L’Avana:
Spielberg alla prima cubana di "Minority Report"
La
musica in Minority Report
Con grande coerenza visiva e concettuale,
Spielberg ambienta il suo nuovo
film nel medesimo mondo futuro suggerito (ma non
esplicitamente mostrato)
nella prima parte del precedente "Artificial
intelligence". I due film sono
per molti
versi complementari e le vicende in essi narrate sembrano
ambientate nella
medesima città, o comunque nello stesso contesto sociale e
tecnologico. Di
certo, questa encomiabile continuità non si deve solo al
regista ma anche ai
suoi collaboratori abituali, in particolare a quel genio
della fotografia
che è Janusz Kaminsky, il quale ci restituisce,
estremizzandoli, le stesse
atmosfere, gli stessi colori freddi e metallici e le stesse
luci accecanti
che avevano caratterizzato "A.I.".
Tuttavia, la diversa storia narrata in "Minority
report" e le diverse
ambizioni riposte in essa questa volta hanno spinto il
regista a mostrarci
quello che il film precedente aveva solo suggerito. E' come
se la cinepresa
di Spielberg e Kaminsky fosse uscita dalla casa della
famiglia adottiva del
piccolo protagonista di "A.I." per mostrarci,
finalmente, il mondo, il
futuro. La cui rappresentazione in "Minority
report" è, a mio avviso,
notevolmente realistica e verosimile. Un esempio molto
pertinente è, a mio
parere, il discorso sulla robotica. In "Minority
report" Spielberg rinuncia
alla rappresentazione di robot antropomorfi. Gli studi
attuali e le
proiezioni per il futuro ci dicono che la forma umanoide dei
robot altro non
è (altro non sarà) se non un vezzo estetico e romantico di
qualche geniale
progettista giapponese. Ma in una società che si vorrebbe
funzionale ed
efficiente, i robot più credibili e più utili all'uomo
sono (saranno) quelli
che in "Minority report", ad esempio, costruiscono
le automobili nelle
fabbriche oppure quelli che, nella forma di ragni meccanici,
si introducono
silenziosi negli appartamenti al fine di scovare i
ricercati facendo lo scanning della rètina alle persone
presenti
nell'edificio. La forma dei robot, insomma, per una sorta di
inevitabile
"selezione artificiale" è dettata dalla funzione
cui sono destinati. Questa
impostazione è assolutamente credibile, e la
differenza di approccio da parte di Spielberg rispetto al suo
film precedente
è comprensibile, se non addirittura scontata.
Nel cinema,
semplicemente, la
forma è spesso anche sostanza, e Spielberg in
"A.I." aveva bisogno dell'
antropomorfismo per rappresentare l' "umanità dei
robot", l' "emotività
dell'intelligenza artificiale". Altrimenti, quale
dignità sapremmo
riconoscere ad un'intelligenza artificiale costretta (dalla
sua forma!) sul
ripiano di una scrivania? Nessuna, noi umani siamo
irrecuperabili, la
diversità ci terrorizza. In "A.I.", insomma,
Spielberg aveva bisogno del
"simulacro", del burattino, del robot "più
umano dell'umano" (come
auspicavano i tipi della Tyrrel Corporation di
bladerunneriana memoria). Ma
le ambizioni e fini di "A.I." erano diversi, le
preoccupazioni affrontate in
"Minority report" sono altre e un robot
dall'aspetto umano come il piccolo
David, in fondo, non servirebbe a un bel niente in una
fabbrica di
automobili- E di certo non riuscirebbe a passare sotto le
porte. Questo
elimina del tutto il carattere allegorico e favolistico su
cui si fondava
"A.I." e mette lo spettatore di fronte ad un
tecnologia scientificamente e
logicamente più verosimile anche se altrettanto
imprevedibile (nelle forme e
nelle applicazioni), sorprendente, "strana".
Tornando al discorso sul realismo (fantastico) della
pellicola, va detto,
più in generale, che Spielberg proietta nel futuro la
nostra attuale
società, enfatizzando gli elementi che già la
caratterizzano: il dominio del
tecnologico, il caos delle grandi città, il bombardamento
pubblicitario, le
differenze di classe. In "Blade Runner" queste
ultime erano suggerite dalla
stessa struttura architettonica della città, una struttura
inesorabilmente
"verticale", con i ricchi che vivevano ai piani più
alti degli edifici
mentre i meno abbienti e i disperati affollavano le strade
piovose e
caotiche della superficie.
Ancora più subdolamente, in "Minority report" le
parti più depresse e
sordide della città, quelle in cui è costretto a
rifugiarsi il protagonista
sono, guarda caso, quelle in cui è minore l'invasione
tecnologica, quelle in
cui mancano (o sono presenti in misura inferiore) gli
ineludibili scanner
ottici capaci di rilevare inesorabilmente la presenza del
protagonista/fuggitivo, aggeggi infernali a cui è quasi
impossibile
sfuggire.
In
questo "Minority report" è sicuramente molto cupo
e consapevole, non
ingannino le venature di umorismo che caratterizzano le
sequenze d'azione.
Innanzitutto, Spielberg ci mostra una società che ha
compiuto una scelta
tremenda. Nel mondo di "Minority report" le
autorità sanno tutto di tutti,
in tempo reale,
finanche la loro esatta ubicazione fisica. E allora cos'è
più importante?
Tutelare la sicurezza *della collettività* prevenendo i
crimini, oppure
garantire il diritto alla riservatezza, un tipico diritto
*individuale*? Il
diritto alla privacy è uno di quei
diritti "effimeri" (pensiero inquietante:
"effimeri" proprio perchè
"individuali"?!) destinati prima o poi a cedere di
fronte all'avanzare della
tecnologia e all'esigenza di tutelare ben altri diritti e/o
interessi
"sociali". In secondo luogo, la difficoltà di
sfuggire agli onnipresenti
scanner ottici è anche la vendetta, tragicamente ironica,
operata nei nostri
confronti da quello stesso culto dell'immagine che già
caratterizza il
nostro tempo. "Per vedere la luce a volte bisogna
diventare ciechi", è la
frase ricorrente pronunciata nel film. Perdere la vista,
perdere la capacità
di vedere è l'unico modo per... non essere visti, per non
"subire" la
visione altrui, per non essere rintracciati da un Sistema
imperfetto e
fallibile, un Sistema che mortifica l'individuo e la sua
autodeterminazione.
L'ossessione per le immagini (esemplificata nella gag
irresistibile dei
bulbi oculari) caratterizza tutta la vicenda, a partire dal
cuore di essa e
cioè dai Precog, i preveggenti, gli individui superdotati
in grado di
presagire gli omicidi.
Questi soggetti non solo prevedono
gli eventi futuri
ma, genialata di sceneggiatura, li
"pre-visualizzano". La localizzazione del
futuro colpevole e la sua (preventiva!) incriminazione si
basano totalmente
sulle immagini fornite dai tre preveggenti. Ma come fidarsi
delle immagini
in un'epoca che fa della loro manipolazione (digitale) un
vero e proprio
modo di essere? Come non escludere l'eventualità che
individui innocenti
finiscano in prigione a causa di manipolazioni operate *sul*
Sistema? (Il
protagonista di "Blade runner", in un'altra
situazione puramente "dickiana",
non correva forse il rischio di "ritirare" per
errore esseri umani e non
replicanti?)
L'unico modo per collocare quelle immagini alla base del
Sistema, in
effetti, sarebbe quello di "credere"
incondizionatamente ad esse, di
"credere" incondizionatamente ai Precogs, una
fiducia incondizionata che ha
molto a che fare la Fede, quella con la "f"
maiuscola. Siamo davvero
irrecuperabili, noi umani. Non possiamo fare a meno di
chiamare "il Tempio"
il luogo in cui sono custoditi i preveggenti, non possiamo
fare a meno di
inginocchiarci ad essi quando ce li troviamo di fronte.
Abbiamo bisogno di
credere. Il tema religioso è una costante fondamentale del
cinema di
Spielberg e costituiva il cuore pulsante del precedente
"A.I." Qui però il
discorso è ancora più cupo e pessimista. Come credere,
infatti, in un'opera
dell'uomo? Come credere alla bontà di un Sistema
apparentemente "divino"
(per il suo "miracoloso" funzionamento, per la
straordinaria sequenza di
coincidenze genetiche che ha portato alla
"creazione" dei preveggenti, per
le prodigiose "visioni" che essi producono) eppure
meschinamente umano nella sua... gestione? Come escludere i
giochi di potere
che, al pari della fede, definiscono da sempre la razza
umana?
E che dire della condizione di sottomissione in cui i
precorg sono
costretti? E' (non "lecito", perchè lecito è
tutto ciò che il Potere
considera tale, ma) "giusto" e/o
"giustificabile" tenere delle persone in
una condizione di completa schiavitù anche se il fine può
apparire nobile?
Il fine giustifica sempre i mezzi? Si può rendere migliore
e più sicura
l'umanità mentre, allo stesso tempo, la si
"disumanizza"?
E che dire del
ruolo dei
tribunali? Un'incriminazione che *precede* il fatto
criminoso è agli
antipodi del
nostro attuale sistema penale. Il codice penale attuale
indica, tra i
criteri cui il giudice deve attenersi nel giudicare, anche
la conoscenza
della personalità del reo, delle
sue condizioni di vita, del suo background. Una conoscenza,
dunque,
necessariamente limitata per il giudice, di certo non
paragonabile con
l'esatta visualizzazione dell'evento criminoso, delle sue
circostanze e
motivazioni, fornita dai preveggenti. Un sistema,
quest'ultimo, forse
statisticamente più efficiente (se non del tutto
infallibile) ma non per
questo più giusto. Perchè esclude il libero arbitrio,
perchè trascura
l'eventualità che all'ultimo momento il potenziale omicida
possa cambiare
idea, allentare la pressione sul grlletto e deporre l'arma.
L'efficienza del
sistema è una cosa, la sua giustizia è una cosa diversa.
Naturalmente si potrebbe continuare ancora lungo.
Cinematograficamente
potentissimo e concettualmente stimolante, "Minority
report" è un film
complesso e affascinante, un film che propone moltissimi
spunti di
riflessione. La pellicola funziona a vari livelli:
intrattiene (le sequenze
d'azione sono splendide, le più belle viste di recente in
un film americano)
e fa pensare. Le sbavature, ovviamente, non mancano. Certi
passaggi appaiono
forzati e, in genere, la risoluzione del complotto mi sembra
un po'
telefonata. Ma di fronte ad una tale potenza visiva e
concettuale, non si
può fare a meno di sottilineare che tutte le grandi opere
soffrono di
qualche veniale difetto. Grande cinema, grande Spielberg.
Ne riparleremo.
Voto: 8.5
Roberto