchauss Durata: 130' Paese: Francia
Anno: 2002
Montaggio: Yannick Kergoat Distribuzione: Mikado
Il crocefisso e la svastica che si
confondono sapientemente.
”Amen”, il film scandalo di Costantin
Costa-Gravas, uscito sul grande schermo la primavera
scorsa, fa intuire già dalla locandina la sua portata polemica.
Più che essere una scontata rappresentazione della violenza
perpetrata dai nazisti durante l’Olocausto, “Amen” è un
film sui silenzi e sull’indifferenza. In particolare,
sul silenzio del Vaticano di fronte ai crimini compiuti dalle SS, sulla sua volontà di non vedere, sulla sua mancata
presa di posizione e coraggio. Una drastica accusa
alla Germania criminale e a coloro che si sono rivelati suoi
complici: lo Stato-Chiesa e gli Alleati. Un tema talmente delicato da
scatenare la censura
contro il discusso manifesto, ideato da Oliviero Toscani,
la cui
ambiguità non è che la trasposizione
attuale dell’ambiguità della
politica vaticana di allora. ”Amen” è la storia dell’eccidio degli ebrei nei campi
di concentramento (all’inizio del film anche degli
handiccapati), visto però dalla prospettiva degli
sterminatori. E’ il racconto della lotta solitaria di
due uomini. Un ufficiale delle SS Kurt Gerstein (Ulrich Tukur),
personaggio realmente esistito, che di fronte alla scoperta
dello Zyklon B (la sostanza chimica usata per le
camere a gas da lui fornito) ne denuncia l’uso al
Vaticano, ed un prete cattolico,
padre Riccardo Fontana (Mathieu Kassovitz),
personaggio di fantasia che, dopo aver inutilmente cercato
di spingere il Papa a condannare la carneficina, decide di
non diventare complice del massacro e sceglie
volontariamente la reclusione in un lager.
Tratto da Il Vicario di Rolf
Hochhuth
e tacciato da gran parte della critica cinematografica di
eccessiva superficialità nel racconto dei fatti, l’ultima
opera di Costa-Gravas riesce però ad insinuarsi nella
coscienza popolare alimentando i dubbi sugli ancora oscuri
giochi di potere tra Chiesa e Stati durante la persecuzione
nazista.
E lo fa in modo sottile, quasi accennato, evitando
l’orrore e la sua spettacolarizzazione, conducendo gli
spettatori lungo i percorsi dei treni che ininterrottamente,
per tutto il lungometraggio, fanno la spola tra le
terre da cui vengono strappate le vittime e i campi di
concentramento dove andranno a morire.
Il dramma e il suo senso sono vissuti in maniera intima,
personale. Non si assiste nemmeno per un momento a scene
raccapriccianti, perché viene lasciato spazio all’interiorizzazione
della brutalità e dell’ingiustizia, al punto che
diventa automatico pensare che il silenzio e la lentezza
della pellicola siano finalizzate a questo scopo.
E’ il sapore amaro dell’ingiustizia che pervade lo
spettatore alla fine del film. Una sorta di impotenza, la
stessa che anima i protagonisti increduli di fronte
all’indifferenza e al sadismo dei rispettivi sistemi. Lo
sgomento nell’accorgersi che non sempre si riescono a
cambiare le cose, nemmeno quando, a trionfare
sull’egoismo, sono l’altruismo e la coerenza dei propri
ideali.
Giorgia Zamboni
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